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Pubblicazioni e recensioni Didattica e divulgazione archivio immagini Bibliografia Appuntamenti

Applebaum A., Storia dei campi di concentramento sovietici, Mondadori, Milano, 2004.

Anne Applebaum ricostruisce in modo completo e documentatissimo il sistema sovietico dei Gulag, dalla sua nascita subito dopo la Rivoluzione d'ottobre alla sua enorme espansione, al suo smantellamento negli anni Ottanta durante la glasnost' gorbacëviana. Ma soprattutto racconta quello che fu un "paese nel paese", quasi una civiltà sommersa dell'estremo nord dell'URSS, con leggi, tradizioni, cultura, lingua e persino un'etica autonome. E offre una descrizione accurata, talora straziante, della vita nei campi: parla dei prigionieri, dei comandanti e delle guardie. Ricordare e analizzare questa immane tragedia - soltanto in epoca staliniana gli internati furono circa 18 milioni - è perciò un dovere nei confronti non solo delle vittime ma anche del nostro futuro.


Anne Applebaum, storica e giornalista, è una delle firme più prestigiose del "Washington Post". Laureatasi a Yale, è stata la corrispondente da Varsavia per l' "Economist". Suoi contributi appaiono regolarmente su "Foreign Affairs"," New York Review of Books" e il "Wall Street journal". Ha inoltre pubblicato Between East and West (1995).
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Cecenia. Una guerra e una pacificazione violenta, a cura di Marco Buttino e Alessandra Rognoni, Torino, Zamorani, 2008

Il lavoro di un'equipe internazionale di studiosi e accademici di altissimo livello - italiani, russi, ceceni e americani - confluisce nel volume "Cecenia. Una guerra e una pacificazione violenta", che accompagna l'omonima mostra fotografica esposta a Torino al Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e delle Libertà, con immagini di Dima Belyakov, Heidi Bredner e Memorial. Il volume, curato da Marco Buttino e Alessandra Rognoni, dedicato ad Anna Politkovskaja, comprende dodici capitoli, ognuno dei quali approfondisce un singolo tratto della complessa questione cecena, un conflitto logorante, ufficialmente concluso, ma lontano dall'essere risolto. Un libro rigorosamente scientifico senza però risultare arido, che mantiene una lettura e un'analisi storica degli eventi obiettiva, senza trascurare la dimensione umana e la tragedia del singolo. Fra i contributi, spicca il nome di Lidija Jusupova, avvocato ceceno, due volte candidato Nobel per la Pace.
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Chinsky P., La fabbrica della colpa, Bruno Mondadori, Milano, 2006.

Microstoria del terrore staliniano Ancora oggi, per un russo, è impossibile evocare il 1937 senza un moto di dolore. Per la sua ferocia, l'ampiezza e l'assurdo arbitrio, il Grande terrore staliniano rappresenta una delle pagine più sanguinose e oscure del XX secolo. Arresti, falsi processi, torture: ormai si sa molto su questa tragedia collettiva e sui suoi grandi protagonisti, carnefici e vittime.Spesso, però, si perdono di vista l'emozione e la sofferenza, in ciò che esse hanno di intimo e unico. E' nei destini individuali, infatti, che l'ingranaggio staliniano si rivela in tutta la sua cieca violenza. La fabbrica della colpa racconta proprio una tragedia personale: il modo in cui il NKVD, la polizia politica di Stalin, ha reso l'ingegnere chimico Izrail' Savel'evic Vizel'skij un colpevole, un reo ostinatamente non confesso: un caso insolito, a quei tempi.Per quanto tempo e con quale frequenza vengono condotti gli interrogatori? A che cosa rinviano le deposizioni condizionali, morte, vive? Chi sono i giureconsulti di cellula? Quali possono essere le circostanze e le motivazioni di denuncia spontanea? Tutti interrogativi delucidati sul filo di questo studio innovatore, spassionato ed emozionante, che ricostruisce passo dopo passo il tragico destino di un uomo sovietico come tanti altri.


Pavel Chinsky , nato nel 1974, si è laureato all'Ecole Normale Supérieure di Parigi, insegna a Mosca e dirige la collana di letteratura russa per le edizioni francesi Cherche Midi. E' autore di Staline. Archives inédites (1926-1936) (Berg International, Paris 2001).
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Chlevnjuk O., Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande Terrore

Chlevnjuk O., Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande Terrore, Traduzione di Emanuela Guercetti, Torino, Einaudi, 2006.

Il 1° gennaio 1941 nei campi dell'NKVD si trovavano più di un milione e mezzo di detenuti, nelle colonie di lavoro quasi 429.000, nelle carceri quasi 488.000. Negli insediamenti di lavoro e speciali alla vigilia dell'invasione tedesca erano distribuite circa un milione e mezzo di persone. Tenendo conto della crescita del numero dei condannati nella prima metà del 1941, si può calcolare che nelle diverse articolazioni del Gulag prima della guerra si contassero circa quattro milioni di persone. Non meno di due milioni di persone scontavano in quel periodo condanne ai lavori correzionali, erano cioè regolarmente private di una parte consistente del loro magro salario a favore dello Stato e vivevano sotto la costante minaccia di nuove repressioni (in caso di un ripetuto ritardo al lavoro i condannati per assenteismo, per esempio, rischiavano già la reclusione in carcere). Molti milioni di cittadini sovietici, pur non trovandosi nel Gulag nei mesi prebellici, l'avevano sperimentato negli anni precedenti. Se si calcola che dal 1930 al 1941 furono condannate circa venti milioni di persone, e che circa tre milioni di abitanti furono inviati negli insediamenti speciali, è evidente che negli anni Trenta gli arresti, le fucilazioni, i fermi da parte dei ¿ekisti e della polizia, le condanne condizionali e altre più "blande" forme di discriminazione divennero una realtà quotidiana per la maggioranza delle famiglie sovietiche. Di fatto il paese fu diviso in due parti numericamente confrontabili: le famiglie che non avevano vittime, perlomeno fra i parenti più stretti, e le famiglie in cui qualcuno aveva subito repressioni e persecuzioni


