L’abbraccio caldo a Wolf Biermann, 50 anni dopo, in una Germania in cerca d’autore

Il ritorno sul palco di Colonia a mezzo secolo da quello che forse è il concerto più importante del Novecento tedesco. Di sicuro, per molte ragioni, il più gravido di conseguenze, sia personali, per i molti coinvolti, che politiche.

Nella foto: Wolf Biermann a Berlino,
3 dicembre 1989
(foto: Bundesarchiv, Bild 183-1989-1203-004

/ Senft, Gabriele / CC-BY-SA 3.0,)

(di Simone Zoppellaro, Memorial Italia)

12 novembre 2025 
alle 08:12



COLONIA – Sono passati quasi cinquant’anni da quello che è forse il concerto più importante del Novecento in Germania. Di sicuro, per molte ragioni, fu il più gravido di conseguenze, sia personali, per i molti coinvolti, che politiche. Un evento, questo, filmato e più volte trasmesso nell’intera durata di quattro ore e mezza dalla tv di stato tedesca occidentale, visto da milioni di cittadini sia a Ovest che a Est, da dove proveniva il suo protagonista, il poeta e cantautore Wolf Biermann. Per molti, come il musicista Wolfgang Niedecken, che lo ribadisce oggi dal palco, “fu l’inizio della fine della Sed,” la Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, il partito unico al governo della Germania comunista dal 1949, quando fu fondata, fino al 1990, subito dopo la caduta del muro, quando si tennero libere elezioni. Per commemorare l’evento Biermann, che a breve compirà novant’anni, fra gli autori più importanti e discussi della letteratura tedesca di oggi, torna a esibirsi nella città, Colonia, che ha segnato per sempre il suo destino. È tutto esaurito, al Theater am Tanzbrunnen, sulle rive del Reno, in una giornata fredda e umida di novembre. Molte le teste incanutite, ma non mancano i giovani, fra il pubblico accorso da ogni parte del paese, per celebrare una figura che, come pochi, può riassumere la parabola tragica e luminosa del Novecento europeo.


Se molti hanno l’aria trasandata e un po’ dimessa che si scorge negli ambienti di sinistra tedeschi, non mancano donne e uomini vestiti per le grandi occasioni. Biermann, che ha saputo farsi molti nemici, anche dopo la caduta del muro, ha però raccolto estimatori e consensi trasversali, come l’ex cancelliera Angela Merkel, cui nonostante l’amicizia il poeta non ha risparmiato critiche, come nei rapporti troppo compiacenti, a suo avviso, con Vladimir Putin: “Un predatore resta un predatore, una dittatura una dittatura,” ha dichiarato Biermann.


L’attesa è palpabile prima dell’evento, filmato ancora una volta dalla tv di stato tedesca che, come annunciato da Pamela Biermann, sua collega e moglie, incaricata di moderare l’evento, ha in programma un documentario che uscirà il prossimo anno per la doppia celebrazione: il compleanno dell’artista e il cinquantennale del celebre concerto. Dopo un inizio in cui età ed emozione lo mettono in difficoltà interpretando la Ballade vom preußischen Ikarus, canzone nata nel 1976 – poco prima dello storico concerto – da un incontro con Allen Ginsberg a Berlino Est, Biermann ingrana e domina il palco. Racconta aneddoti e snocciola battute, parla della politica di ieri e di oggi, non risparmiando critiche taglienti, fra gli altri, alla destra dell’AfD e a Sahra Wagenknecht, alla guida di una formazione populista di sinistra nata lo scorso anno.


E poi, naturalmente, le canzoni. Fra le molte, Soldat Soldat, inno antimilitarista che – come racconta lo stesso autore nella sua autobiografia, dove illustra le tante contraddizioni del pacifismo di ieri e di oggi – ebbe il curioso destino di essere proibita in patria, ovvero nella DDR, e dallo stesso regime promossa a Ovest; Ermutigung, splendida canzone sulla speranza quando tutto sembra impossibile, che divenne un inno della dissidenza, cantata nelle università e persino nelle chiese; e, ancora, quella sfrontata e straordinaria sfida ai servizi segreti e al regime comunista che fu Die Stasi-Ballade, scritta nel 1967, registrata e messa agli atti – come prevedibile – dai protagonisti così ben descritti nel testo. Una canzone, questa, che dieci anni esatti dopo, il 14 novembre 1977, avrà il destino di finire sulle pagine del quotidiano “Lotta continua” tradotta dall’attivista e politico sudtirolese Alexander Langer. E non sarà un caso: ancora comunista e insieme dissidente, Biermann rappresentava non solo una doppia sfida alle autorità comuniste, che come vedremo non glielo perdoneranno, ma anche un riferimento per la nuova sinistra – antiautoritaria e critica del socialismo reale – nata a partire dal 1968 in Germania come in tanti paesi.


