Georgia, la democrazia che muore un pezzo per volta

Come pochi altri paesi aveva guardato con speranza all’Europa, oggi scivola verso il consolidamento di un sistema autoritario che, grazie a un gruppo di interesse politico-economico sostenuto dal Cremlino, minaccia di farsi irreversibile. Sullo sfondo di proteste quotidiane su larga scala, viene soffocata da un veleno che non è più soltanto una metafora.

Nella foto: Bandiera dell’Unione Europea
durante le proteste in Georgia nel 2024
(foto: Kanal13, CC BY-SA 3.0,
via Wikimedia Commons)


(di Simone Zoppellaro, Memorial Italia)

10 dicembre 2025 
alle 11:10



Una democrazia rischia di morire alle porte dell’Europa, nell’indifferenza di molti, inclusi i nostri governi. È la piccola Georgia, da anni simbolo di resistenza all’occupazione russa in Abcasia e Ossezia del Sud, regioni controllate de facto da Mosca a partire dalla guerra del 2008 – con una dinamica che anticipava l’annessione della Crimea del 2014 – ora stretta in una morsa che rischia di paralizzarla per intero. Un paese che come pochi aveva guardato con speranza all’Europa, oggi scivola, nonostante la straordinaria resistenza della sua popolazione, verso il consolidamento di un sistema autoritario che, grazie a un gruppo di interesse politico-economico sostenuto dal Cremlino, minaccia di farsi irreversibile.


Un caso emblematico di una deriva epocale. Nel 2024, secondo Freedom House la libertà globale è diminuita per il diciannovesimo anno consecutivo. Sessanta paesi hanno registrato un deterioramento dei diritti politici e delle libertà civili, mentre solo trentaquattro hanno ottenuto miglioramenti tangibili. In tutto questo, il declino della Georgia è fra i più importanti al mondo. Un trend confermato anche dal Democracy Report 2025 del V-Dem Institute, che illustra come il declino democratico investa in primis Europa orientale e Asia meridionale. E, ancora una volta, il nome della Georgia spicca accanto a altri paesi per i quali quali, spiega il report, possiamo “affermare con certezza che si tratta di casi di autocratizzazione”.


Ora, due lavori recenti – un’investigazione giornalistica e un rapporto steso da difensori dei diritti umani – gettano luce inedita su una pagina drammatica che i media italiani, con poche eccezioni, sembrano trascurare. Eppure, non serve sempre il clamore delle armi: una democrazia può morire anche nel silenzio del mondo, abbattendo un diritto dopo l’altro, chiudendo media e organizzazioni indipendenti, incarcerando e minacciando chiunque non intenda piegarsi. Soffocata da un veleno che, nel caso della Georgia, oggi non è più soltanto una metafora.


In base a informazioni fornite da esperti di armi, membri della polizia georgiana e medici, la Bbc ha mostrato come un’arma chimica utilizzata dall’esercito francese nella prima guerra mondiale sia stata usata dal governo di Tbilisi alla fine dello scorso anno per colpire chi manifestava contro l’annuncio di sospendere i negoziati per l’adesione all’Ue. Le prove raccolte indicano l’uso di un agente tossico chiamato camite non più in uso dagli anni trenta del secolo scorso che, come scrive Amnesty International, “può causare ustioni, vomito, difficoltà respiratorie e altre gravi lesioni di lunga durata.”


La reazione del governo del Sogno Georgiano – partito creato dall’oligarca Bidzina Ivanishvili – come scrive Denis Krivosheev, vicedirettore di Amnesty per l’Europa orientale e l’Asia centrale, è stata quantomeno contraddittoria: “Le autorità georgiane stanno rispondendo a tali gravi accuse con una combinazione di misure kafkiane: da un lato, un’ondata di allarmismo e rappresaglie contro testimoni e giornalisti che si sono fatti avanti; dall’altro, totale diniego e rigetto delle prove bollate come ‘assurde’, il tutto mantenendo l’apparenza che un’indagine sulle lesioni subite dai manifestanti sia in corso”. Eppure, lo stesso primo ministro della Georgia, Irakli Kobakhidze, ha in parte ritrattato, confermando che durante la repressione delle proteste antigovernative a Tbilisi nell’inverno 2024 gli idranti contenevano effettivamente una sostanza, ma non il camite, e promettendo di approfondire.