Oleg Chlevnjuk (1956) è ricercatore presso l'Archivio di Stato della Federazione russa. Le sue opere di storia sovietica sono state tradotte negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia e Germania.
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Clementi M., Storia del dissenso sovietico, Roma, Odradek, 2007

E' la storia dell'incomponibilità del rapporto tra intellettuali e potere in Urss. La ricerca ricostruisce i principali punti di conflitto tra Stato e letteratura in generale e tra realtà politica del socialismo reale e intelligencija in particolare, sulla base di una notevole mole di documenti. La nuova società sovietica postrivoluzionaria aveva fortemente sedotto la grande maggioranza degli intellettuali, in quanto apriva strade inesplorate per l'ingegno; anzi, la rivoluzione bolscevica fu vista come palingenesi sociale anche e soprattutto dagli artisti e dagli intellettuali. Quando, alla morte di Stalin, questi pensarono potesse avere inizio un processo di liberalizzazione, si trovarono davanti l'inerzia e l'ottusità burocratica. Lo schema politico a "partito unico" che aveva permesso la trasformazione della Russia contadina in una potenza industriale al prezzo di un lungo periodo di repressioni, che aveva retto e vinto la guerra per la sopravvivenza della "patria socialista" assediata, diventa - in tempi di pace, sia pure sotto forma di "guerra fredda" - un freno insopportabile per una società ormai molto articolata e complessa.La contrapposizione tra il dissenso da una parte, e lo Stato e il Partito dall'altra, durò a lungo fino al collasso di questi ultimi; il dissenso, separato dalla società civile, proveniente e alimentato dall'irrisolto etnico, attraversato anche da frammenti anarchici e marxisti, non è tuttavia riuscito a informare di sé la società postsovietica. Partendo dall'eredità di Anna Achmatova e di Boris Pasternak, raccolta da Iosif Brodskij e Andrej Sinjavskij, il libro ripercorre lo sviluppo delle idee di libera creazione e coscienza attraverso gli uomini e le donne che maggiormente riuscirono a interpretarle, da Esenin-Vol'pin a Tverdochlebov, da Daniel' a Gorbanevskaja, da Ginzburg passando per Amal'rik fino a giungere alle icone del dissenso, Sacharov e Solzenicyn.
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Dundovich E., Gori F., Guercetti E., a cura di, Gulag. Storia e Memoria, Feltrinelli, Milano, 2004, Saggi scelti da Reflections on the Gulag. With an Documentary Appendix on the Italian Victims of Repression in the USSR, edited by E. Dundovich, F. Gori, E. Guercetti, Annali Anno Trentasettesimo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2003.

Questo volume accoglie un primo momento di riflessione e di confronto, dopo l'apertura degli ex archivi sovietici, sulla storia del sistema repressivo dei Soviet fra il 1918 e gli anni del secondo dopoguerra. Nel quadro dello sviluppo del sistema del Gulag trova posto la storia dell'emigrazione italiana e della sua repressione soprattutto negli anni del terrore staliniano. Lunghe ricerche condotte negli archivi russi hanno permesso la ricostruzione delle vicende biografiche di circa mille italiani la cui storia diventa simbolo di alcuni nodi centrali di tutta la storia del XX secolo: il rapporto fra l'Unione Sovietica e i paesi capitalisti, la dinamica che si instaura fra PCI e PC sovietico, la relazione fra il mondo dell'emigrazione straniera e lo sviluppo della politica interna e internazionale dell'URSS.

Con i saggi di: N. Petrov, Il Gulag come strumento della politica repressiva in Unione Sovietica, 1917-1939; M. Craveri, Il lavoro forzato in Unione Sovietica, 1939-1956; P. Poljan, Le repressioni contro gli stranieri in Unione Sovietica: Grande Terrore, Gulag, deportazioni; F. Firsov, Il Comintern e il terrore staliniano; E. Dundovich, F. Gori, E. Guercetti, L'emigrazione italiana in URSS: storia di una repressione; I. Å cherbakova, La memoria del Gulag. Ricordi e testimonianze orali di ex detenuti; A. Morozova, Le lettere dei detenuti politici negli anni trenta conservate nell'Archivio del Centro studi "Memorial"; H. Kaplan, Aspetti e problemi della bibliografia del Gulag.

Elena Dundovich insegna Storia delle Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze. Fra le sue pubblicazioni: Tra esilio e castigo (1998), L'URSS in Afghanistan (2000). Francesca Gori ha seguito per molti anni alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli la sezione dell'Est europeo e in particolare dell'ex Unione Sovietica. Tra le pubblicazioni da lei curare: The Cominform. Minutes of the Three Conferences 1947/1948/1949 (1994) e, con Silvio Pons, Dagli archivi di Mosca. L'URSS, il Cominform e il PCI, 1943-1951 (1998). Emanuela Guercetti è traduttrice, docente di Teoria e tecnica della traduzione presso l'Università degli studi di Milano.
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Dundovich E., Gori F., Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma.Bari, 2006

Siamo a Mosca nei primi anni Trenta. All'ombra del Cremlino vive una numerosa comunità di emigrati politici italiani con le loro famiglie. Altri si sono stabiliti in diverse città dell'Urss. Accusati di spionaggio, usati come ostaggi per ricattare il governo della madrepatria, spesso semplicemente vittime di un clima di sospetto e malinteso, su di loro si abbatte la repressione del regime di Stalin: complessivamente sono più di mille gli italiani fucilati, internati nei campi di concentramento, confinati, deportati, privati dei diritti civili e del lavoro, emarginati. Questo volume racconta le loro vite, frammenti di storia silenziosa, volutamente ignorata o poco nota. Con rigore storiografico e piglio narrativo, queste pagine ne danno una ricostruzione completa e basata su materiale inedito frutto della lunga ricerca condotta dalle autrici negli archivi dell'ex Unione Sovietica.


