MOSTRA "GULag. Storia e immagini dai lager staliniani"
GULag
Dopo il 1929, quando Stalin divenne leader indiscusso all'interno del partito comunista bolscevico, si sviluppò in Unione Sovietica un complesso sistema concentrazionario creato al fine di reclutare, attraverso campagne di terrore sempre più perfezionate, manodopera forzata da impiegare nella colonizzazione della regioni più remote dell'Unione Sovietica ricche di materie prime. L'origine del GULag è dunque strettamente legata all'obiettivo di modernizzazione del paese che il gruppo dirigente staliniano si prefisse rappresentando nello stesso tempo anche un efficace strumento funzionale al controllo capillare della società sovietica e alla sua epurazione da eventuali avversari del regime.
Tra gli inizi degli anni Trenta e il 1953, anno della morte del grande tiranno, furono creati sul territorio sovietico circa 500 lager ciascuno dei quali poteva accogliere da poche decine di individui sino a centinaia di migliaia di detenuti. Allo stato attuale della documentazione si calcola che furono circa tra i 22 e i 27 milioni le persone che, per brevi o lunghi periodi, furono vittime del sistema repressivo sovietico. Nei campi di lavoro forzato, i cosiddetti Ispravitel'no-Trudovye Lagerja, i detenuti lavoravano in condizioni disumane, a temperature che in alcune regioni, durante l'inverno, scendevano anche fino a 50 gradi sottozero, malvestiti, denutriti, oggetto di violenze indiscrimanate da parte delle guardie.
L'esperienza concentrazionaria che essi vissero fu estremamente differenziata: essi conobbero, a seconda dei casi, lager di transito, campi di lavoro, di punizione, campi per criminali e lager per prigionieri politici, campi per bambini, lager per donne. Ovunque il livello di sofferenza umana fu altissimo.
Dopo il 1953, il calo vistoso del tasso di produttività e l'infittirsi delle ribellioni nei campi, indussero la nuova dirigenza chruÅ¡chëviana a un ripensamento sull'utilità del complesso sistema penitenziario sovietico. Così tra il 1956 e il 1958 la quasi totalità dei lager venne smantellata.
Il lavoro forzato
Nell'elaborare forme di lavoro coatto e limitazione della libertà i bolscevichi dimostrarono grande competenza e inventiva. Così, oltre ai detenuti (che si suddividevano in carcerati, detenuti dei lager speciali, dei campi di lavoro correzionale (ITL), dei distaccamenti di lager, delle filiali di lager degli organi locali dell'NKVD-MVD e delle colonie)sotto la giurisdizione del Ministero degli Interni si trovavano:
- diverse categorie di deportati: specpereselency, trudposelency, vyselency;
- internati nei lager-filtro di verifica;
- persone di nazionalità degli stati belligeranti (tedeschi, italiani, rumeni e finlandesi nel periodo 1942-1946) "mobilitate
al lavoro", cioè inviate al lavoro forzato nelle strutture dell'NKVD, nonché tatari di Crimea, coreani, calmucchi
e altri rappresentanti di "popoli soggetti a repressioni";
- persone sottoposte a confino amministrativo;
- confinati e coloni-confinati;
- e inoltre prigionieri di guerra e civili internati nei periodi della guerra civile e della seconda guerra mondiale.
Anche i cosiddetti "cittadini liberi", del resto, non erano tali, poiché esisteva una quantità di limitazioni: il passaporto interno, il divieto di cambiare domicilio per gli abitanti delle campagne, la necessità di ottenere un permesso per risiedere nelle zone di confine, nella maggioranza delle grandi città e nei nodi ferroviari ecc.
Il confino, sia per decisione dei tribunali o delle "commissioni speciali", sia per disposizione dell'amministrazione locale, fu ampiamente applicato dagli anni '20 fino alla morte di Stalin.
Non esiste ancora pubblicazione dove siano riportati dati statistici in proposito. E' però evidente che a partire dagli anni '30 i confinati, i coloni-confinati e le persone sottoposte a confino amministrativo non erano meno di un milione.
Nei lager-filtro di verifica verso la metà del 1943 erano recluse 35.000 persone, nel gennaio 1944 - 50.000; nel 1945 il loro numero oscillava fra 200.000 e 300.000, al 1 gennaio 1946 erano 230.000 e all'inizio del 1947 ne restavano circa 30.000.
