di Andreas Umland , analista presso il Centro Sudi sull’Europa orientale di Stoccolma (Stockholm Centre for Eastern European Studies SCEEUS) dell’Istituto svedese di affari internazionali (Swedish Institute of International Affairs UI
27 ottobre 2025
alle 11:39
Il sistema internazionale istituito nel 1945 è in declino. Il precedente “ordine liberale” o “basato sulle regole” aveva avuto origine con le Nazioni Unite (ONU), fondate dopo la Seconda Guerra Mondiale e si era sviluppato, tra l’altro, con la creazione di diverse sotto-organizzazioni e istituzioni affiliate all’ONU, nonché con l’emergere di sistemi di sicurezza collettiva regionali come la Conferenza (in seguito: Organizzazione) sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Tra gli elementi costitutivi delle relazioni internazionali negli ultimi decenni figurano, in particolare, il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) del 1968, la Convenzione sulle Armi Biologiche del 1972 e la Convenzione sulle Armi Chimiche del 1993.
Ascesa e caduta di un sistema
Nonostante etichette come “liberale” e “basato sulle regole”, l’ordine mondiale post 1945 non era né particolarmente ordinato, né completamente liberale, né ben regolamentato. Al di fuori dell’Europa numerosi sono stati i conflitti e i ricatti militari, i genocidi e le guerre civili, talvolta con conseguenze globali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, alcune regioni del mondo sono rimaste più o meno dominate da potenze egemoni. Fino al 1989, per esempio, l’Europa centro-orientale ha sofferto per il famigerato sistema di Jalta, vale a dire per il dominio politico, economico e militare di Mosca.
Tuttavia, il sistema internazionale emerso dopo il 1945 differiva da quello precedente. Quest’ultimo era stato caratterizzato da un palese dominio imperialista, da uno spietato sfruttamento coloniale, da guerre mondiali e locali, regimi fascisti e para-fascisti, campi di concentramento e sterminio e frequente espansione territoriale violenta degli Stati. Per quanto imperfetto e solo parzialmente basato sulle regole fosse l’ordine emerso dopo il 1945, esso rappresentava comunque un risultato sia rispetto al suo immediato predecessore, sia nel contesto della storia mondiale. Ci sono state altre guerre, dopo il 1945. Ma l’espansione del territorio di uno stato ottenuta invadendo uno Stato vicino riconosciuto e la perpetrazione di genocidi interstatali, fenomeni comuni fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sono diventati eventi rari.
Oggi, questo ordine potrebbe essere giunto al termine, rimpiazzato da un sistema che si presenta apertamente come non liberale se non addirittura antiliberale. Se il nuovo sistema mondiale dovesse comunque rimanere “basato su regole”, quelle nuove differiranno comunque da quelle stabilite dopo il 1945, rivelandosi più che altro espressioni dei capricci attuali dei governanti potenti, piuttosto che un nuovo elenco di stabili norme di condotta.
Tra le altre cose, a cambiare sono le politiche estere e interne degli Stati Uniti e della Cina, così come i loro effetti sulle attuali relazioni internazionali. Sin dalla sua fondazione, la Repubblica Popolare Cinese ha palesato il suo interesse per Taiwan; Pechino potrebbe essere sul punto, ora, di tentare la conquista dell’isola con la forza. Nel 2025, il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha annunciato di voler annettere Canada e Groenlandia. Poiché entrambi questi paesi revisionisti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e stati ufficiali con armi nucleari ai sensi del TNP, le loro rivendicazioni territoriali minano la legittimità morale, legale e politica dell’ordine esistente delle relazioni internazionali.
La violazione della Russia
Il passo più significativo verso l’erosione dell’ordine postbellico negli ultimi undici anni è stato il comportamento della Russia, anch’essa membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e stato ufficialmente dotato di armi nucleari. Mosca non ha solo palesato le sue intenzioni espansionistiche: per più di un decennio ha perseguito con la forza un’appropriazione di territori all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina, la quale (in quanto ex repubblica sovietica) è stata cofondatrice dell’ONU ed è uno Stato ufficialmente non dotato di armi nucleari ai sensi del TNP.