Elena Dundovich insegna Storia delle Organizzazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze e Storia della cultura russa presso la Facoltà di Viterbo. Tra i suoi lavori Tra esilio e castigo. Il Komintern, il PCI e la repressione degli antifascisti in URSS(1936-1938), Roma (1998); Stalin. Josif Vissarionovich Djugashvili: l'uomo d'acciaio che trascinò la Russia nel terrore (Milano 2004).


Francesca Gori si occupa da anni di storia sovietica e del dissenso nei paesi dell'Europa centro-orientale. Ha diretto per lungo tempo la sezione dell'Est della Fondazione Feltrinelli. Tra i suoi molti lavori, Dagli Archivi di Mosca. L'URSS, il Cominform e il PCI, 1943-1951 (con Silvio Pons, Roma 1998). Con Elena Dundovich ed Emanuela Guercetti ha curato Reflections on the Gulag. With a Documentary Appendix on the Italian Victims of Repression in the USSR (Milano, 2003).
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Flores M., 1917. La rivoluzione, Einaudi, Torino 2007.

Nel nostro immaginario, la Rivoluzione novecentesca per eccellenza è ancora quella che si svolse a Pietrogrado tra il Febbraio e l'Ottobre del 1917. Novant'anni dopo, Marcello Flores ripercorre il senso e la dinamica di quel passaggio cruciale guardando alla nostra percezione di abitanti del XXI secolo. E' il racconto di un lungo caos che risponde alle speranze e alle paure di tanti. E' la sovversione di modi di pensare e della quotidianità, che sprigiona energie a lungo represse creando illusioni e speranze. Ma è anche l'euforia che cede il passo alla disillusione e la critica generalizzata del potere che sovrasta la partecipazione democratica. La Rivoluzione russa sostituisce l'anima razionale della politica con la pulsione emotiva della mobilitazione di massa, rimescolando le appartenenze e intrecciandosi con le forme arcaiche dell'eredità russa. Il risultato di quella miscela ha continuato ad affascinare per decenni l'Occidente, che vi ha riflesso le sue aspettative e l'immagine di un suo possibile futuro. Perché, come ha scritto Arthur Koestler, «la conversione al comunismo non era una moda o una follia, ma l'espressione sincera e spontanea di un ottimismo portato alla disperazione».
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Flores M., a cura di, Diritti umani. Cultura dei diritti e dignità della persona nell'epoca della globalizzazione, UTET 2007

DIRITTI UMANI è la prima grande opera al mondo che fa il punto più completo e aggiornato sulla cultura dei diritti umani. L'opera si configura come un lavoro veramente "multimediale". E' infatti organizzata in "moduli" che attingono a "media" differenti: testi scritti (voci enciclopediche, saggi, documenti giuridici e filosofici, trattati), disegni e schemi, reportage fotografici, filmati, ipertesti:
2 volumi di DIZIONARIO: tutte le voci dei diritti umani, in un'ampia e approfondita trattazione enciclopedica
2 volumi di ATLANTE: una panoramica dei diritti umani attraverso il mondo
1 volume di DOCUMENTI: i testi dei diritti umani, dall'antichità ad oggi
L'ALBUM DEI DOCUMENTI FOTOGRAFICI, in coedizione con Contrasto: la fotografia umanitaria attraverso il lavoro di venti fotografi di fama internazionale in un volume di denuncia e di grande impatto emotivo
VIAGGIO NEI DIRITTI UMANI, 2 dvd video (3D Produzioni Video): un viaggio attraverso i cinque continenti, tra cronaca, informazione, emozione e poesia, con le voci narranti di Michele Placido e Laura Morante, con il contributo della testimonianza di storici, economisti, premi Nobel,giornalisti, giuristi, sociologi, operatori umanitari e, soprattutto, delle vittime delle violazioni dei diritti umani
1 CD-ROM ipertestuale: un potente motore di ricerca permette la consultazione ipertestuale di tutti i testi del Dizionario e dell'Atlante.
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Flores M., Il Genocidio degli armeni, Il Mulino, Bologna, 2006

Negli ultimi anni il tema dei delitti contro l'umanità, delle grandi stragi che hanno punteggiato il Novecento, è affiorato prepotentemente nella riflessione pubblica sulla storia. Nel raccontare il genocidio armeno, Flores prende le mosse dal declinare dell'impero ottomano nell'Ottocento, dalle posizioni delle potenze europee sull'area, dal sorgere anche nei territori ottomani di istanze nazionaliste, per mostrare come già sul finire del secolo il governo ottomano metta in opera sanguinose persecuzioni contro gli armeni. A seguito della crisi d'inizio secolo e della perdita dei territori balcanici, la Turchia vive una radicalizzazione nazionalista che, con lo scoppio della Grande guerra, porta alla decisione di deportare e sterminare gli armeni. Fra l'aprile del 1915 e il settembre del 1916 centinaia di migliaia di armeni vengono uccisi. Il volume ricostruisce analiticamente il processo, riconducendolo con attenzione all'interno della politica turca e dello scenario internazionale. Infine presenta la lunga battaglia della memoria che si combatte da allora su un genocidio che la Turchia continua a negare. Una ricostruzione arricchita da un corposo inserto fotografico (a cura di B. Guerzoni) puntualmente commentato.