La "mobilitazione al lavoro" nelle strutture subordinate all'NKVD (lager e organi locali) cominciò nel 1942. Il 1 gennaio 1943 si contavano circa 250.000 "mobilitati al lavoro".
Secondo le diverse fonti, attraverso il sistema dell'NKVD nel periodo 1939-1946 passarono
dai 4,3 ai 4,8 milioni di prigionieri di guerra e civili, cittadini di oltre 30 stati. Il numero dei prigionieri di guerra e dei civili internati nei lager, nei battaglioni di lavoro e negli ospedali militari speciali toccò la sua punta massima all'inizio del 1946: circa 2 milioni e mezzo di persone.
Le statistiche dell'NKVD non tengono conto di coloro che riuscirono a fuggire. Nella prima metà degli anni '30 le fughe erano un fenomeno molto diffuso. Secondo i dati ufficiali dal 1934 al 1940 evasero, solo dai lager, 323.739 detenuti, di cui 209.447 furono poi catturati.
I fuggiaschi (non catturati) dalle colonie speciali nel periodo 1932-'40 furono circa
400.000. In tal modo, calcolando anche quanti erano fuggiti dal confino, le persone costrette a nascondersi e a vivere sotto la costante minaccia dell'arresto erano probabilmente non meno di un milione verso la fine degli anni '30.
"...Se si calcola che dal 1930 al 1941 furono condannate circa 20 milioni di persone (un po'di meno, se si considerano le condanne ripetute, contate più volte), e che circa 3 milioni di abitanti furono inviati negli insediamenti speciali e di lavoro o deportati nel corso delle operazioni di «pulizia delle frontiere», è evidente che negli anni Trenta una parte consistente della popolazione del paese subì persecuzioni di vario genere da parte dello Stato sovietico. Considerando poi che nell'URSS staliniana erano colpiti da varie forme di repressione e discriminazione anche i famigliari dei condannati, è logico confrontare queste cifre con il numero totale delle famiglie che, secondo il censimento della popolazione del 1939, nel paese erano 37,5 milioni, più 4 milioni di famiglie composte da una sola persona. In tal modo gli arresti, le fucilazioni, i fermi da parte dei chekisti e della polizia, le condanne condizionali e
altre più «blande» forme di discriminazione divennero in quel periodo una realtà quotidiana per la maggioranza delle famiglie sovietiche. Di fatto il paese fu diviso in due parti numericamente confrontabili: le famiglie che non avevano vittime perlomeno fra i parenti più stretti,e le famiglie in cui qualcuno aveva subito repressioni e persecuzioni. Il fatto stesso di tale divisione ebbe un'enorme influenza sulla società sovietica."
(da Oleg Chlevnjuk: Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande terrore)
La propaganda
Bollettini di propaganda del Bamlag dell'NKVD
La collettivizzazione
La prima grande ondata di deportazioni è legata alla collettivizzazione. Solo nel 1930-31 negli "insediamenti speciali" furono inviate 1.800.000 persone. La deportazione in massa dei "kulaki", i cosiddetti contadini ricchi, cessò nel 1933
Alcune biografie di italiani
Biografie di Arduino Lazzaretti, Cafiero Lucchesi, Dino Maestrelli,Cesare Marchionni, Sante Silimbani
ÄK-GPU-NKVD
Feliks Edmundovich Dzeržinskij,presidente della VÄK-OGPU (1917-1926)
Genrich Grigor'evich Jagoda, commissario del popolo agli Affari Interni (1934-1936)
Nikolaj Ivanovich Ežov, commissario del popolo agli Affari Interni (1936-1938)
Parata dell'aviazione a Tušino, Berija sulla tribuna, Mosca, 1938.