“Il regime ci sta avvelenando con le armi chimiche” è la scritta che è comparsa sugli edifici di Tbilisi negli ultimi giorni. Non è una cosa nuova: già alla fine dello scorso anno, giornalisti, medici e organizzazioni georgiane avevano denunciato la presenza di sostanze chimiche nei cannoni ad acqua. Come prevedibile, l’indagine della Bbc ha dato nuovo impulso a una protesta che, in un oltre un anno di repressione, non ha conosciuto un solo giorno senza manifestazioni, atti di resistenza e disobbedienza civile. All’indagine, lunga e articolata, ha risposto anche la Helsinki Commission, che ha chiesto di “fare una verifica di queste indagini e imporre sanzioni adeguate ai responsabili” e arriverà al Congresso statunitense.


Il secondo lavoro è il report Sotto assedio: come la Georgia sta smantellando la società civile, curato dall’Organizzazione mondiale contro la tortura e dalla Federazione internazionale per i diritti umani, nell’ambito del loro programma congiunto: l’Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani. Qui si dimostra, nelle sue diverse fasi e aspetti, come il governo georgiano abbia orchestrato un sistema coordinato per mettere a tacere il dissenso, smantellare le organizzazioni indipendenti e reprimere l’attivismo per i diritti umani, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di una società civile fra le più vitali dello spazio post-sovietico.


“La strategia di Sogno Georgiano,” vi si legge “combina leggi restrittive, aggressioni fisiche, soffocamento finanziario, vessazioni giudiziarie, campagne diffamatorie e sorveglianza illegale, che si rafforzano a vicenda creando un ambiente di paura e repressione che si autoalimenta”. E ancora: “Le vessazioni giudiziarie prendono di mira i difensori dei diritti umani e i giornalisti, inclusi coloro che monitorano la brutalità della polizia durante le proteste e assistono le vittime di tortura e detenzione arbitraria. Questi procedimenti giudiziari, che sono spesso accompagnati da detenzioni arbitrarie, multe e maltrattamenti, hanno un effetto dissuasivo su tutta la società civile, favorendo l’autocensura e scoraggiando l’impegno nel lavoro a favore dei diritti umani”. Un progetto coerente e articolato, quello che emerge dal report, che analizza la legislazione impiegata dal governo per piegare la democrazia:


“Tra il 2023 e il 2025, le autorità georgiane hanno avviato o approvato più di venticinque pacchetti legislativi che hanno avuto profonde implicazioni sulle libertà civili e lo spazio civico.”


Sempre degli ultimi giorni, è la denuncia di Human Rights Watch sulla repressione della protesta e della libertà di espressione. “Il governo georgiano sta sistematicamente smantellando la protezione della libertà di riunione pacifica e di espressione”, ha affermato Giorgi Gogia, vicedirettore per l’Europa e l’Asia centrale di HRW.

“Le persone vengono arrestate o multate con sanzioni esorbitanti per aver esercitato i propri diritti fondamentali”.
(Giorgi Gogia, HRW).


Dal novembre 2024, come dimostrava anche il report precedente, il partito al potere ha fatto approvare rapidamente dal parlamento diverse modifiche legislative che, in sostanza, criminalizzano un’ampia gamma di azioni di protesta fondamentali per l’esercizio pacifico del diritto di riunione.


Come avviene altrove, basti pensare gli Stati Uniti, anche l’accademia è presa di mira. A partire dal prossimo anno accademico, infatti, racconta OC Media, gli studenti stranieri non saranno più ammessi negli atenei statali della Georgia, lasciando loro come unica opzione per studiare nel paese le università private. Come dichiarato in un’intervista dal ministro dell’istruzione Givi Mikanadze, “le università statali devono essere orientate agli interessi dello stato”. Il piano ovviamente, anche qui, è quello di interrompere i tanti legami verso l’Europa creati in questi anni.


Dietro simili operazioni, il modello russo emerge in modo netto, come si evince dalle leggi sugli agenti stranieri, che sono fondamentali per comprendere la genesi della protesta e, insieme, il progetto autoritario del governo. Eravamo nel 2023, quando Sogno Georgiano presentava al parlamento un primo provvedimento che si rivolgeva alle ONG e ai media. Questo stabiliva che se più del 20% dei finanziamenti proveniva da donatori stranieri, era obbligatorio registrarsi come agenti stranieri, salvo incorrere in pesanti sanzioni.