Marcello Flores insegna Storia comparata nella Facoltà di Lettere dell'Università di Siena. Con il Mulino ha pubblicato "Sul PCI" (con N. Gallerano, 1992), "L'età del sospetto" (1995), "1956" (1996), "Il Sessantotto" (con A. De Bernardi, 1998) e "Il secolo mondo" (2002).
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Giusti M.T., I prigionieri italiani in Russia, Bologna, Il Mulino, 2003

La partecipazione italiana nell'attacco all'Unione Sovietica scatenato dalla Germania nazista nel giugno 1941 fu probabilmente, delle imprese belliche volute da Mussolini, quella di più tragico esito; e tanto più lo fu per quei militari italiani che caddero prigionieri dei russi. Gli italiani ebbero infatti, fra i prigionieri di guerra in mano sovietica, la percentuale maggiore di morti; dai lager russi, a guerra finita, non tornarono che poche migliaia di reduci. Sulla campagna di Russia, sulla prigionia, sulla sorte e il numero effettivo dei dispersi si è scritto molto. Memorie di testimoni, indagini storiche e polemiche politiche hanno tenuto desta l'attenzione su un tema che tuttavia, finché è perdurata l'inaccessibilità degli archivi sovietici, rimaneva malconosciuto. Lavorando ora su materiale inedito di parte russa, oltreché sulle testimonianze dei sopravvissuti, l'autrice ha potuto documentare per la prima volta nella sua completezza il calvario dei prigionieri italiani in Russia: dal momento della cattura alle massacranti marce del "davaj" verso i primi campi di raccolta nelle retrovie, dalla vita nei lager al difficile e contrastato rimpatrio, che per alcuni si concretò solo nel 1954. La nuova documentazione consente di identificare la rete dei campi di prigionia, di stabilire la contabilità degli internati e dei morti, di conoscere attraverso le direttive e i decreti l'atteggiamento dei sovietici riguardo ai prigionieri e il concreto funzionamento dei campi. Ne risulta una ricostruzione terribile, che con l'eloquenza spassionata dei fatti illumina un luogo ancora vivo e dolorante della memoria italiana.
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Gori F, a cura di, La Cecenia dei bambini, Einaudi, Torino 2007.

Questo volume raccoglie una scelta di temi scritti da studenti ceceni per partecipare al concorso "L'uomo e la storia. La Russia nel XX secolo", indetto annualmente fin dal 1999 fra gli studenti delle ultime classe della scuola dell'obbligo dall'associazione Memorial.
La lunga tragedia del Caucaso rivive nelle pagine straordinarie di questi componimenti scolastici, che i bambini e i ragazzi di Cecenia hanno scritto negli anni per raccontare la propria vita familiare. Storie di giovani e giovanissimi che assistono a violenze devastanti, memorie di ragazzi che ricordano decenni di soprusi, racconti di assuefazione precoce alla morte. E' un'epopea che scorre dinanzi ai nostri occhi, nelle parole semplici e feroci di adolescenti già consapevoli della brutalità del quotidiano. E' la storia orale di un popolo e del suo dramma senza fine, una storia che affonda le sue radici nell'impero zarista e che in questi anni è tornata ad interrogare le nostre coscienze. Su tutto, riemerge l'orgoglio di una nazione che dopo aver combattuto per secoli nel Caucaso contro i russi oggi rivendica nuovamente la propria identità.

"Una notte, quando cominciarono i bombardamenti, il nonno si spaventò a tal punto che ci potesse succedere qualcosa che non lo sopportò. La mattina dopo il bombardamento si mise a letto, nonostante che fosse un uomo molto forte. Rimase a letto tutto il giorno, la sera si sentì peggio e di notte morì, morì sotto i nostri occhi. Io e tutti gli altri attorno sembravamo impazziti. Un uomo stava morendo e noi non potevamo andare da nessuna parte a cercare un aiuto. La morte dunque avviene in maniera molto semplice e niente può ostacolarla. Quella notte probabilmente maturai di colpo di diversi anni. Mi sembrava di essere svuotato di ogni sentimento. Provavo soltanto voglia di morire".
Download, recensione Maria Elena Murdaca
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Graziosi, A., L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007.

Nel suo nuovo libro Andrea Graziosi traccia la parabola dell'Urss dalle origini fino al suo trionfo sul nazismo. Il suo studio si basa sulla documentazione resasi disponibile dopo il collasso dell'Urss e sulle ricerche condotte su di essa che gli hanno permesso di mettere insieme una ricostruzione nuova. Due dittature affini ma anche profondamente diverse, quella di Lenin e quella di Stalin, due guerre mondiali, una guerra civile e una guerra scatenata nel 1929 dal regime contro la sua popolazione, che causò nel 1931-33 due carestie sterminatrici, nonché la più grande operazione di terrore preventivo mai condotta in epoca di pace in un paese europeo, formano lo sfondo in cui Graziosi inserisce la costruzione del grande "esperimento" sovietico. Al centro dell'attenzione vi sono l'ideologia, nonché le mentalità e i comportamenti del gruppo dirigente, dei contadini, degli operai, delle donne e degli intellettuali; le capacità e i limiti di un sistema economico peculiare; le esperienze vissute dalle nazionalità; l'influenza che l'Urss ha esercitato sia attraverso gli strumenti tradizionali, sia attraverso lo straordinario potere di attrazione di quella che è stata l'ultima grande utopia nata in Occidente.
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Graziosi, Andrea, L' Urss dal trionfo al degrado, Il Mulino, Bologna, 2008

Andrea Graziosi ha raccontato la parabola del comunismo al potere nel più grande Stato del mondo in due corposi volumi editi dal Mulino rispettivamente nel 2007 e nel 2008. Il primo, L' Urss di Lenin e di Stalin (pagg. 630, euro 30), tratta del periodo dal 1914 al 1945, il secondo, L' Urss dal trionfo al degrado (pagg. 741, euro 32), quello dal 1945 al 1991. Una vera miniera, uno strumento di conoscenza importante, un' occasione di continue riflessioni su una storia che l' autore giustamente definisce «tragica».
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Grossman, Vasilij, Vita e Destino. Traduzione di Claudia Zonghetti, Milano, Adelphi, 2008

"Ho scritto ciò che sentivo, ciò che pensavo (..) e non ho voluto tacere o tenere nascosta questa mia verità sofferta. (..) Nel mio libro ci sono pagine amare, grevi (..). Forse non sarà facile leggerle, ma mi creda se le dico che neanche scriverle è stato facile. E comunque non avrei potuto farne a meno..."

Così Grossman scrive a ChruÅ¡chev dopo il sequestro del suo libro.