Che Biermann non abbia perduto il suo mordente lo si capisce subito, ancor prima dell’inizio del concerto. Nel foglio di sala, un semplice foglio A4 ripiegato in due che riporta i testi di alcune canzoni vecchie e nuove, colpisce – accompagnata da una citazione del drammaturgo Georg Büchner sul “terribile fatalismo della storia” – una vecchia vignetta inglese dove Hitler tiene e braccetto uno Stalin in abito da sposa e, accanto a loro, Putin e Trump che si stringono le mani sorridendo. Un “nuovo patto Molotov-Ribbentrop,” spiega il poeta dal palco, che minaccia un’Europa divisa e debole militarmente che gioca a fare lo struzzo nei confronti di un presente che rischia di rispedirci, grazie ai figuri di cui sopra, dritti nel passato più nero. “Torneremo a una Germania e un’Europa divise in sfere di influenza?”, chiede provocatoriamente Biermann al pubblico.


Sul palco insieme a lui ci sono amici vecchi e nuovi che lo accompagnano in canzoni e ricordi, in un evento che è anche un tributo a un mito vivente, un artista seminale come pochi nel panorama della cultura tedesca. Fra loro i Van Holzen, giovane band post-punk di Ulm, che aprono il concerto ed erano già presenti nell’album di cover Wolf Biermann Re:Imagined. Lieder für jetzt! pubblicato lo scorso anno. C’è poi la chitarrista Nora Buschmann, nata a Berlino Est, e, oltre agli altri citati, Campino e Kuddel, due membri dei Toten Hosen, storico gruppo rock molto amato dal pubblico tedesco. Non mancano spezzoni di filmati dell’epoca, e un palco dove si scorgono alcuni elementi simbolici, fra cui una menorah, sul lato destro della scena, dove Biermann si accomoda quando lascia spazio ai suoi ospiti, a ricordarci le origini paterne del poeta.


Alla fine, come una liberazione, parte una standing ovation per Biermann, troppo scomodo per essere già un monumento, ma certo troppo ingombrante e presente – gli è stata dedicata persino una mostra al Deutsches Historisches Museum di Berlino – per non essere celebrato in una Germania in cerca d’autore e sempre più allo sbando. E così il nostro si fa avvolgere dall’abbraccio caldo di Colonia, insieme coi suoi amici e la sua amata Pamela, che è confidente e guida, oltre che una collega in album e progetti: molto più di una moglie, come racconta al pubblico.


Nato nel 1936 a Amburgo, città ieri come oggi con una forte presenza socialista, l’infanzia del poeta è segnata dalla scomparsa e dall’uccisione del padre Dagobert, ebreo e comunista, attivo nella resistenza contro il nazionalsocialismo. Operaio dei cantieri navali, figura di straordinario coraggio, fu più volte arrestato e, dopo aver scontato due anni di prigione, tornò di nuovo attivo fino a che non fu deportato ad Auschwitz, dove morì soli a trentotto anni.


Sempre nel 1943, la casa di famiglia ad Amburgo fu distrutta da un bombardamento aereo, da cui Wolf e la madre riuscirono a scampare solo gettandosi in un canale. Oltre trenta membri della famiglia Biermann persero la vita durante la guerra. Subito dopo il conflitto, già attivo nella gioventù comunista della sua città, a diciassette anni Biermann richiese e ottenne un trasferimento nella Repubblica Democratica Tedesca da poco nata, l’unica in grado, agli occhi del ragazzo, di segnare una svolta rispetto agli orrori del nazionalsocialismo, con cui la sua gemella ad Ovest, la Germania capitalista, pareva troppo compromessa.


Stabilitosi a Berlino Est, mentre frequenta l’università Humboldt Biermann inizia a lavorare come assistente regista al Berliner Ensemble fondato da Bertolt Brecht, sotto la direzione di Helene Weigel e, insieme, studia composizione con un’altra delle figure più note della Germania comunista, Hanns Eisler. Ma presto arriveranno le censure e, infine, il divieto di esibirsi, di pubblicare e registrare le sue canzoni.


