Nella foto: Paesaggio in Baschiria (Başqortostan)
(foto: Руслан Бурангулов, CC BY 3.0,
via Wikimedia Commons)
(di Kirill Feliksovič Medvedev, membro del “Movimento socialista russo”)
11 ottobre 2025
alle 13:07
Pubblichiamo, nella traduzione di Lea Fabiani, un articolo apparso su Posle. Questo studio è stato condotto, diffuso e inviato da Kirill Feliksovič Medvedev, membro del “Movimento socialista russo”, inserito nel registro degli agenti stranieri.
Disastri ambientali, iper-centralizzazione del potere, governi deboli a livello locale e scarsa autonomia regionale: i problemi politici interni alla Russia sono ancora rilevanti, nonostante la guerra in Ucraina li stia tenendo fuori dai riflettori. Nel 2024 la maggior parte delle circa 300 compagne di protesta in quaranta regioni russe era incentrata su questioni ambientali e urbanistiche, e si è opposta a deforestazioni, nuove colonie penali o discariche.

Le campagne di protesta più importanti e più potenzialmente esplosive nascono quando l’autodeterminazione delle minoranze etniche va a braccetto con le questioni ambientali. Ciò accade non solo perché esse raccolgono, così, persone e gruppi con priorità molto diverse, ma anche perché le minoranze etniche all’interno dello stato russo sono un argomento molto delicato per un regime che da una parte è ossessionato dall’idea di preservare l’integrità dello stato, e dall’altra quella stessa integrità la sta lentamente ma sistematicamente minando, smantellando le autonomie locali, rafforzando la verticale burocratico-militare del potere e potenziando una narrativa nazionalistica e imperialista (quella che promuove, per esempio, l’esistenza di un “mondo russo” transnazionale, che vuole che i russi e gli ucraini siano un unico popolo e che la lingua russa abbia il diritto all’egemonia in quanto sarebbe stata l’etnia russa a fondare il paese). Per questo motivo, per gli attivisti climatici e non solo, il problema delle minoranze etniche è diventato sia un fattore di rischio, sia una merce di scambio. Abbiamo motivo di sperare che le autorità non vogliano aggravare la situazione.
Un buon esempio di tutto questo è stata la campagna del 2018-2020 organizzata a Šies, nella regione di Archangel’sk, dove la protesta ecologista contro l’ampliamento di una discarica voluto dalle autorità centrali e dalle grandi aziende di Mosca ha unito gruppi di attivisti molto diversi. Per alcuni si trattava solo di una questione ambientale; per altri, della protezione del “Nord russo” come regione etnoculturale; altri ancora si sono battuti per preservare il retaggio etnico locale o la giustizia sociale. Questo spiega l’eterogeneità politica dei manifestanti e dei loro sostenitori: alla protesta hanno partecipato persone di sinistra, attivisti liberali per i diritti umani, anarchici, nazionalisti, così come rappresentanti dei partiti presenti in parlamento e di vari movimenti civili.
Quest’articolo analizza più da vicino tre recenti campagne di protesta per capire come i problemi ambientali e sociali si intrecciano alla questione dell’autonomia regionale e della sovranità locale.
Il caso dell’Altaj: “I cittadini hanno il dovere di proteggere la loro terra dagli oligarchi”
La Repubblica dell’Altaj occupa un territorio piccolo ma strategico tra il Kazakistan, la Mongolia, la Cina e le regioni russe limitrofe di Tyva, Chakassija, Kemerovo, e del Territorio dell’Altaj (la repubblica dell’Altaj e il Territorio dell’Altaj sono due identità distinte). Nel giugno 2025 le proteste sono iniziate a causa di una riforma del governo locale che aboliva i consigli di villaggio, l’unità amministrativa più vicina alla popolazione.