Vita e destino, cattedrale maestosa (B. Jampol'skij) intitolata all'imperativo morale tolstojano di non tacere, è il racconto della dignità umana messa alla prova dalla tragedia della guerra, dei lager e dei campi di sterminio.
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Istorija Stalinskogo Gulaga. Konec 1920-x-pervaja polovina 1950-x godov, Sobranie dokumentov v semi tomach, Rosspen, Moskva 2004.

Istorija Stalinskogo Gulaga. Konec 1920-x-pervaja polovina 1950-x godov,raccolta documentaria in sette volumi, curata dall'Agenzia Archivistica Federale della Russia, dall'Archivio di Stato della Federazione Russa e dalla Hoover Institution on War, Revolution and Peace, presenta una selezione di documenti relativi a uno dei più vasti e brutali sistemi penali del ventesimo secolo.
Questi volumi riassumono dieci anni di ricerca negli archivi del Gulag e sul Gulag. Presentando un gran numero di nuovi documenti, i redattori delle serie hanno anche fatto assegnamento su molte pubblicazioni apparse di rccente sul sistema penale stalinista e sul Gulag.
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Kersnovskaja Evfrosinija, Quanto vale un uomo. Traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Bompiani, 2009

In questo volume di memorie, illustrato da centinaia di suoi disegni, Evfrosinija Kersnovskaja ripercorre la sua straordinaria vicenda umana e il suo viaggio attraverso i vari gironi del Gulag. Deportata in Siberia come molti suoi compatrioti dopo l'occupazione sovietica della Bessarabia, conosce il lavoro massacrante al taglio del bosco, le più crudeli angherie e la fame, finché si decide a fuggire. Percorre così a piedi millecinquecento chilometri da sola nella tajga, prima di venire nuovamente catturata e condannata alla fucilazione. Ma la condanna è commutata in 10 anni di lager, e Kersnovskaja li sconta in diversi campi, dove lavora come muratore, veterinario, infermiera, dissettore all'obitorio, minatore... Anche qui, incontra compagni di sventura e aguzzini, raccoglie centinaia di storie.
Il libro è una testimonianza davvero unica ed estremamente convincente, anche grazie all'efficacia delle illustrazioni, della capacità dell'autrice di resistere all'orrore e conservare anche attraverso le più dure esperienze il proprio volto umano, la capacità di indignarsi e di provare compassione.
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Kizny T., GULAG, Bruno Mondadori, Milano, 2004. Con testi di Norman Davies, Jorge Semprun, Sergej Kovalev.

Un documento eccezionale sulla storia dell'ex Unione Sovietica e sul suo sistema concentrazionario. Un'opera, frutto di diciassette anni di ricerche, che raccoglie 550 fotografie, la maggior parte delle quali mai viste, e cartine, dati, analisi basate su documenti di prima mano.
«Decine di milioni di zek e prigionieri, fossero essi criminali o prigionieri politici, morirono di fame e di freddo, furono sfruttati, picchiati e uccisi. Alcuni tra i più giovani, i più forti e i più resistenti, riuscirono a sopravvivere. Ma la speranza di vita non andava al di là di un inverno», NormanDavies; «Bisogna mettere a confronto nazismo e comunismo per stabilire in modo storicamente indiscutibile l'identità e le differenze tra i due sistemi sociali totalitari. C'è, infatti, identità e alterità tra gli arcipelaghi dei Lager nazisti e i Gulag stalinisti. Le immagini di questo libro permettono di comprenderlo», Jorge Semprun; «Ancora oggi i giornalisti sanno che cosa non hanno il diritto di evocare. I giudici conoscono i confini della propria indipendenza. Questi sono gli effetti della loro educazione sovietica. E' l'ombra proiettata dal Gulag», Sergej Kovalev.

Tomasz Kizny , fotografo e giornalista polacco, dopo l'entrata in vigore della legge marziale nel 1981, è stato uno dei fondatori di "Dementi", associazione clandestina di fotografi indipendenti. Dal 1986 ha raccolto le testimonianze dei vecchi prigionieri di guerra polacchi tornati in patria dopo la morte di Stalin. Dopo la caduta del regime sovietico ha viaggiato su tutto il territorio dell'ex Unione Sovietica alla ricerca di ricordi e tracce di quello che costituiva un mondo a parte, quella terra sperduta nel mezzo dell'immensità sovietica: il Gulag. Vive e lavora a Parigi.
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Lehner G., Carnefici e vittime, Mondadori, Milano, 2006.

Dopo La tragedia dei comunisti italiani, Giancarlo Lehner, con una nuova serie di sconcertanti documenti inediti emersi dalle sue ricerche e da quelle di Francesco Bigazzi negli archivi sovietici, prosegue il proprio racconto sulla drammatica sorte che toccò a tanti italiani deportati nei gulag di Stalin. A molti di questi giovani disillusi dà un nome e un volto, restituendo loro l'integrità morale e politica. Attraverso i verbali degli estenuanti interrogatori ne ricostruisce la storia, il cui triste epilogo segue un copione predeterminato: dopo inimmaginabili torture, tutti si autoaccusano e dichiarano di aver svolto attività spionistica a favore dell'Italia fascista, nonché di essere trotzkisti e bordighisti. Da qui alla condanna a morte il passo è breve. Soltanto dopo il 1956 verranno in gran parte "riabilitati", ma spesso alle famiglie non sarà comunicata la vera causa del decesso. Carnefici e vittime fa luce su una pagina dimenticata della nostra storia recente, denunciando la precise responsabilità del comitato dirigente del Partito comunista italiano di allora. Il suo intento è quello di rimediare a "un'amnesia programmata" di cui furono vittime "centinaia di donne e uomini traditi dalla loro stessa fede politica tanto generosamente e perigliosamente testimoniata".