Alla fine di febbraio 2014, Mosca ha iniziato il suo attacco militare all’Ucraina con una malamente camuffata occupazione della Crimea da parte di truppe regolari russe. Nel marzo 2014, la Russia ha annesso ufficialmente la penisola ucraina del Mar Nero dopo un finto referendum. Nell’aprile 2014, Mosca ha esteso la guerra nell’Ucraina continentale con combattenti irregolari russi infiltrati e agenti segreti. Nell’agosto 2014, la Russia ha iniziato a inviare i primi corposi contingenti di truppe regolari nell’Ucraina orientale. Nel febbraio 2022, quello che era stato un intervento militare nascosto si è trasformato in un’invasione conclamata e su vasta scala dell’Ucraina. Nel settembre 2022, la Russia ha annesso quattro regioni dell’Ucraina continentale e ha di conseguenza modificato una seconda volta la propria Costituzione.
Col protrarsi della guerra espansionistica e dell’“operazione speciale” genocida della Russia in Ucraina, la struttura delle attuali relazioni internazionali si va modificando. Finora, i leader degli Stati Uniti e della Cina hanno solo parlato di espansione territoriale o ad essa si sono preparati con l’uso di una retorica cruda, di azioni non cinetiche, operazioni ibride e minacce di scatenare un conflitto. Dall’altra parte, invece, la Russia ha utilizzato per più di un decennio una massiccia forza militare al fine di espandere il suo territorio e la sua popolazione. Mosca sta minando la sovranità nazionale e l’integrità territoriale quali fondamenti delle relazioni internazionali postbelliche non solo per via retorica, come hanno fatto finora Pechino e Washington, ma anche materialmente, politicamente e pseudo-legalmente.
Il ritorno della legge del più forte
Se l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990 fu neutralizzata in un anno da una coalizione militare internazionale, nulla di lontanamente analogo è mai stato preso in considerazione per quanto riguarda i territori ucraini che la Russia ha annesso nel 2014 e nel 2022. Le sanzioni internazionali imposte alla Russia dal 2022 sono in teoria estese e in costante aumento. Tuttavia, fra eccezioni, errori e scappatoie a non finire, le sanzioni hanno sortito un effetto limitato. Grazie all’escalation della guerra contro l’Ucraina da parte di Mosca, diversi paesi, tra cui Cina e India, hanno aumentato i loro scambi commerciali con la Russia. Gran parte degli armamenti stranieri che l’Ucraina ha ricevuto dall’Occidente erano e sono vecchi. Le armi, spesso di seconda scelta, erano e sono per lo più consegnate in ritardo e/o in quantità insufficiente.
La pavidità di queste e altre misure, l’inazione o la complicità di varie grandi potenze, così come la scarsa incidenza delle organizzazioni internazionali durante la guerra russo-ucraina, stanno avendo conseguenze gravi.
La lezione centrale da apprendere è che la legge del più forte sembra essere tornata in auge.
Andreas Umland
Molti osservatori sospettano che la Russia tenterà ulteriori conquiste in futuro, se dovesse farla franca con le sue attuali espansioni territoriali e i crimini di massa.
Alcuni temono anche che i governi di altri paesi revisionisti relativamente potenti nel loro ambito geografico potrebbero iniziare a parlare non solo della conquista di Taiwan, per citare la leadership cinese. Potrebbero, dunque, seguire l’esempio di Vladimir Putin e mirare a prede più grandi. Se la Russia può espandere il suo territorio già vasto a spese di un altro Stato membro dell’ONU, perché altri paesi non dovrebbero fare lo stesso?
Come la Russia dimostra ampiamente dal 2014, se un qualche pase, a differenza dell’Iraq quando annesse il Kuwait nel 1990, ha un arsenale sufficiente di armi di distruzione di massa, può fare quello che vuole. In Ucraina, Mosca si sta annettendo apertamente territori, tortura prigionieri di guerra, rapisce, deporta e russifica minori non accompagnati, terrorizza i civili, bombarda edifici residenziali, ospedali, chiese, biblioteche, università e così via. Inoltre, il Cremlino minaccia implicitamente il mondo esterno con ritorsioni nucleari se terze potenze decidessero di schierarsi militarmente a fianco dell’Ucraina.