La riforma aveva preso il via nel 2020, quando, in accordo con un tristemente famoso emendamento presidenziale alla Costituzione, le unità amministrative di autogoverno locale sono diventate parte di un “sistema unificato dell’autorità pubblica”. Poco dopo, nel 2021, è stata la volta del cosiddetto disegno di legge Klišas-Kpašeninninov, divenuto poi effettivo nel 2025, che permette alle autorità regionali di eliminare le forme di autogoverno nelle aree urbane e rurali, e che raggruppa le piccole municipalità in distretti (okrugi). Una pietra tombale sull’autonomia locale, come l’hanno definita gli oppositori.
Il 24 giugno 2025 il Parlamento della Repubblica dell’Altaj ha adottato un sistema a lista unica di autogoverno locale: le attuali dieci province con rappresentanti democraticamente eletti saranno sostituite dallo stesso numero di distretti con funzionari nominati dall’alto, mentre un centinaio di consigli rurali verranno liquidati del tutto.
In risposta, i cittadini hanno iniziato a protestare singolarmente e a bloccare le strade con slogan come: “Turčak deve dimettersi”, “No all’occupazione della nostra terra da parte degli oligarchi”, “L’Altaj è nostro” e “Sì a un governo locale a doppio binario”.
Le autorità hanno reagito reprimendo le proteste (gli attivisti sono stati multati o puniti con 13-14 giorni di detenzione). Andrej Turčak, figlio di un amico di Putin e ideologo del partito Russia Unita, nonché delegato di Mosca al governo della Repubblica, sul suo canale Telegram “Andrej Turčak Z” ha definito “vandali” i manifestanti e li ha esortati a “non disturbare gli spiriti”, perché “mentre noi stiamo combattendo per la pace e la prosperità della repubblica dell’Altaj, i nostri ragazzi in prima linea difendono gli interessi della grande Russia al fronte”. Quegli stessi “ragazzi in prima linea” che hanno registrato un video-messaggio a sostegno dei contestatori con queste parole: “Turčak e Prokop’ev [il governatore ad interim] stanno distruggendo la nostra terra.”
Cosa preoccupa gli abitanti della repubblica? In primo luogo, la sua vulnerabilità, esacerbata dalla nuova riforma, di fronte agli interessi delle aziende moscovite. Queste aziende includono la “Sber”, che vi sta costruendo hotel e resort per l’élite della capitale e della regione, e la Holding farmaceutica Evalar, che possiede le piantagioni di erbe officinali ai piedi delle montagne dell’Altaj. Come sempre succede, l’economia è strettamente legata alla politica: German Gref, un liberale filogovernativo di rilievo molto conosciuto nella Repubblica, è stato ministro allo sviluppo economico ed è ora il presidente e amministratore delegato della banca di stato Sberbank, il più grande istituto bancario del Paese. Larisa Prokop’eva, fondatrice di Evalar, è la madre del già citato capo della Repubblica, Aleksandr Prokop’ev, che, secondo alcuni, prenderà il posto di Turčak.
Nel giugno 2024, è diventato virale un video nel quale, all’aeroporto di Gorno-Altajsk, Gref rimprovera dei tassisti per aver parcheggiato dove non dovevano (con le sue vittime che rispondono lamentando la scarsità di infrastrutture adeguate e moderne), criticandoli anche per il loro aspetto e minacciando di licenziarli. “Cosa ci fate tutti in mutande? Neanche a farlo apposta, vi siete trovati! Come vi chiamate? Tu, come ti chiami? Come fai di cognome? Io mi chiamo Gref. Apri la bocca un’altra volta e non lavorerai più qui. Chiaro?”.
La gente dell’Altaj ha capito l’antifona: “Chiunque stia investendo denaro e avanzi pretese sulla nostra terra ha in bocca un unico nome: Gref. Per questo la lotta agli oligarchi è centrale per i manifestanti” dice Vladimir, un abitante della repubblica con cui ho avuto modo di parlare.