Giancarlo Lehner (1943) Roma, storico e giornalista, è stato per lunghi anni redattore dell' "Avanti!". Ha pubblicato vari saggi, tra cui: Il nazionalismo in Italia e in Europa (1973), Economia, politica e sociatà nella prima guerra mondiale (1974), Parola di generale: neofascismo, analfabetismo e altro nella stampa delle Forze Armate (1975); Dalla parte dei poliziotti (1978); Turati e Gramsci per il socialismo (1987); Il giorno che sconvolse l'URSS (1989) Palmiro Togliatti (1991); Dialoghi del terrore (1992); Borrelli, autobiografia non autorizzata (1995), Il caso Sergio Caneschi (1996), Toga, Toga, Toga! (1998), La tragedia dei comunisti italiani (2000) e Storia di un processo politico (2003).
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Lugovskaja N., Il diario di Nina, traduzione di E. Dundovich, cura e postfazione di E. Kostioukovitch, Frassinelli, Milano, 2004.

Nina è una ragazzina moscovita che nelle prime pagine ha appena tredici anni. Intelligente, emotiva, curiosa, attraversa crisi adolescenziali, nutre grandi ambizioni, è gelosa delle sorelle e ama in segreto. Ma, soprattutto, ha uno sguardo maturo con cui coglie e valuta gli eventi e il mondo che la circonda. Attraverso di lei sappiamo come si viveva nella Mosca degli anni Trenta, dove le perquisizioni erano all'ordine del giorno, lo spettro del confino o addirittura del Gulag una possibilità più che concreta così come la fame, gli stenti, la convivenza forzata. Rinvenuto recentemente negli archivi della polizia segreta russa dalla studiosa Irina Osipova, il testo è giunto fino a noi intatto, indenne da intromissioni famigliari o da devastazioni censorie.
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Nissim G., Una bambina contro Stalin, Milano, Mondadori, 2007.

Luciana De Marchi cominciò la sua battaglia personale contro Stalin quando aveva appena tredici anni. Suo padre Gino, regista cinematografico, era un attivo militante del Partito comunista, emigrato in Russia neI 1921 per 'servire la causa della rivoluzione socialista'. Ma nel 1922 fu accusato ingiustamente di essere una 'spia dell'Italia fascista' e nel 1937, durante i processi staliniani, fu di nuovo arrestato con la stessa imputazione. Sottoposto a incalzanti interrogatori, De Marchi continuò a negare con fermezza di aver svolto attività di spionaggio. Fu condannato, senza processo, alla pena capitale e venne fucilato a Butovo. Ufficialmente morì di peritonite in un gulag. Luciana ha dedicato la sua intera esistenza alla ricerca del padre e alla difesa della sua memoria. Gabriele Nissim, che ha incontrato Luciana De Marchi numerose volte, ricostruisce una vicenda umana che la storiografia ufficiale ha fino ad oggi ignorato.
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Pianciola N., Stalinismo di frontiera. Colonizzazione agricola, sterminio dei nomadi, Viella, 2009.

Perché i nomadi kazachi soffrirono più di ogni altra popolazione sovietica la «rivoluzione dall'alto staliniana», e più di un terzo di loro, un milione e mezzo di persone, morì nella grande carestia all'inizio degli anni Trenta del Novecento? Quale fu la realtà delle politiche di «modernizzazione dall'alto» in Asia centrale, dove i popoli nomadi furono sottoposti a processi di «sedentarizzazione» guidata dallo Stato e di trasformazione culturale violenta? Quale fu l'importanza dell'eredità del colonialismo zarista in Asia centrale per le politiche di Lenin e Stalin? Che ruolo giocò la presenza di una vasta popolazione di contadini slavi, immigrati nella steppa centroasiatica negli ultimi decenni dello zarismo, nella tragedia kazaca? Come interagirono le politiche sovietiche delle nazionalità e le politiche economiche staliniane in Asia centrale?
Queste domande ruotano intorno al problema della natura ambigua dello Stato sovietico in Asia, un potere in parte neocoloniale e in parte decolonizzatore. Sulla base di anni di ricerche negli archivi ex sovietici della Federazione russa, del Kazakstan e dell'Uzbekistan, il libro prova a dare risposte a queste e ad altre questioni, affrontando l'evento più traumatico nella formazione dell'Asia centrale contemporanea.
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http://www.viella.it/Edizioni/Media/Media_03.htm

Politkovskaja A., La Russia di Putin, Adelphi, Milano, 2005.

Da qualche tempo l'Occidente cerca di tranquillizzarsi sulla Russia presentando Vladimir Putin come un bravo ragazzo volenteroso. Ma ora questo libro di Anna Politkovskaja, giornalista moscovita nota per i suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti umani in Russia, ci svela, in pagine ben documentate e drammatiche, tale autoinganno. Ed è un libro destinato a restare memorabile per la maestria e l'audacia con cui l'autrice racconta le storie (pubbliche e private) della Russia di oggi, soffocata da un regime che, dietro la facciata di una democrazia in fieri, si rivela ancora avvelenato di sovietismo. Ma non si pensi a una fredda analisi politica: «Il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia» scrive la Politkovskaja. E tanto meno si pensi a una biografia del presidente: Putin resta infatti sullo sfondo, anzi dietro le quinte, per essere chiamato sul proscenio soltanto nel tagliente capitolo finale, dove viene ritratto come un modesto ex ufficiale del kgb divorato da ambizioni imperiali. In primo piano ci incalzano invece squarci di vita quotidiana, grottesca quando non tragica: la guerra in Cecenia con i suoi cadaveri «dimenticati»; le degenerazioni in atto nell'ex Armata Rossa; il crack economico che nel '98 ha travolto la neonata media borghesia, supporto per un'autentica evoluzione democratica del Paese; la nuova mafia di Stato, radicata in un sistema di corruzione senza precedenti; l'eccidio a opera delle forze speciali nel teatro Dubrovka di Mosca; la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia.