Come mi ha raccontato Mariam Nikuradze, cofondatrice e direttrice di Oc Media, che ho intervistato: “Quando è stato comunicato alla popolazione che l’effettiva adozione di questa legge avrebbe messo a repentaglio l’integrazione della Georgia nell’UE, è scattata la protesta. Nel 2023, la resistenza ha avuto successo e Sogno Georgiano ha ritirato la prima bozza della legge, salvo poi, meno di un anno dopo, nella primavera del 2024, ripristinarla. Naturalmente ciò è avvenuto sullo sfondo di proteste su larga scala. Migliaia di persone sono scese in piazza per dichiarare nuovamente di volere l’adesione della Georgia all’Ue. Ma Sogno Georgiano non si è fermato lì. Ha introdotto un’altra versione della legge sugli agenti stranieri.” In un paradosso fra i molti di questa deriva, la Georgia ha così non una, bensì due leggi sugli agenti stranieri.


Proteste in Georgia
Proteste contro la legge sugli “agenti stranieri” in Georgia, 2 maggio 2024


Il rapporto sempre più stretto con la Russia riguarda anche un tema assai discusso: quello delle sanzioni contro Mosca. Il petrolio e i prodotti petroliferi russi, infatti, aggirano le sanzioni per raggiungere il mercato europeo, fra l’altro, proprio attraverso la Georgia. Non solo: grazie all’evasione delle sanzioni, la Georgia agevola la catena di approvvigionamento militare della Russia, nutrendo la sua macchina bellica.


Mentre un’Europa in cerca d’autore esita a riconoscere la crisi georgiana per quello che è, ovvero, come scrive Khatia Kikalishvili, “un esperimento in cui Mosca sta testando fino a che punto le pratiche autoritarie e le narrazioni anti-occidentali possano essere integrate in un paese candidato all’adesione all’UE senza che l’Europa adotti serie contromisure,” il governo ungherese di Viktor Orbán corre in soccorso di Sogno Georgiano. “L’Ungheria non permetterà mai all’UE di introdurre sanzioni contro i leader georgiani,” ha dichiarato il suo ministro degli esteri Péter Szijjártó. In tutto ciò, come consuetudine nei nostri tempi, la disinformazione foraggiata da Mosca sta giocando un ruolo fondamentale, come provato da ricerche e indagini, che dimostrano fra l’altro, ancora una volta, tutti i limiti delle strategie di contrasto promosse dall’Europa e dagli Usa. Un tema, quest’ultimo, sviluppato in libri di notevole importanza ma poco discussi, come quelli di Nina Jankowicz (How to Lose the Information War. Russia, Fake News, and the Future of Conflict) e di Richard Stengel (Information Wars. How We Lost the Global Battle Against Disinformation and What We Can Do About It).


Eppure, la società civile non si piega, e il David georgiano ancora sembra tenere testa al Cremlino armato solo del suo coraggio e di un sogno che assai poco somiglia a quello spacciato dall’Incubo Georgiano, come la protesta ha ribattezzato il partito di governo. Non un solo giorno dell’ultimo anno, come detto, è trascorso senza una manifestazione, e nessuna forma di repressione, neanche le più brutali, è bastata a spegnerla. Un coraggio, che investe centinaia di migliaia di georgiani, ben impersonificato dalla sua figura più rappresentativa: la giornalista Mzia Amaglobeli, direttrice dei media online Batumelebi e Netgazeti e fresca vincitrice, insieme al giornalista bielorusso Andrzej Poczobut, del Premio Sacharov 2025. Arrestata nel gennaio 2025 per aver partecipato alle proteste antigovernative, è stata condannata a due anni di carcere a causa del suo impegno. Prima prigioniera politica donna della Georgia a partire dall’indipendenza del paese, Amaglobeli è diventata il simbolo del movimento di protesta per la democrazia.


In una risoluzione adottata il 19 giugno 2025, il parlamento europeo ha chiesto il rilascio immediato di Amaglobeli, condannando “gli attacchi sistematici del regime di Sogno Georgiano alle istituzioni democratiche, all’opposizione politica, ai media indipendenti, alla società civile e all’indipendenza della magistratura”. La giornalista, ha scritto Amnesty International, in un quadro che ricorda da vicino quello dei prigionieri politici nelle carceri russe, “è stata vittima di una serie di abusi da parte della polizia: è stata aggredita verbalmente, le hanno sputato addosso, è stata ferita e poi le è stata negata l’assistenza medica”. Eppure non si è piegata, come non vuole arrendersi il piccolo e grande paese che è con lei e la supporta. Ma per quanto potrà ancora resistere?

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