Secondo i suoi conterranei, le aziende moscovite non portano alcun beneficio né nuove opportunità al territorio. Al contrario, la riforma darà modo alle corporazioni di fare ciò che vogliono con le terre degli insediamenti rurali che fino a oggi erano gestite da quelle amministrazioni di villaggio che ora sono state abolite. Il rischio è di creare “un apartheid sociale, con hotel e quartieri residenziali di lusso che si approprieranno di gran parte del territorio, specialmente in riva ai fiumi e ai laghi” scrive Pavel Pastuchov, blogger molto attivo nelle proteste: a suo dire, i residenti non potranno più godere di corsi d’acqua, foreste e prati, e ciò creerà a lungo termine profondi conflitti sociali e un senso di “occupazione” della propria terra. Inoltre, lo schema proposto di compravendita di terre senza aste aggraverà la corruzione e nuocerà alla già debole economia locale.
Se durante le proteste si sente spesso la parola “terra” è anche per un altro motivo: quest’anno i legislatori della Repubblica dell’Altaj hanno espunto dalla costituzione locale il comma che garantiva “l’integrità, l’inalienabilità e l’indivisibilità del territorio”. Secondo alcuni, il governo federale sta pianificando l’annessione della Repubblica al vicino Territorio dell’Altaj. Per gli abitanti, significherebbe la perdita della loro identità nazionale. Il governo federale aveva già paventato la possibilità di unire le due regioni negli anni 2000 (con conseguente protesta di massa a Gorno-Altajsk nel 2006) e a Mosca l’argomento è oggetto costante di dibattito.
La risposta delle autorità alla prima protesta di quest’estate ha scaldato gli animi, e l’organizzazione “Kurultaj del popolo altaico” ha chiesto il permesso di poter organizzare una manifestazione. La municipalità aveva da principio acconsentito al ritrovo di 102 partecipanti in un parco della città, ma si è dovuta rassegnare a concedere una strada ben più grande. In totale, si sono riunite quattromila persone, un numero significativo per una repubblica con una popolazione di 220.000 individui.
“Siamo qui oggi perché siamo consapevoli che questa è l’ultima battaglia del nostro popolo. Nostra e di tutti gli altri popoli che vivono nella Repubblica dell’Altaj e in Russia”
ha detto la più influente oratrice e leader locale alla manifestazione, Aruna Arna. Arna è diventata famosa per essersi scontrata con l’ex governatore della repubblica, Chorochordin, e ha per questo subìto perquisizioni, detenzione e denunce. Nell’aprile del 2023, Arna è stata anche accusata di aver “screditato l’esercito russo” per avere criticato la mobilitazione e suggerito di mandare in guerra i figli dei funzionari russi. Inoltre, lo scorso anno è stata licenziata per aver scritto un post sui sosia di Putin e sui brogli alle ultime elezioni presidenziali.
“Stiamo sostenendo la nostra opinione in modo legale e legittimo e in risposta riceviamo solo insulti” continua Arna.
“Uno stato è fatto da un popolo e da un territorio. Se manca l’uno o l’altro, lo stato non esiste più. Se, come vediamo, il nostro stato, la repubblica dell’Altaj viene messo a rischio, allora, secondo l’articolo 59 della Costituzione, noi cittadini abbiamo il dovere di difendere la nostra terra natale. Dunque, stiamo solo osservando la legge. […] Ci è stato detto che l’unica politica che funziona è quella dei soldi. Guardateci: chi si è arricchito oltre agli investitori miliardari che ormai possiedono praticamente tutto? […] Noi vogliamo governarci da soli. Chiediamo, perciò, di non esautorare le amministrazioni locali e i consigli di villaggio, ma, al contrario, di ridar loro vita.”
“Non si può rubare la terra alla gente. […] Come disse Lenin: “Pace e terra al popolo!” Turčak dovrebbe essere qui. Ed è ora che inizi a rispettarci” le fa eco Antonina Iosifovna, vedova di Valerij Čaptynov, ritenuto il fondatore della repubblica dell’Altaj.