Allo stesso tempo, Putin viene ampiamente riconosciuto dai capi di stato e di governo più potenti del mondo (quando poi non riduce direttamente le distanze con loro), come il Segretario Generale Xi, i Presidenti Trump e Lula e il Primo Ministro Modi. La guerra espansionistica della Russia non ha solo l’appoggio di Stati canaglia come Bielorussia, Iran e Corea del Nord. L’aggressione russa non sarebbe possibile senza il sostegno economico e tecnologico della Cina e l’aumento delle importazioni di materie prime dalla Russia da parte dell’India.
Ciò significa che il potere del più forte non basta. Lo spregio plateale di Putin per il diritto internazionale e la sua manifesta spietatezza in Ucraina non hanno diminuito (quando non l’hanno direttamente aumentato) il rispetto e il sostegno per la Russia di molti paesi. Queste e altre ripercussioni del comportamento del Cremlino su governi affini politicamente nel mondo sono lampanti.
I deboli cederanno?
Un effetto della guerra russo-ucraina sulla politica mondiale è passato invece sottotraccia. A trarre insegnamento dall’aggressione della Russia e dalla reazione degli altri Stati e delle organizzazioni internazionali non sono solo i politici e gli strateghi delle potenze revansciste. Anche i funzionari governativi e gli esperti di sicurezza e politica estera di Paesi che sarebbero le vittime e non gli autori di una revisione violenta dei propri confini e di massicce violazioni del diritto internazionale umanitario tengono gli occhi puntati sugli sviluppi della guerra in Ucraina.
Se in molti Paesi del mondo i decisori politici e gli opinion leader non sembrano interessati alle ripercussioni che la guerra ha sulla Russia e sul regime putiniano, osservano invece con attenzione la situazione in Ucraina e il comportamento dei suoi alleati e dei suoi nemici. Politici, burocrati e membri dei think tank di Paesi che si immaginano vittime piuttosto che responsabili di un’aggressione o di un genocidio hanno recepito il messaggio al pari dei loro colleghi delle grandi potenze: la legge del più forte vince di nuovo.
L’esperienza dell’Ucraina insegna ai Paesi relativamente deboli che sul diritto internazionale, sulla comunità internazionale e sulla solidarietà tra Stati non si può fare affidamento. Insegna che non bisogna ripetere l’errore commesso da Kyiv, ossia fidarsi di “garanzie di sicurezza”, “trattati di amicizia”, “partenariati strategici” eccetera. Accordi del genere hanno scarso valore persino quando a sottoscriverli sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ufficialmente dotati di armi nucleari, come risulta evidente dall’irrilevanza di quelli stretti dall’Ucraina con Russia, Stati Uniti e Cina.
A questo punto, citando Tucidide, qualcuno potrebbe affermare che così è sempre stato e sempre sarà: “il più forte esige quanto più è possibile e il più debole cede”. Ma nel 416 a. C, come del resto fino a pochi decenni fa, non esistevano armi atomiche, chimiche o biologiche. Per quasi tutta la storia umana, l’unica guerra possibile è stata quella convenzionale. Se l’aggressore era più forte della vittima poteva minacciare, preparare e scatenare una guerra senza dover temere più di tanto per la propria esistenza.
Nel XX secolo l’avvento delle armi di distruzione di massa ha cambiato le carte in tavola, rischiando di innescare una corsa agli armamenti su scala mondiale, con Stati che – acquistando e/o producendo armi di distruzione di massa – avrebbero potuto diffonderle per tutto il globo. Il rischio è stato tuttavia mitigato dal sistema delle Nazioni Unite, dalle convenzioni internazionali contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, dagli accordi bilaterali e multilaterali di disarmo e di mutua assistenza, dai sistemi di sicurezza collettiva e da altri strumenti ancora. Dal 1945 in poi, gli Stati hanno spostato i propri confini principalmente attraverso accordi internazionali, sia bilaterali sia multilaterali, e non per mezzo di annessioni non provocate, unilaterali e violente.
