di Evfrosinija Kersnovskaja.
A cura di Elena Kostioukovitch, traduzione di Emanuela Guercetti, postfazione di Valeriu Pasat (Bompiani, 2009).

“Il racconto di una vita trascorsa nel GULag staliniano ci pone di fronte a una realtà raccapricciante che tutto sommato ci sembra di avere già conosciuto attraverso testimoniante altrettanto drammatiche. Ma Evfrosinija Kersnovskaja riesce a creare quell’impatto che fa tornare in mente, a lettura finita, innumerevoli episodi, volti, voci, con un procedimento che all’inizio del terzo millennio appare di stupefacente novità. Raramente le vittime di un regime totalitario hanno raccontato la loro esperienza con il gusto della narrazione e con una sensibilità estetica che non vengono meno di fronte all’orrore e all’abbrutimento. La lettura di queste pagine, illustrate dai disegni dell’autrice, cattura la nostra attenzione per l’azione in sé e per il ritmo infuso dalla vitalità della protagonista. La formula della Kersnovskaja è quella del romanzo illustrato. È nuovo il ruolo del lettore, che, quasi come in un gioco ipertestuale, entra nelle immagini, ascolta la voce narrante e partecipa alle vicende. Non esistono riprese documentarie del GULag, tanto meno girate dalle vittime. Ma grazie a questo “fumetto”, a distanza di settant’anni dagli eventi, dal permafrost siberiano emergono volti e voci, quasi fossero le parole surgelate di cui parla Rabelais. È nuovissimo il tono della narratrice. Ci si aspetterebbe la voce di una donna che subisce, patisce, che è picchiata, seviziata, sbattuta nelle carceri di rigore. E invece l’io narrante è quello di una vincitrice fisica e morale.”
Evfrosinija Kersnovskaja (1907-1994) è nata a Odessa da padre russo, di professione giudice, e da madre greca, insegnante di lingue. Nonostante una educazione letteraria e musicale di ottimo livello e la conoscenza di almeno sei lingue, privilegia il lavoro dei campi specie dopo il trasferimento della famiglia in Bessarabia per sfuggire al regime sovietico. Deportata in Siberia come molti suoi compatrioti, è stata condannata alla fucilazione e internata nel GULag, ma ha continuato a scrivere e disegnare per raccontare la sua avventura. Al suo ritorno a casa nei primi anni Sessanta ha iniziato a riscrivere e a disegnare tutto quello che non poteva certo dimenticare.