Vsevolod Nikolaevich Merkulov, commissario del popolo alla Sicurezza dello Stato (1941; 1943-1946)
I processi
Dal processo di Å achty (Mosca 1928) al processo del blocco trockista-zinov'eviano (Leningrado, 1936)
Aleksandr Solženicyn
Aleksandr Isaevich Solženicyn (Kislovodsk, 11.12.1918 - Mosca, 3.8.2008)
Laureato in fisica e matematica all'università di Rostov, negli anni della seconda guerra mondiale Solženicyn è ufficiale, riceve decorazioni e medaglie. Nelle lettere inviate dal fronte a un amico, esprime giudizi critici su Stalin. Le lettere vengono intercettate dal controspionaggio e il 9 febbraio 1945 Solženicyn e il suo amico sono arrestati. Il 7 luglio Solženicyn è condannato a 8 anni di campo di lavoro correzionale da una commissione speciale presso l'NKVD dell'URSS, in base agli articoli 58-10, c.2 e 58-11 del Codice penale della RSFSR.
Le impressioni del carcere e del lager, gli incontri con centinaia di persone estremamente diverse per convinzioni e destini determinano un profondo mutamento delle opinioni di Solženicyn. Egli diventa cristiano ortodosso, anticomunista, considera la Rivoluzione d'ottobre la più grande tragedia nella storia della Russia. Nei campi comincia a scrivere, imparando a memoria le proprie opere, e l'esperienza del lager starà alla base di molte sue opere, fra cui Una giornata di Ivan Denisovich e Arcipelago Gulag
Solovki
Solovki
L'arcipelago delle Solovki, formatosi nei pressi del Circolo polare artico circa 10.000 anni fa in seguito al ritrarsi di un gigantesco ghiacciaio, ha una superficie complessiva di oltre 260 km² ed è considerato per le sue condizioni climatiche una delle regioni più inospitali della Russia.
All'inizio del XV secolo sull'arcipelago fu fondato un monastero ortodosso, noto per la sua rigida regola e per la fiorente economia.
Con l'arrivo dei bolscevichi sulle isole, nel 1920, le Solovki si trasformarono in luogo di deportazione per gli oppositori del regime, e nel 1923 qui venne creato il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato noto col nome di GULag: i lager a destinazione speciale delle Solovki. Qui, lontano da occhi indiscreti, si metteva a punto la pratica delle fucilazioni, l'organizzazione della sorveglianza, si definivano le norme di alimentazione dei detenuti, il loro abbigliamento, la tecnica di sepoltura dei cadaveri, si studiavano le possibilità d'impiego massiccio del lavoro coatto.
L'assoluta maggioranza dei detenuti si trovava alle Solovki su indicazione dell'amministrazione sovietica, e non per la sentenza di un tribunale. I primi prigionieri di questi lager furono proprio gli attivisti dei partiti politici che avevano favorito la presa del potere da parte dei bolscevichi.
Le guardie delle Solovki venivano scelte, di regola, fra i condannati che prima dell'arresto avevano prestato servizio nella milizia, negli organi della Sicurezza dello Stato, o avevano militato nel partito comunista. Più tardi queste guardie, istruite alla scuola delle Solovki, divennero dirigenti di lager in tutta l'Unione Sovietica.
All'inizio degli anni '30 i lager sull'arcipelago delle Solovki e i loro distaccamenti sulla terraferma ospitavano più di 70.000 detenuti. Il regime di detenzione diventava sempre più duro, e verso la metà degli anni '30 le Solovki si erano trasformate in carcere punitivo per gli altri campi del paese. Questo periodo della storia dell'arcipelago si concluse con le fucilazioni in massa del 1937, quando furono uccise più di 2.000 persone.
Dal 1937 le Solovki furono trasformate in un penitenziario a regime durissimo, ma verso la fine dell'anno la maggioranza dei prigionieri fu trasferita sul continente per essere utilizzata in qualità di forza lavoro nei "cantieri del socialismo", nei lager dell'Estremo Nord dell'URSS.
Nell'arcipelago delle Solovki e negli altri lager della Carelia sovietica finirono oltre un milione di detenuti. Non è il numero più alto nell'elenco delle vittime del terrore bolscevico
Il monumento a tutte le vittime delle repressioni in URSS, eretto oggi di fronte al quartier generale del KGB a Mosca, è la "Pietra delle Solovki", un masso portato nella capitale della Russia dall'ex capitale dei lager.