Da parte sua, Turčak crede che il nuovo sistema faccia risparmiare risorse di bilancio e alleggerisca la burocrazia. “A essere buoni ci vuole poco; provateci, invece, a fare davvero del bene” ha commentato riguardo all’adozione della legge che tanto indigna i locali.
Gli abitanti della Repubblica sono comunque riusciti a mantenere l’elezione diretta dei capi di distretto. E, come spesso avviene in questi casi, a concessioni parziali è seguita una recrudescenza delle repressioni.
In questa vicenda si intrecciano diverse storie: lo smantellamento dei governi locali, l’espansione aggressiva delle grandi aziende di Mosca e le solite strategie di politica e violenza che scatenano la resistenza dei locali. La gente ha paura di perdere la propria terra (per loro necessità o per pressioni altrui) e sta già perdendo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti e, con questo, la pur minima occasione di influenzare le scelte politiche e di risolvere i propri problemi (“In assenza di un normale sistema di trasporti, ora devi farti 50-60 chilometri per un pezzo di carta” lamenta Vladimir). Infine, sentono minacciata la loro Repubblica, che è garante della preservazione della lingua e della cultura del luogo.
Chiaramente, il voler opporre all’integrità dei confini del paese e degli elementi al suo interno una forma di razzismo sociale e culturale, l’arroganza coloniale e l’impunità degli oligarchi non è certamente il modo migliore per preservare e far crescere una federazione multietnica così grande.
Difendere gli šichan in Baschiria: “La Russia si sta dando la zappa etnica sui piedi”
La Baschiria (o meglio, il Başqortostan) è un altro luogo in cui la tutela ambientale, l’opposizione ai dettami del potere federale e la lotta contro le grandi aziende sono strettamente legate alla questione nazionale-etnico-culturale. Già nel 2020 erano scoppiate delle proteste contro lo sfruttamento dei depositi di calcare dello šichan Kuštau [gli šichan sono montagne sacre e monumenti naturali]. A seguito di questa mobilitazione di massa, il progetto fu bloccato. Nel 2024, la tensione si è di nuovo accesa dopo la condanna comminata all’attivista Fail’ Alsynov, intervenuto durante una manifestazione contro l’estrazione dell’oro dai monti Irendyk. Pur essendo la protesta di matrice ambientalista, Alsynov è anche il leader dell’organizzazione nazionalistica “Baškort”, ragion per cui si era espresso anche in merito a un tema estremamente spinoso:
“La guerra in corso non è la nostra guerra. Nessun nemico esterno ha attaccato la nostra terra.”
Gli attacchi di cui è stato vittima Alsynov, invece (condannato a quattro anni di reclusione per “incitamento all’odio interetnico”), lo hanno reso un eroe dell’opposizione, e 10.000 persone hanno protestato in sua difesa.
Nel maggio 2025, le proteste in Baschiria sono riprese. In quel caso, i baschiri erano contrari ai progetti per lo sviluppo dello šichan Kryktytau proposti da una delle imprese private più grandi del paese, quella Russkaja Mednaja companija (Compagnia russa del rame) rappresentata dall’azienda sorella Salavatskoe. Kryktytau è per i baschiri luogo di rituali tradizionali e di ritrovo popolare, ed è menzionato nel poema epico Ural-batyr, a cui rimanda anche la canzone Homay del gruppo di Ufa Ay Yola, diventata molto popolare nel mondo turco e non solo.
Le proteste contro lo smantellamento dello šichan erano iniziate nel 2020 sull’onda del successo a Kyštau, dove le aziende e il governo avevano dovuto fare un passo indietro. Con la guerra in corso, però, la Compagnia del rame ha di nuovo avanzato pretese sul Kryktytau: gli abitanti sono certi che l’impianto di estrazione minaccerà l’ecosistema dei fiumi e del lago Jaktykul’, monumento idrologico naturale.