Negli stessi anni il poeta si lega, oltre che a molti dei principali artisti dell’epoca, a noti dissidenti come Robert Havemann e Jürgen Fuchs, cui dedicherà lavori e canzoni, e che saranno un sostegno e un riferimento per il comunista Biermann ridotto al silenzio – paradosso dei paradossi – da un regime che non poteva accettare la sua sconfinata libertà di pensare e esprimersi. Undici anni di divieto totale per il poeta, che può leggere i suoi testi e cantare le sue canzoni solo fra le mura del suo appartamento berlinese della Chausseestraße 131, che presto diventerà meta per il pellegrinaggio (il mito di Biermann nasce proprio in quegli anni, mentre i suoi dischi registrati di nascosto conoscono un’ampia circolazione, come i suoi testi) di molti intellettuali anche stranieri che passano dalla capitale. Fra loro, anche Joan Baez.


Nel novembre del 1976, il regime gli concede un visto di due settimane per l’Ovest, dove Biermann era stato invitato dal sindacato di IG Metall. Il primo concerto sarà a Colonia, l’ultimo a Amburgo, la sua città natale. Per evitare strumentalizzazioni e cercare un compromesso, come spiega Biermann sul palco, il poeta decide di non cantare cinque delle sue canzoni più “pericolose,” fra cui quella già citata sulla Stasi. Alla Sporthalle di Colonia, il teatro è gremito: si contano ottomila persone. I filmati dell’epoca ci restituiscono un Biermann insieme eccitato e frastornato, passato nel giro di poche ore da oltre un decennio di sorveglianza e silenzio, dove il massimo del suo pubblico erano un manipolo di amici costantemente spiati e registrati, a un oceano di persone. E Biermann si lascia andare, intercalando discorsi, racconti e canzoni, discutendo e a volte litigando con il pubblico, e sfora magicamente, come detto, le quattro ore di spettacolo.


Solo tre giorni dopo, le prime pagine di tutto il mondo riportano una notizia che cambierà per sempre la vita di Biermann, ma anche la storia tedesca: il Politbüro del Comitato Centrale della SED annuncia la sua Ausbürgerung, l’espulsione dalla DDR, privandolo della cittadinanza. Se era prevedibile l’indignazione ad Ovest, quello che colse di sorpresa i papaveri del partito comunista fu però la rottura dell’omertà che, all’interno del granitico sistema socialista, questo atto produsse.


A una prima lettera di protesta pubblica firmata da dodici scrittori e intellettuali di primissimo piano seguì un secondo documento con oltre un centinaio di firme. Firmano, fra gli altri, Christa e Gerhard Wolf, Stefan Hermlin, Heiner Müller, Volker Braun, Rainer Kirsch e Elke Erb, ovvero le migliori penne del paese – tutti ben consapevoli delle conseguenze che, in diversa misura, pagheranno per aver espresso la loro solidarietà a Biermann. Alcuni, dopo questi eventi, finiranno in esilio, sbaragliando la narrazione – assai cara al regime – della DDR come di una patria delle lettere, capace di accogliere scrittori e artisti in fuga dal nazismo, ridando loro libertà e voce. E la protesta attraversa le società civile e persino i muri della Germania orientale, dove appaiono scritte a sostegno del poeta.


Fra i primi a schierarsi con Biermann, c’è anche il jazzista Günter Baby Sommer, presente stasera all’evento. Vecchio compagno di musica e di lotte fin dai tempi della censura nella Chausseestraße, per registrare le sue canzoni Sommer utilizzava, impossibilitato a portare delle percussioni a causa della sorveglianza, come racconta Biermann, “come batteria un barattolo di biscotti pieno delle macchinine dei miei figli. Un suono fantastico!”. A chi volesse ascoltare come suona tutto questo, consigliamo la Bilanzballade im dreißigsten Jahr.


Dopo alcune settimane passate da alcuni amici, fra cui il Nobel per la letteratura Heinrich Böll, il cantautore tornerà nella sua Amburgo, dove ancora vive. Solo per un ultimo incontro con l’amico Robert Havemann, gravemente malato, ci racconta nella sua autobiografia, il cantautore poté tornare per brevissimo tempo a Berlino Est nel 1982. Dopo il trasferimento forzato nella Repubblica Federale, Biermann non perderà né il suo estro musicale e poetico, né la sua capacità di provocare e fare scandalo, conquistando tante volte le prime pagine dei giornali.


L’ultima volta solo pochi mesi fa, quando ha fatto scalpore una sua intervista rilasciata a “Die Zeit”. Un attacco diretto ai tanti tedeschi dell’Est che oggi supportano l’estrema destra: “Quelli che erano troppo codardi durante la dittatura, ora si ribellano senza alcun rischio contro la democrazia”, ha dichiarato Biermann, che a quasi novant’anni non ha perso un briciolo della sua lucidità e del suo coraggio. Difficile immaginare un ritratto migliore della Germania di oggi.

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