La vita nel lager
Il lavoro assorbiva quasi del tutto la vita dei detenuti. Nella maggior parte dei lager il lavoro forzato durava dalle dodici alle quindici ore, a seconda delle stagioni. La vita nelle baracche, dove il termometro scendeva spesso sotto i 30 o i 40°, o al contrario era caldo e umido in modo insopportabile, era tutta segnata dalla lotta per la sopravvivenza: bisognava sopravvivere al freddo soprattutto, alla fame, alle malattie provocate per lo più dalla debilitazione e dalla mancanza d'igiene, alla violenza dei capisquadra reclutati tra i peggiori delinquenti, al controllo dei guardiani e alle angherie dei secondini. Il tempo che restava era impiegato a procurarsi la legna per la stufa, qualcosa in più da mangiare, a parlare con i compagni di sventura, a cercare di tenersi puliti.
Il lavoro delle donne
Fra i detenuti gli uomini sono sempre stati la maggioranza. La percentuale delle donne prima della guerra era di circa il 10%, ma durante la guerra aumentò gradualmente, in seguito alla mobilitazione degli uomini nell'esercito, raggiungendo il 30% all'inizio del 1945. Negli anni '50 le donne costituivano circa il 15% della popolazione dei lager e delle colonie. I bambini e gli adolescenti (fino a 17-18 anni) costituivano di solito l'1-2% dei detenuti. Gli uomini di età compresa fra i 18 e i 55 anni prevalevano decisamente anche fra i mobilitati al lavoro.
Diversa era la situazione fra i deportati, gli specpereselency. Qui uomini e donne erano più o meno alla pari; i bambini (fino ai 16 anni) erano circa un terzo (di meno verso la metà degli anni '30 per l'altissima mortalità infantile, di più alla fine della guerra, quando la percentuale dei bambini raggiunse il 40%).
Varlam Å alamov
Lo scrittore Varlam Å alamov, anni Sessanta.
«La fame attenuava e svigoriva in noi l'invidia, come ogni altro sentimento. Non avevamo la forza di provare sentimenti, o di cercarci un lavoro meno pesante, di brigare, chiedere, pregare¦ Invidiavamo solo quelli che conoscevamo, con i quali eravamo arrivati quaggiù e che ce l'avevano fatta a trovare una sistemazione in un ufficio, all'ospedale o alla stalla, lontano da quel lavoro fisico pesante e interminabile che veniva celebrato sull'arco sovrastante tutti i cancelli dei lager come "questione di valore ed eroismo"»
da «I racconti di Kolyma»
BAM - La ferrovia Bajkal-Amur
La costruzione della Ferrovia Bajkal-Amur (Bajkalo-Amurskaja Magistral'), destinata a collegare TajÅ¡et, sulla Transiberiana, a Komsomol'sk sull'Amur attraverso la regione a nord del lago Bajkal, ebbe inizio nel novembre del 1932. La manodopera forzata venne fornita dal Bamlag (con sede nella città di Svobodnyj), che arrivò a contare 268.700 detenuti. Alla direzione del campo fu nominato Natan Frenkel', già capo del Belomorkanal. Nel 1938 il Bamlag fu riorganizzato e suddiviso in sei campi "ferroviari" diversi: Amurskij, Južnyj, Zapadnyj, Vostochnyj, Jugo-Vostochnyj, Burejskij.
Belomorkanal
Nella primavera del 1930 presso il Consiglio del Lavoro e della Difesa fu creato un Comitato speciale per la costruzione del Canale Mar Bianco-Mar Baltico, il Belomorkanal, sotto la presidenza del Commissario del Popolo per il trasporto fluviale compagno Janson.
Nel progetto di costruzione del canale, messo a punto da un apposito ufficio-progetti costituito in gran parte da ingegneri detenuti, si indicava tutta una serie di futuri vantaggi economici. Così, si sarebbe abbreviato di quattro volte il tragitto da Leningrado ad Archangel'sk. Questo tragitto, fino ad allora marittimo, e quindi riservato a navi di grosso tonnellaggio, sarebbe diventato fluviale. L'apertura del canale avrebbe alleggerito il traffico sulla ferrovia di Murmansk, e inoltre il trasporto di carichi per via fluviale era notevolmente più economico. Proprio lungo il tracciato del canale si trovavano più di 150 milioni di metri lineari di legname maturo, e il legname in quegli anni era una fondamentale fonte di valuta per il paese.