Il 22 maggio, unità di polizia e OMON in tenuta da combattimento si sono presentati a uno jyjyn [assemblea tradizionale] nel distretto di Abzelilovo durante il quale si sarebbe dovuto discutere proprio del Kryktytau. In seguito, temendo una protesta di massa, le autorità hanno impedito in tutto il distretto il sabantuj, ricorrenza che segna la fine dei lavori nei campi in primavera. In giugno, poi, gli attivisti sono stati vittime di arresti e “interrogatori preventivi”. Come nell’Altaj, anche in questo caso i soldati mandati in guerra si sono uniti alla protesta registrando un video-messaggio in cui esprimevano il loro sostegno. Lo hanno poi sconfessato pochi giorni dopo, asserendo di essere stati manipolati.
I sostenitori di Alsynov sono stati cacciati dalle piazze ma, in memoria della vittoria a Kuštau, nel vicino villaggio di Šichany si organizzano ogni anno delle feste: la lotta ha dunque generato una nuova tradizione spontanea. La tensione però non si è ancora spenta. “La Russia si sta dando la zappa etnica sui piedi.” dice Rim Abdulnacyrov, uno degli eroi della battaglia per Kyštau.
“La terra è dei baschiri, e il nostro popolo la difenderà. Il nocciolo di quanto è successo a Kuštau è una parola ormai corrotta: patriottismo. Non parlo, ovviamente, del patriottismo che ti fa prendere le armi contro un altro paese, ma di quello che ti fa difendere la tua terra e la tua gente”.
“Dov’è Seda?”: la campagna tra San Pietroburgo e Groznyj
Se nei primi due casi qui analizzati il conflitto tra politiche nazionali e interessi locali è avvenuto in regioni soggette (o meglio, che si rifiutavano di essere soggette) all’espansionismo del governo federale e delle grandi aziende, il caso della campagna “Dov’è Seda?” affonda le radici a San Pietroburgo. Seda Sulejmanova, infatti, si trasferisce nella capitale del nord nel 2022 per sfuggire alle pressioni e alla violenza della sua famiglia cecena. A San Pietroburgo, Seda trova lavoro in un bar e va a convivere con il fidanzato russo Stas. Un giorno, deve persino scappare da una porta di servizio perché suo fratello si presenta nel bar dove lavora pretendendo che torni in Cecenia. Poco tempo dopo, la giovane viene arrestata con una falsa accusa di furto e viene riconsegnata alla sua famiglia. Il 4 settembre, per dimostrare che la ragazza è viva e “al sicuro”, Mansur Soltaev, responsabile della Cecenia per i diritti umani, pubblica un video con Seda che cammina in silenzio accanto a lui. Da quel momento nessuno l’ha più vista. Una delle più care amiche di Seda, Lena Patjaeva, sostiene che la ragazza sia stata probabilmente vittima di un “delitto d’onore”.
Quando Seda scompare, Lena decide di organizzare la campagna “Dov’è Seda?” che, sebbene non abbia ancora trovato una risposta alla domanda, ha avuto come esito di far aprire un’inchiesta (nell’aprile 2024) che, più recentemente, si è risolta in una denuncia di scomparsa.
Lena Patjaeva racconta di avere iniziato scrivendo ai media nazionali, ma poi, non ottenendo risposta, ha deciso di fare da sola un picchetto di protesta per “attirare l’attenzione dei media”.
“Il primo [picchetto di protesta] è stato il primo febbraio 2024. Ero molto spaventata. […] Ma non ho ricevuto minacce, neanche dopo, e nessuno mi ha aspettato sulla tromba delle scale. Dunque, mi sono resa conto che la paura fa brutti scherzi ed è stato più semplice continuare.”