Anna Politkovskaja era nata a New York nel 1958 da genitori ucraini diplomatici sovietici all'Onu. Aveva studiato alla facoltà di giornalismo dell'università statale di Mosca. Dopo la laurea lavorò per il quotidiano Izvestija per poi passare al giornale della linea aerea Aeroflot. Con l'inizio della perestrojka, Anna Politkovskaja passa alla stampa indipendente, che in quegli anni comincia a emergere e ad affermarsi: prima la ObÅ¡chaja Gazeta, poi la Novaja Gazeta. In seguito Anna Politkovskaj è diventata una delle croniste più tenaci del conflitto in Cecenia denunciando senza paure i crimini contro la popolazione commessi da tutte le parti in lotta. In questi anni ha ricevuto molte minacce di morte da soldati russi, combattenti ceceni e altri gruppi armati che operano ai margini della guerra. E' stata assassinata da un killer a Mosca il 7 ottobre 2006.
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Reati F.E., Dio dira' l'ultima parola, Arca Edizioni, Trento, 2003

Padre Emilio Fiorenzo reati è francescano, vive e lavroa in Russia da 9 anni. E' professore al Seminario cattolico di San Pietroburgo, già direttore dell'Istituto Superiore per gli Studi filosofici "San Tommaso d'Aquino" e incaricato di corsi di filosofia presso l'Università statale di San Pietroburgo. Il presente volume è un tentativo di ricostruire sulla base di documenti di archivio, ancora sconosciuti, la tragica vicenda della Chiesa cattolica in epoca sovietica, tema ancora ignoto in Occidente.

Riscassi A., Bandiera arancione la trionferà! Le rivoluzioni liberali nell'est europeo. Prefazione di Pietro Marcenaro. Melampo editore, 2007

Il Muro di Berlino è ormai un lontano ricordo, ma per molti Paesi ex sovietici la fine del comunismo non ha segnato l'inizio della libertà.
Ora l'Europa orientale è attraversata da movimenti di protesta popolare. La gente scende in piazza e cerca di abbattere i regimi autoritari.
Le hanno chiamate rivoluzioni di velluto, colorate o arancioni, come quella vittoriosa in Ucraina. I rivoluzionari cercano soprattutto di sciogliere il giogo che ancora lega molte repubbliche post-sovietiche a quella che era la capitale dell'Urss. A Mosca però c'è Vladimir Putin che ha rispolverato i simboli del passato e, grazie alle materie prime, tiene sotto scacco i Paesi confinanti.
Anche l'Italia fa la sua parte, mantenendo rapporti privilegiati col Cremlino e concedendo ai russi di vendere direttamente il gas nelle nostre case.
Accendendo i fornelli non dobbiamo dimenticare di quanti, nell'area ex sovietica, patiscono la mancanza di libertà. Si può finire in carcere sventolando una bandiera e in manicomio candidandosi alle elezioni. Gli imprenditori non in linea sono condannati ai lavori forzati e i giornalisti indipendenti picchiati a morte in cella o uccisi a colpi di pistola nell'androne di casa. Il Kgb non c'è più. Ma il polonio circola ancora.
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Rossi J., Manuale del Gulag. Dizionario storico, traduzione e cura di F. Gori, E. Guercetti, L'Ancora del Mediterraneo, 2006.

«Qualche parola sul manuale. esso contiene termini specifici, ufficiali e non, disposizioni e ordinanze governative, pubblicate e no. Ho raccolto questi dati dal 1937 al 1958 (alla Lubjanka, a Butyrki, in qualche decina di carceri di transito, nei campi di Noril'sk, nelle carceri centrali di Aleksandrovskoe e Vladimir), poi, dal 1958 al 1961, in Asia centrale dove mi trovavo confinato. Nel corso di questi anni ho intervistato migliaia di persone, fra cui ex detenuti delle isole Solovki (il primo grande campo sovietico), prigionieri politici e delinquenti comuni dell'epoca zarista e dei primi tempi dell'epoca sovietica. molti dei miei compagni sentivano il bisogno di dare la loro testimonianza. Non so perché, ma sembravano credere che, in quanto francese, un giorno forse avrei avuto la fortuna di tornare in libertà. Con mia grande sorpresa, è stato proprio così. non riesco ancora a crederci». «La mia esperienza del gulag mi consente di dire che è soprattutto grazie al terrore messo in atto contro lo stesso popolo sovietico, e grazie alla menzogna e alla dissimulazione esercitati senza limiti e senza vergogna nei confronti del mondo intero che l'utopia leninista ha potuto durare così a lungo».


Jacques Rossi, giovanissimo, aderisce al partito comunista e parte per Mosca dove viene assegnato, per via della sua approfondita conoscenza di diverse lingue, alla sezione delle relazioni internazionali del Komintern. Dopo numerose missioni in giro per il mondo (Berlino, Parigi, Roma, Varsavia e la Spagna in guerra civile), nel 1937 viene richiamato d'urgenza a Mosca. Qui è sottoposto a estenuanti interrogatori, accusato di spionaggio e condannato senza alcun processo a "otto anni di lavoro correzionale". Resterà nel lager per 19 anni, alla fine dei quali dovrà scontare altri cinque anni di confino in Siberia.
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Salomoni A., L'Unione Sovietica e la Shoah. Genocidio, resistenza, rimozione, Bologna, Il Mulino, 2007

L'annientamento della popolazione ebraica compiuto dai nazisti durante l'invasione dell'Unione Sovietica è rimasto per lungo tempo, malgrado le sue dimensioni (quasi la metà delle vittime dell'olocausto), assai poco studiato. All'origine stava la difficoltà degli storici di accedere agli archivi sovietici e di interpretare la documentazione ufficiale, stando alla quale nella guerra scatenata dai tedeschi contro i popoli sovietici non vi fu una "guerra speciale" contro gli ebrei. Oggi invece la pubblicazione di una grande quantità di materiali permette non solo di ricostruire le modalità della "soluzione finale" sul fronte orientale, ma anche di illustrare le contraddizioni della politica dell'Urss di fronte alla nazione ebraica e allo sterminio. Il volume mette in evidenza i principali aspetti della shoah nei territori sovietici occupati dai nazisti: l'immediata esecuzione degli "ordini" d'identificazione e soppressione su base razziale; la natura pubblica del genocidio e la sua funzione esemplare; il successo della propaganda antisemita associata a quella antibolscevica; il ruolo del collaborazionismo delle popolazioni locali e il loro coinvolgimento negli eccidi avvenuti durante il conflitto.
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Sazonova, Natalia, Il jazzista del Gulag, Napoli, L'ancora del mediterraneo, 2008.