Inoltre un fattore economico di fondamentale importanza fu la possibilità di usufruire di forza lavoro a basso costo. La costruzione del canale fu portata a termine interamente grazie al lavoro manuale dei detenuti. Nel corso del 1931 al cantiere lavoravano, mediamente, 64.100 detenuti, nel 1932 - 99.095, nel 1933 - 84.504. Anche le considerazioni militari favorirono l'avvio della costruzione proprio in quegli anni. Gli orientamenti strategico-militari della dirigenza del paese puntavano allora alla creazione di una flotta del Nord e di una dell'Estremo Oriente, che avrebbero avuto libero accesso all'Oceano.
La costruzione del Belomorkanal perseguiva anche scopi socio-politici a più lungo termine. Lo conferma la campagna di esaltazione dell'ennesima impresa dei chekisti guidati da Stalin, che accompagnò e seguì la fine dei lavori. Se in America c'erano voluti 28 anni per ultimare il Canale di Panama, lungo 80 km, e in Asia la costruzione del canale di Suez, lungo 160 km, aveva richiesto 10 anni, in URSS, dove il lavoro "da vergognoso e pesante fardello quale era considerato prima, si è trasformato in questione d'onore, in questione di gloria, in questione di valore e di eroismo", il Belomorkanal, lungo 227 km, era stato costruito in meno di due anni! Nessuno in quegli anni considerava il costo umano di quell'impresa.
La costruzione del canale fu portata a termine nella primavera del 1933. L'atto della commissione governativa dell'URSS sull'entrata in funzione del Belomorkanal fu firmato il 27 luglio 1933. Più di 200.000 detenuti avevano lavorato nel cantiere, decine di migliaia di vite erano state stroncate durante la costruzione del canale.
L'arte al servizio del Gulag
Tutti i lager dovevano occuparsi dell'educazione dei detenuti. In ogni campo esisteva un settore speciale - la KVÄ (Sezione culturale ed educativa). Qui si tenevano conferenze, era possibile ascoltare la radio o leggere il giornale, qui gli stessi detenuti organizzavano spettacoli teatrali e concerti, ovviamente sotto lo stretto controllo della direzione del campo. Nella KVÄ si preparavano tutti i materiali di propaganda e agitazione politica, manifesti, cartelloni, gazzettini ecc. Per gli ex-artisti, attori, giornalisti e scrittori questa occupazione costituiva l'unico mezzo di sopravvivenza, l'unico modo per evitare i lavori più pesanti del campo. I detenuti che lavoravano presso la KVÄ ricevevano un vitto migliore e le regole per loro erano meno severe che per gli altri detenuti.
Negli anni '20-inizio anni '30 il lavoro educativo e culturale era assai sviluppato: nei lager si pubblicavano giornali e riviste, esistevano squadre stabili per la propaganda politico-culturale e per gli spettacoli, che giravano in tournée i vari penitenziari. Dal 1937 questa attività cominciò a venir meno: i lager smisero di essere luoghi di rieducazione e divennero luoghi di sterminio. Solo dopo la guerra il teatro nei campi di lavoro conobbe una nuova fioritura, quando i direttori cominciarono a considerare le compagnie teatrali e i cori di detenuti come fiori all'occhiello della propria attività. Avevano quindi un atteggiamento analogo a quello dei nobili russi, con i loro teatri privati nei quali si esibivano servi della gleba. I teatri più famosi nel mondo concentrazionario furono a Vorkuta e a Magadan.
Vorkuta
Vorkuta
Il bacino carbonifero della Vorkuta (repubblica dei Komi) fu sfruttato a partire dal 1932 dall'Uchtpechlag dell'Ogpu.
Nel 1952 in questo territorio funzionavano diversi grandi lager: Uchto-Ižemskij, Vorkutinskij, Mineral'nyj, Rechnoj, Pechorskij, Ust'vymskij e Obskij.