Patjaeva fa diversi altri picchetti a San Pietroburgo, ma pian piano si rende conto che l’interesse per la vicenda sta scemando e, con esso, la possibilità di fare pressione sulle indagini. Decide, quindi, di andare a Groznyj ed elabora con grande cura un piano per minimizzare i rischi e riportare la vicenda sotto i riflettori. Temendo che la polizia possa metterle della droga addosso, all’aeroporto di Šeremet’evo Lena registra un video che dimostri che ha passato indenne i controlli di sicurezza e che non ha quindi con sé nulla di illegale. A Groznyj, l’attivista inizia il picchetto pubblicando sul canale Telegram della campagna “Dov’è Seda” un post in cui spiega il suo gesto e chiede solidarietà. Dopo neanche un’ora la polizia la arresta. Profetiche, però, si rivelano le parole di Lena, secondo cui nessuno aveva “interesse a causare uno scandalo interetnico per una ragazza che non ha dato fuoco al Corano, non ha fatto nulla di illegale, ma sta solo lottando per la sua amica”. E infatti, Lena viene subito rilasciata senza accuse a suo carico. Ha, però, raggiunto il suo obiettivo: attirare l’attenzione mediatica sulla vicenda prima di un ipotetico arresto.
Una parte importante della campagna è stata coinvolgere gruppi politici molto diversi tra loro, dal Partito Libertario russo ad Azione socialista di Sinistra che, a suo dire, “si sono uniti e hanno trovato un terreno comune”. L’obiettivo dell’attivista era di raccogliere 2000 firme fisiche durante le quattro settimane della campagna: alla fine ne ha raccolte più di 5.500 fisiche e 2000 elettroniche.
“Questa storia non ha nulla a che spartire con la politica. […] Per questo spero di ottenere un supporto quanto più ampio possibile. Anche di persone con le quali non mi troverei d’accordo su altri temi” ammette Lena.
“Il caso di Seda è chiaro a tutti, destra e sinistra, liberali e conservatori, oppositori e sostenitori del governo. Gli unici che si oppongono a questa campagna sono coloro che approvano il ‘delitto d’onore’, che di solito sono maschi e ceceni. Loro ci minacciano, mentre diverse donne cecene, al contrario, mi sostengono e mi ringraziano per quello che faccio.”
La campagna “Dov’è Seda?” tocca un tasto dolente della politica russa. È noto che, di fatto, la Cecenia si è dotata di un proprio sistema giuridico che avalla le azioni extragiudiziali dei suoi funzionari non solo dentro i confini del paese, ma anche fuori (com’è successo nel caso dell’omicidio di Boris Nemcov a Mosca nel 2015 o con il rapimento degli attivisti Salech Magamadov e Ismail Isaev a Nižnij Novgorod nel 2021). È una realtà lampante, ma che le autorità cecene negano, assicurando piuttosto di attenersi alle leggi della Federazione Russa. Dal canto suo, il governo federale chiude un occhio sul “delitto d’onore” e su altre anomalie cecene.
Negli anni Novanta, ricordiamolo, la questione cecena era la sfida principale del governo russo, così come è ormai indubbia l’importanza della seconda guerra cecena nella successiva elezione a presidente di un ex KGB come Putin. Oggi, con i suoi anacronismi ripristinati e la sua militarizzazione, la Cecenia funge da monito per il resto della Russia, e i suoi princìpi di “ordine e legalità” restano il simbolo di un passaggio di potere che si conferma vincente a 25 anni di distanza, emblema dei risultati politici di Putin e, in generale, della realtà della Federazione Russa quale stato post-sovietico. L’immagine negativa della Cecenia è figlia per larga parte della sua chiusura: gli abitanti della Federazione Russa non sono tenuti a conoscere la vera natura dei ceceni; l’importante per il potere è che sappiano che l’eventuale malcontento pubblico nei confronti del regime di Kadyrov potrebbe costare caro a tutti, e che il suo crollo porterebbe rapidamente al collasso della Russia.