Come Putin ha posto fine all’ordine basato sulle regole
L’ordine giuridico e politico internazionale sviluppatosi a partire dal 1945 è ora minacciato da diversi fattori, ma soprattutto dalla violenta annessione alla Russia di cinque regioni ucraine nel 2014 e nel 2022. In teoria, l’annessione di territori ucraini e il terrore di massa che la Russia infligge alla popolazione civile non avrebbero dovuto verificarsi. La Russia è infatti un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, uno Stato depositario del TNP dotato di armi atomiche, nonché un garante dell’inviolabilità dei confini e della sovranità dell’Ucraina ai sensi del Memorandum di Budapest del 1994. Dal canto suo, l’Ucraina è un membro ufficiale delle Nazioni Unite dal 1945 (fino al 1991 come repubblica sovietica), ha ricevuto assicurazioni e garanzie circa la sua sicurezza e la sua integrità territoriale nella cornice del Memorandum di Budapest dai cinque Stati nucleari firmatari del TNP, e nel 1996 ha rinunciato al suo arsenale atomico. Pertanto, non avrebbe dovuto subire né perdite territoriali né un genocidio tra Stati.
A fronte delle azioni della Russia, l’ordine basato sulle regole e concepito proprio per proteggere i Paesi come l’Ucraina, sembra andare in frantumi. Ci sono difatti potenze grandi e medie che tollerano l’espansionismo russo o vi si oppongono con scarsa convinzione. Ispirati da Mosca o meno, alcuni Stati stanno a loro volta considerando di espandersi attraverso una revisione violenta dei propri confini. Tali reazioni, e i loro effetti, contrastano fortemente con la risposta internazionale all’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990.
Di conseguenza, nel mondo Paesi relativamente deboli potrebbero ricalibrare i loro interessi nazionali, le loro priorità strategiche e il loro approccio alla sicurezza, non potendo apparentemente più contare né sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, né sugli Stati Uniti e nemmeno sul diritto internazionale per preservare la propria integrità territoriale. A questo punto, trovare una soluzione sostenibile al loro dilemma di sicurezza attraverso l’azione politica, la diplomazia e la deterrenza convenzionale è oggettivamente molto complesso. Alcuni governi potrebbero quindi cominciare a considerare le armi di distruzione di massa come valida alternativa per difendere l’indipendenza e l’integrità territoriale del proprio Paese.
Chi può trarre beneficio da un balancing esterno?
Per rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati più forti, quelli più deboli hanno storicamente cercato di ottenere garanzie di sicurezza o di stringere partnership strategiche con le grandi potenze, comprese quelle dotate di armi nucleari. Come dimostrano le vicende dell’Ucraina dal 2014 in poi, questa via per contenere un vicino più potente, espansionista e genocida è tuttavia irta di ostacoli. Né le garanzie di sicurezza che la Russia ha dato all’Ucraina con il Memorandum di Budapest del 1994, né la partnership strategica stretta con gli Stati Uniti nel 2008, né il trattato di amicizia ratificato dalla Cina nel 2013 (e citeremo qui solo questi tre, fra i numerosi accordi firmati da Kyiv per rafforzare la propria sicurezza) hanno evitato le calamità che dal 2014 colpiscono il Paese invaso con un’intensità sempre maggiore.
Per le potenze minori è naturale cercare la soluzione ai propri dilemmi di sicurezza nell’adesione a un’alleanza difensiva che comprenda, idealmente, almeno uno Stato dotato di armi nucleari. E per alcune continuerà a essere un modo per proteggere integrità territoriale e popolazione civile a fronte del declino dell’ordine mondiale emerso nel 1945. Ma come hanno imparato tra gli altri l’Ucraina e la Georgia, ottenere la piena adesione a una potente alleanza difensiva è un’impresa complessa e non priva di rischi.
Alle richieste di aderire alla NATO presentate da Tbilisi e Kyiv nell’aprile 2008, l’alleanza ha risposto che “sarebbero diventate” membri. A tale promessa non è però seguito neanche l’avvio del processo di ammissione attraverso il cosiddetto Membership Action Plan (MAP). Al contrario, la Georgia è stata smembrata dalla Russia nel 2008 e l’Ucraina nel 2014. La loro unica consolazione, forse, può essere che la Moldova – repubblica ex sovietica costituzionalmente neutrale e senza mire di ingresso nella NATO – è stata smembrata dalla Russia più di trent’ anni fa.