Il più grande della regione era il Vorkutinskij ITL (1938 - 1960), la cui direzione si trovava nella città di Vorkuta. I detenuti, che raggiunsero le 73.000 unità, erano addetti all'estrazione del carbone. Inoltre costruivano miniere, case, impianti civili e industriali (fra cui una centrale termoelettrica), ferrovie. Dopo la spartizione della Polonia tra la Germania di Hitler e l'Unione Sovietica nel 1939, furono portati al Vorkutlag decine di migliaia di cittadini polacchi. Nel 1940 vi finirono i prigionieri di guerra sovietici liberati dopo la fine della guerra contro la Finlandia, come pure migliaia di Lituani, Lettoni e Estoni, i cui territori erano appena stati annessi all'Unione Sovietica. A partire dalla fine del 1943, vi furono internati prigionieri di guerra e civili tedeschi, così come molti altri stranieri.
Kolyma
Kolyma
Nella regione dell'alto e medio corso della Kolyma, all'estremo limite nord-orientale della Siberia, i geologi scoprirono grandi giacimenti d'oro, di cui lo Stato aveva bisogno per attuare il suo progetto d'industrializzazione. Nel novembre 1931 si organizzò un trust statale per la realizzazione di strade e impianti industriali nella regione dell'alta Kolyma: il Dal'stroj. Il territorio all'epoca era praticamente disabitato, e il governo decise di utilizzare i detenuti per colonizzarlo. Nell'aprile 1932 si creò il lager di rieducazione attraverso il lavoro del Nord-Est.
La superficie dei lavori era di circa 400.000 chilometri quadrati, e all'inizio degli anni '50 raggiunse i 3 milioni di chilometri quadrati (quasi dieci volte la superficie dell'Italia).
I detenuti alla fine del 1932 erano oltre 11.000 all'inizio del 1934 erano quasi 30.000, negli anni '40 nel territorio del Dal'stroj si trovavano più di 190.000 detenuti, circa metà dei quali erano condannati per "delitti controrivoluzionari". Prima dell'inizio della guerra avevano costruito più di 1000 km di strade, la città e il porto di Magadan, tutta una serie di villaggi, miniere e fabbriche. Dopo i primi anni la quantità di oro estratto cominciò a calcolarsi in tonnellate e decine di tonnellate l'anno. La scarsità della razione e il lavoro insostenibile causarono un'alta mortalità fra i detenuti. Negli anni del "Grande terrore" inoltre divennero frequenti le fucilazioni di massa. Dal 1937 al 1940 vennero portati alla Kolyma 70.000-80.000 detenuti l'anno, e molte decine di migliaia vi lasciarono la vita.
Con l'inizio della guerra il numero dei detenuti si ridusse sensibilmente, e all'inizio del 1944 ne erano rimasti poco più di 76.000. Nonostante ciò la produzione dell'oro, anziché diminuire, aumentò.
Dopo la guerra il numero dei detenuti ricominciò a crescere, fino a superare le 170.000 unità il 1° gennaio 1952. Per provvedere alle proprie necessità estraevano carbone, coltivavano i campi, costruivano nuove strade, accudivano i bambini e lavoravano nelle case dei dirigenti del lager e dei funzionari di partito, recitavano nel teatro di Magadan. Nello stesso territorio nel 1948 fu organizzato il Lager speciale n. 5, riservato quasi esclusivamente ai prigionieri politici, che all'inizio del 1952 contava più di 31.000 detenuti. In tal modo la popolazione carceraria del Dal'stroj superò le 200.000 persone.
L'amnistia dopo la morte di Stalin ridusse drasticamente il numero dei detenuti: all'inizio del 1954 ne rimanevano poco più di 88.000. Era l'inizio della decadenza per i lager del Nord-Est. All'inizio del 1956 ne sopravvivevano solo 6, con una popolazione di 40.000 detenuti, e nell'aprile dell'anno successivo furono chiusi tutti i lager superstiti della regione di Magadan.
Nei 35 anni della loro storia i lager del Dal'stroj videro passare più di 1.200.000 detenuti, più di 500.000 dei quali condannati per motivi politici. Centinaia di migliaia vi lasciarono la vita, vittime del freddo, della fame e del lavoro insostenibile, delle fucilazioni e delle pallottole delle guardie. Il nome stesso del fiume - Kolyma - divenne in russo sinonimo di lager.