Proprio per questo il piano di Lena di attraversare i confini del paese si è dimostrato tanto rischioso quanto opportuno: prima col picchetto a Grozny e poi quando è stata interrogata come testimone. “L’investigatore ceceno mi ha detto che sarei stata interrogata nel mio luogo di residenza, ma gli ho subito risposto che volevo andare io a Groznyj”.” Il viaggio in Cecenia le ha anche dato la possibilità di entrare in contatto diretto con la gente del posto, e in particolare, con gli agenti di polizia locale. “Uno di loro mi ha chiesto perché pensassi che Seda fosse stata uccisa dai suoi parenti. Quando ha scoperto che viveva a San Pietroburgo con un fidanzato russo ha dovuto ammettere che potevano essere stati loro a ucciderla”.
Il governo ceceno non ama attirare l’attenzione su di sé: l’idea di Lena è nata da questo. “L’attenzione mediatica è l’unica arma che abbiamo per fare pressione. Quando ho deciso di fare qualcosa, la storia di Seda era già di dominio pubblico ed era quindi troppo tardi per risolvere la questione a porte chiuse. L’attenzione mediatica è l’unica cosa che li preoccupa e che mette loro i bastoni fra le ruote. […] Ci vorrà ancora tempo prima che la polizia cecena decida, fra le sue quattro mura, che questo cancan mediatico deve finire e che devono o dimostrare che Seda è viva, oppure, nel caso in cui l’abbiano uccisa, arrestare i suoi assassini.”
Sembra che il piano di Lena, sebbene lentamente, stia dando i suoi frutti: il fatto che la denuncia della scomparsa di Seda sia ufficiale da giugno è un grande traguardo, che lascia una pur minima speranza a tutti coloro che stanno seguendo questa dolorosissima vicenda.
Nuovi confini e come valicarli
In un’epoca in cui la possibilità di protestare si riduce costantemente, in cui le forme di protesta tradizionale sono state sradicate e l’opposizione post-sovietica non esiste più, agli insoddisfatti rimangono ben pochi strumenti. Certo, possono scrivere a Putin, possono coinvolgere i soldati al fronte, possono raccogliere firme, organizzare petizioni, fare picchetti, indire manifestazioni… Quasi tutti provano ad agire all’interno della legalità e quasi tutti insistono a sottolineare la natura “apolitica” delle proprie azioni, il che permette loro sia di difendersi dalle repressioni, sia di contare sul supporto di una maggioranza politica comunque poco attenta a problemi concreti come la preservazione del patrimonio naturale e culturale nelle repubbliche cosiddette etniche, o il rifiuto di alcuni usi barbari come nel caso del “delitto d’onore”.
Eppure, per quanto si cerchi di prendere le distanze dalla politica, la necessità di creare una piattaforma più ampia possibile in cui discutere di problemi locali rimane viva.
Al posto di un confronto sui grandi programmi politici, ora illegale, assistiamo quindi al tentativo di ricreare o di inventarsi da zero dei riti collettivi (quando non personali), così come alla lotta per una giusta interpretazione dei simboli ufficiali della memoria storica e della Costituzione. Un esempio di questa tendenza è la mobilitazione di madri, sorelle e parenti (solo donne) dei soldati arruolati, che con una recente e altisonante campagna di protesta (“La strada di casa”) si sono riappropriate di date e monumenti significativi, sfidando di fatto le autorità nel loro uso esclusivo della memoria della Seconda Guerra mondiale. La dichiarazione di Turčak, secondo cui i sostenitori dell’autogoverno dell’Altaj “disturberebbero gli spiriti”, solleva una controversia vera e tutt’altro che risibile: le divinità, gli spiriti locali, i fantasmi ancestrali e le anime dei caduti sono sempre per la pace e l’ordine, e quindi per il governo vigente, o lottano al fianco di coloro che sfidano i ricchi e i potenti di questo mondo?