La straordinaria vita di Eddie Rosner tra Hitler e Stalin
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Terloeva, Milana Ho danzato sulle rovine, Milano, Corbaccio, 2008.

"Vivere la guerra, scrivere la guerra": avrebbe potuto essere questo un sottotitolo del volume di Milana Terloeva. "La guerra è entrata nelle nostre vite, - vi ha scritto- non ha soltanto distrutto le nostre città, i nostri villaggi, i nostri percorsi abituali, le nostre case: essa ha contaminato le nostre anime".
Il racconto si snoda con l'andamento di una sorta di diario, da Orechovo, a Groznyj, in Inguscezia, poi ancora a Groznyj, e infine a Parigi, dove Etudiants sans frontieres, un'associazione che accoglie studenti ceceni consente a Milana di frequentare la scuola di giornalismo nella Facoltà di Scienze politiche. La sua è una memoria recente, quasi in presa diretta, che si alterna ad altre memorie che affondano nella più lontana e drammatica storia dei ceceni: come il ricordo della nonna, deportata con tutto il suo popolo nell'inverno del 1944 verso le steppe del Kazakistan per ordine di Stalin, per il sospetto di collaborazione con i nazisti. Durante la deportazione più di un terzo della popolazione morì.
Milana Terloeva è membro dell'Associazione Memorial di Groznyj.
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Werth N.,. L'Isola dei cannibali. Siberia, 1933: una storia di orrore all'interno dell'arcipelago gulag. Corbaccio, Milano, 2007

Conosciamo bene ormai la storia dei lager nazisti e dei gulag sovietici, ma non sapevamo che il trasferimento forzato in Siberia di elementi «socialmente nocivi» dette a luogo a sperimentazioni sociali che sembrano uscite dalla mente dell'inventore di Frankenstein. Nel 1933 fu deciso che gruppi di «nocivi» sarebbero stati trasportati in zone pressoché totalmente disabitate e abbandonati a se stessi: una formula che avrebbe permesso di creare insediamenti umani nel grande Far East sovietico e di verificare le capacità di adattamento degli esseri umani a un ambiente privo di qualsiasi struttura. Alcune migliaia, ad esempio, vennero scaricate a Nazino, un'isola del fiume Ob a circa 900 chilometri dalla città di Tomsk. Nel giro di pochi giorni l'isola e la zona circostante divennero un girone infernale. Disperati e affamati, questi «coloni» cercarono di fuggire, si dispersero nelle campagne, dettero l'assalto alle case dei villaggi vicini, divennero ladri, assassini e soprattutto cannibali. Quasi tutti morirono d'inedia, si uccisero a vicenda o furono sommariamente giustiziati.All'origine del libro di Nicolas Werth vi è il rapporto di una commissione d'inchiesta costituita dal comitato regionale del partito comunista della Siberia occidentale nel settembre del 1933. Gli esperimenti furono interrotti, ma occorreva pur sempre organizzare la vita e la sussistenza delle centinaia di migliaia di persone che vennero avviate verso gli Urali, la zona del mare di Azov o le regioni più inospitali del lontano oriente. L'ideologia, l'odio di classe e la spaventosa inefficienza burocratica del sistema sovietico produssero un disastro umano di proporzioni continentali, Come racconta Werth, l'occasione per una soluzione finale venne nel 1937, quando il peggioramento dei rapporti con il Giappone permise l'eliminazione di tutti coloro che avrebbero potuto diventare, secondo la tesi dell'NKVD, una «quinta colonna del nemico». Quando un maggiore «sfoltimento» appariva opportuno i responsabili locali chiedevano il passaggio dei prigionieri alla categoria superiore e venivano autorizzati, talora, con un ordine firmato da Stalin. Nel giro di quindici mesi, le persone arrestate furono 767.000, quelle fucilate 387.000
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Westerman F., Ingegneri di anime, Titolo dell'opera originale Ingenieurs Van de Ziel, 2002, Traduzione dal neerlandese di F. Paris, Feltrinelli, Milano, 2006.

Il 26 ottobre 1932 Stalin si presentò a sorpresa a una riunione di una dozzina di scrittori importanti convocati a Mosca da Maxim Gorky. Stalin dichiarò che i progressi industriali sarebbero stati vani senza la formazione del nuovo uomo sovietico: la produzione di carri armati doveva andare di pari passo con quella delle anime e il compito di forgiarle toccava agli scrittori. "Siate ingegneri di anime" fu il suo monito. Da allora non ci fu complesso industriale che non avesse racconto celebrativo. L'ingegneria idraulica, in particolare, era il vanto dei piani quinquennali e la letteratura che ne esaltava le opere gigantesche poteva riempire una biblioteca. Tutti gli scrittori pagarono il loro tributo a dighe e canali, che ebbero costi umani e ambientali elevatissimi. Dal Mar Bianco al Mar Caspio l'autore investiga e racconta il delirio di Stalin di cambiare la geografia e il clima con progetti faraonici mai finiti, perché impossibili, come quello di canalizzare le acque dei fiumi siberiani verso i deserti meridionali per permettere la coltivazione del cotone. Nel libro di Westerman c'è quindi un rapporto strettissimo tra industrializzazione e "produzione di anime", alla quale fu costretta un'intera generazione di scrittori. Ingegneri di anime è un viaggio doppio, in cui si intrecciano due mondi: quello dei "fisici" (ingegneri, tecnologi ecc.) e quello dei "lirici" (poeti e narratori) nel periodo più repressivo della storia sovietica.

Frank Westerman (1964), ingegnere, giornalista e scrittore neerlandese, ha pubblicato numerosi saggi tra i quali De Graanrepublik (La repubblica del grano) e El Negro en ik (El Negro e io). Tutti i suoi libri, e in particolare Ingengeri di anime (tradotto in tedesco, inglese, francese e spagnolo), hanno ricevuto ampi riconoscimenti pubblici.
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