Vittime italiane
Gli italiani vittime delle repressioni staliniane
L'emigrazione italiana si era formata in URSS in momenti ben distinti ed era, anche dal punto di vista sociale, assai composita. Le origini più antiche erano quelle della comunità italiana di Kerch', formata per lo più da contadini pugliesi (ma anche liguri, veneti e piemontesi) che, a partire dal XIX secolo, si erano a più riprese trasferiti sulle rive del Mar Nero in cerca di terre fertili da coltivare e si erano stabiliti nella regione della Crimea, dove i loro discendenti vivono ancora oggi.
Ma, a parte il singolare caso di Kerch' e alcuni casi sporadici di artisti e lavoratori che si erano stabiliti in Russia alla fine dell'Ottocento, la maggioranza degli italiani che ancora vivevano in URSS alla metà degli anni Trenta era costituita da antifascisti trasferitisi a Mosca o nelle altre città sovietiche dopo il 1922, spesso grazie all'aiuto della MOPR, nota in Italia come "Soccorso Rosso". A questa emigrazione cosiddetta "politica" si aggiunsero, dopo il 1929 e la grande crisi, anche coloro che lasciarono l'Italia alla ricerca di un'occupazione e un guadagno più sicuri: braccianti e artigiani, marinai, talvolta ufficiali che abbandonavano le navi italiane che facevano scalo nei porti del Mar Nero. Ci furono anche maestranze inviate dalle imprese italiane, come gli operai specializzati e gli ingegneri che la RIV di Villar Perosa mandò a Mosca nel 1932 per costruire la "Prima fabbrica statale di cuscinetti a sfera Lazar Kaganovich".
A partire dal 1933 le frontiere dell'Unione Sovietica cominciarono a chiudersi, e il flusso migratorio rallentò. Tra il 1932 e il 1936 Stalin impose il vincolo della cittadinanza sovietica a tutti gli stranieri privi di regolare passaporto nazionale o riconosciuti come rifugiati politici. Rifiutarla significava abbandonare tutto e venire rimpatriati, come accadde ad alcuni italiani di Kerch' e di Mariupol', oppure cadere in odore di eresia; accettarla equivaleva ad affidarsi completamente nelle mani delle autorità sovietiche, rinunciando per sempre all'ipotesi, seppure remota, di un ritorno in patria.
Durante gli anni Trenta il Terrore staliniano colpì duramente le comunità straniere che vivevano in Unione Sovietica e, fra queste, anche quella italiana conobbe l'esperienza della persecuzione e della deportazione nei lager. Sospettati, nella maggior parte dei casi, di attività antisovietica e di spionaggio, alcune centinaia di italiani, per lo più emigrati politici giunti in URSS negli anni Venti, furono fucilati dopo processi sommari o scontarono lunghe pene nei campi di lavoro correzionale. A questa vicenda di dolore e di morte si aggiunse, negli anni della seconda guerra mondiale, la dura esperienza della deportazione in Kazachstan per la comunità italiana di Kerch', e l'arruolamento forzato nei battaglioni di lavoro per tutti gli italiani residenti in URSS.
Nel 1956, dopo il XX Congresso del PCUS, anche gli italiani colpiti delle repressioni staliniane furono riabilitati. Tra di essi molti erano ormai morti, pochissimi erano stati liberati. Ancor più rari furono i casi di coloro che riuscirono a tornare in Italia. Qui la memoria delle vittime italiane del GULag rimase a lungo taciuta, complice l'ostinato silenzio del Partito comunista italiano che preferiva non ricordare le responsabilità dei propri dirigenti e di Togliatti, presenti a Mosca negli anni Trenta. Non meno dolorosa fu l'attesa del rimpatrio per chi ne fece richiesta: lunghi anni passarono prima che qualche superstite potesse rientrare in Italia.
Dopo il 1992 però l'apertura degli archivi sovietici ha reso possibile la consultazione di una ricca documentazione, che ha gettato nuova luce su origini, strumenti e obiettivi del Grande Terrore staliniano. Sono così stati pubblicati, nel corso degli anni Novanta, alcuni volumi, non solo in Italia ma anche in altri paesi d'Europa, volti alla ricostruzione delle vicende che nella seconda metà degli anni Trenta avevano portato alla decimazione delle comunità di diversa nazionalità, inclusa quella italiana, che vivevano in Unione Sovietica.
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