In un’intervista, Lena Patjaeva, il volto della campagna “Dov’è Seda?”, ha raccontato di avere studiata tutto il panorama politico e di avere pianificato attentamente, passo dopo passo, la strategia e il rituale della sua campagna. “Ho deciso di andare in Cecenia la notte di Capodanno. E mi sono riproposta di agire non in una data qualsiasi, ma nel giorno dell’anniversario del rapimento di Seda, il 25 marzo. […] È stato proprio grazie al mio viaggio in Cecenia che le persone hanno cominciato a raccogliere le firme. Sono sicura: senza quel viaggio, i numeri non sarebbero stati questi.” Contrariamente al solito, quindi, feste comandate come il Capodanno hanno rappresentato per Lena non un momento di riposo prima di un ritorno alla quotidianità, ma l’opportunità per prendere una decisione importante e compiere un grande passo individuale e collettivo che ha di fatto incrinato una diffusa apatia politica.
Altro rito politico importante è diventata la difesa della terra, nei vari significati che questa parola può assumere: mentre lo stato celebra la difesa dei nuovi confini allargati della Federazione Russa, le sue azioni sono percepite da molti abitanti delle repubbliche come un attacco alla propria, di terra, intesa sia come proprietà privata, sia come foreste protette e aree montuose locali, sia come territori nazionali su cui le autorità federali avanzano le loro pretese.
Al regime interessa “l’integrità” del proprio territorio, ne protegge i confini ma allo stesso tempo li vìola, privando i paesi confinanti della propria terra, eliminando le garanzie costituzionali all’integrità del territorio delle varie repubbliche e rimaneggiandone i confini. Ricordiamo a questo proposito le recenti proteste in Inguscezia contro la cessione di parte del suo territorio alla Cecenia. Questa mossa crea di fatto un confine ufficioso tra la repubblica e il resto della Federazione Russa, ma come abbiamo avuto modo di notare, attraversare quel confine si è rivelato una mossa politicamente davvero acuta, che ha portato Lena Patjaeva ad un provvisorio successo della sua campagna.
Quanto più si parla di confini, tanto più è importante pensare a come valicarli ed eliminarli nel nostro modo di vedere le cose, nelle nostre azioni, nei nostri programmi. Šies è diventato un centro di resistenza soprattutto perché si trova nel punto in cui convergono la regione di Archangel’sk e la Repubblica dei Komi. E il fatto che ciò che sta succedendo in Baschiria abbia l’appoggio degli abitanti della vicina regione di Čeljabinsk è un buon segno poiché dimostra che non si tratta di qualcosa di prettamente locale. Anche la gente dell’Altaj è sostenuta dagli abitanti di altre regioni del paese e di altri stati: Tyva, Sacha, Burjatija, Territorio dell’Altaj e Kirghizistan. Le montagne, i boschi, i fiumi e le zone climatiche, così come i diritti umani, valicano ogni frontiera: in questi tempi di ossessione per l’idea di confine e il sovranismo, dovremmo dare un nuovo senso politico a un’ovvietà simile.
In varie regioni della Russia, la società civile sta imparando a fare politica in nuove condizioni. Gli attivisti si trovano sia a dover stringere nuovi legami valicando i confini disegnati dalle autorità, sia a dover ricodificare dei riti di cui lo stato si è appropriato, in modo da poterli utilizzare come base d’appoggio. È possibile creare uno spazio politico in cui la lotta per la terra e contro le prevaricazioni dei funzionari federali e delle grandi imprese diventi un fronte comune, e in cui tradizioni patriarcali obsolete smettano di essere un modo per terrorizzare, dividere e paralizzare la società? Forse sì, ma il coraggio e l’ingegno degli attivisti locali non bastano: serve un sostegno attento, solidale e non dogmatico di tutti, oltre tutti i confini.