Un controesempio è invece offerto dalla Finlandia, che con la Russia condivide un lungo confine. A differenza dell’Ucraina e della Georgia, nel 2022 la Finlandia ha avviato con successo il suo processo di adesione all’Alleanza Atlantica, di cui fa parte dal 2023. Nonostante la geografia e i legami storici con la Russia, la Finlandia non ha sperimentato nulla di lontanamente paragonabile a ciò che la Georgia vive dal 2008 e l’Ucraina dal 2014. Una delle ragioni è che, diversamente da Moldova, Georgia e Ucraina, la Finlandia non faceva parte dell’Unione Sovietica e quindi ha un significato diverso per Mosca.
Gli esempi della Moldova e della Finlandia dimostrano che l’intenzione di aderire alla NATO di un’ex colonia russa non è una condizione necessaria o sufficiente per un’invasione. In presenza di tutti gli altri fattori, è probabile che le repubbliche ex sovietiche di Georgia e Ucraina sarebbero state vittima dell’espansionismo russo anche se non avessero ambito a entrare nella NATO, proprio come la Moldova. Magari avrebbero preservato la propria integrità territoriale, ma avrebbero dovuto comunque sottomettersi al Cremlino, per esempio aderendo all’Unione economica eurasiatica (UEE) e all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO), entrambe controllate e dominate dalla Russia. L’Ucraina sarebbe stata probabilmente costretta a diventare parte dello Stato dell’Unione di Russia e Bielorussia, frutto del trattato firmato da Minsk e Mosca l’8 dicembre 1999, esattamente otto anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Ad ogni modo, il rapporto con la NATO della Georgia e dell’Ucraina da una parte e la reazione della Russia dall’altra illustrano quanto è rischioso cercare di aderire a una potente alleanza difensiva. Tale approccio alla difesa dei propri confini resta un’opzione per i Paesi già legati alla NATO come potevano essere la Finlandia e la Svezia, che sono infatti entrate nell’ Alleanza Nordatlantica rispettivamente nel 2023 e nel 2024. Per Paesi come l’Ucraina e la Georgia, che confinano con una potenza irredentista e occupano una posizione più fragile sullo scacchiere internazionale, tale bilanciamento esterno è invece più complesso. Tentare di aderire a un’alleanza difensiva è una scommessa rischiosa, specie per chi ha urgente bisogno di protezione e cerca alleati con un arsenale atomico.
Conclusioni
L’attuale erosione dell’ordine mondiale post-1945 è profonda ed è, tra le altre cose, il risultato delle ambizioni espansionistiche di alcuni dei leader più potenti sulla scena mondiale. Le conseguenze materiali del declino del diritto e delle organizzazioni internazionali non saranno solo nel comportamento delle potenze più grandi. Gli effetti del cambiamento potrebbero risultare anche da un riassestamento delle strategie di sicurezza nazionale da parte di potenze medie e piccole. Ripercussioni, queste ultime, che potrebbero essere tanto problematiche per la stabilità politica globale quanto i cambiamenti nella condotta delle grandi potenze.
A prestar fede al Cremlino, dal 2014 la Russia ha semplicemente ritoccato la sua politica imperiale consueta. L’approccio sovietico e post-sovietico di Mosca era originariamente quello di creare “repubbliche” controllate dal Cremlino, come la DDR, l’Abcasia o l’Ossezia del Sud, oppure “repubbliche popolari” come la Polonia, l’Ungheria, Doneck o Lugansk. A questo si è ora aggiunta l’annessione ufficiale dei territori ucraini. In precedenza, la guerra politica, culturale, economica e cognitiva della Russia mirava a legare a Mosca l’Ucraina (e altre nazioni) con strumenti più “soft”. Nel febbraio 2014, questo approccio è stato ampliato con l’uso massiccio della forza, culminato otto anni dopo con l’inizio in territorio ucraino di un’invasione su vasta scala e dal terrorismo di Stato.
L’attuale leadership russa considera quanto compiuto in Ucraina dal 2014 una semplice prosecuzione delle politiche sovietiche e post-sovietiche nell’Europa orientale dopo il 1945. E forse Pechino e Washington ritengono che anche il loro dichiarato interesse per l’annessione dei paesi vicini passi inosservato. Al contrario, molte potenze medie e piccole potrebbero essere messe in allarme da questi cambiamenti, vedendosi potenzialmente nel ruolo dell’Ucraina, di Taiwan, del Canada o della Groenlandia. Quanto ai i paesi più deboli, le ambizioni espansionistiche di Russia, Cina e Stati Uniti, così come le efferatezze di Mosca in Ucraina dal 2014, li indurranno a modificare i loro calcoli strategici in materia di sicurezza.
L’attuale terremoto geopolitico è multilaterale e sembra quasi orchestrato da Mosca, Pechino e Washington insieme. Tre dei paesi più potenti del mondo, membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU e Stati ufficialmente dotati di armi nucleari ai sensi del TNP lo stanno portando avanti all’unisono. Questa ridondanza di fattori riduce la fiducia sia nel futuro comportamento estero degli Stati relativamente più forti, sia nella rilevanza del diritto internazionale e delle organizzazioni internazionali per la protezione dei paesi relativamente più deboli dall’accaparramento di terre e da politiche genocide da parte delle potenze più forti.
L’attuale trasformazione dell’ordine mondiale può non sembrare problematica se vista da Pechino, Washington e Mosca. È però probabile che generi preoccupazione tra gli Stati non dotati di armi nucleari e poco integrati. Le potenze minori che hanno vicini con velleità espansionistiche e che operano al di fuori della NATO o di altre alleanze di difesa rilevanti devono ora ripensare la propria sicurezza e la propria difesa.
I capi di Stato, di governo e militari cinesi, americani e russi possono scegliere se prendere atto delle suddette reazioni dei paesi terzi alle loro ambizioni espansionistiche, oppure possono ignorarle; possono liquidarle o prenderle sul serio. Finché non risponderanno al nervosismo provocato dalle loro azioni e dichiarazioni, una reazione negativa da parte delle potenze minori è da mettere in conto, prima o poi.
Una delle reazioni dei paesi relativamente più deboli alla presunta fine dell’ordine postbellico potrebbe essere quella di dotarsi di armi di distruzione di massa a scopo deterrente, rassicurante e difensivo. La decisione suddetta potrebbe a sua volta innescare misure simili da parte dei paesi limitrofi, che potrebbero non fidarsi del tutto delle motivazioni esclusivamente difensive alla base della comparsa di armi di distruzione di massa ai loro confini. Ciò potrebbe innescare una corsa agli armamenti a livello locale e una proliferazione a domino delle armi di distruzione di massa. L’ingresso di esplosivi atomici, materiali radioattivi, armi chimiche letali e biologiche negli arsenali di numerosi Stati aumenta, a sua volta, la probabilità che tali armi finiscano anche nelle mani di attori non statali.
La gravità di un tale indebolimento della sicurezza internazionale futura dovrebbe indurre a non liquidarlo sbrigativamente come uno scenario apocalittico improbabile. L’espansionismo della Russia dal 2014 e la recente escalation nella retorica estera di Cina e Stati Uniti sono già un punto di svolta nella politica globale.
Agli osservatori di paesi che possiedono armi di distruzione di massa e/o sono membri a pieno titolo di alleanze che le hanno in arsenale, i succitati fenomeni possono sembrare spiacevoli, ma di importanza secondaria. Gli Stati che non le possiedono né direttamente né indirettamente, invece, non possono ignorare l’espansione della Russia e il genocidio in un territorio, quello ucraino, di uno Stato non membro della NATO e non dotato di armi nucleari, così come la risposta ambivalente delle altre grandi potenze a questa escalation.
I mutamenti nella sicurezza globale innescati dalla spudorata appropriazione di territori e dalla guerra di annientamento condotta dalla Russia negli ultimi anni sollevano questioni esistenziali per le potenze minori. Questo effetto aumenta a ogni nuovo giorno di guerra, e salirebbe alle stelle se la Russia riuscisse a ottenere una vittoria militare o se le fosse permesso di imporre un’ingiusta Siegfrieden (pace vittoriosa) all’Ucraina. Le élite politiche, intellettuali e governative dei paesi relativamente più deboli che confinano con Stati più forti con tendenze revansciste potrebbero prendere in considerazione la produzione e/o l’acquisizione di armi di distruzione di massa. Nel nuovo mondo che sta emergendo, dove i forti stanno nuovamente facendo ciò che vogliono, non tutte le potenze minori potrebbero accettare di subire.

