16 febbraio 2026. Due anni fa moriva Aleksej Naval’nyj.

Ringraziamo Tgcom24 e Gabriella Persiani per l’intervista alla nostra presidente Giulia De Florio.


A due anni dalla morte dell’oppositore russo Alexei Navalny e alla vigilia del quarto anno di guerra, ne è passata di acqua sotto i ponti della Federazione. La Corte europea dei diritti umani (Cedu), proprio sul caso Navalny, ha condannato Mosca per violazione di numerosi diritti fondamentali, compresi quello alla vita e il divieto di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Mentre, Mariana Katzarova, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la Russia detiene più di duemila prigionieri politici, tornando a sottolineare l’allarme per le loro condizioni. Infine, recentissima, la notizia che la colonia penale n. 2 (IK-2) nella città di Pokrov, nella regione di Vladimir, dove, da marzo 2021 a giugno 2022, Navalny stesso era stato detenuto (“Non avrei mai immaginato che un vero campo di concentramento potesse essere allestito a cento chilometri, da Mosca”, scriveva), è stata chiusa. Ma per quanto riguarda i dissidenti nel Paese i dati non sono confortanti. Anche se sembra aprirsi uno spiraglio: il ritorno al Consiglio d’Europa della piattaforma dell’opposizione civile russa, unita nel sostegno all’Ucraina. Lo conferma a Tgcom24 Giulia De Florio, slavista e docente di Lingua russa dell’Università di Parma e presidente di Memorial Italia, parte del network dell’Ong nata a Mosca alla fine degli anni Ottanta per lo studio delle repressioni di epoca sovietica, la denuncia delle violazioni dei diritti umani nei contesti sovietico e postsovietico e la difesa dei diritti umani nella Russia e nello spazio postsovietico attuali, associazione ora parzialmente sciolta per via giudiziaria dalla procura generale della Federazione.


Il punto, a due anni dalla morte di Navalny: qual è la situazione dell’opposizione in patria e all’estero?
“Non è una situazione rosea, è complessa e la continuazione del conflitto russo-ucraino rende sempre più difficile la comunicazione tra quella parte della società russa che si oppone e si schiera contro la guerra dentro il Paese e quella parte che è fuori. Perché cambiano o semplicemente sono percepite in modo diverso le priorità dell’agenda ed è arduo trovare un linguaggio comune per combattere le stesse battaglie. L’opposizione russa all’estero, come abbiamo visto in questi quattro anni di guerra, è molto frammentata, poco omogenea, molto disunita, poco in grado di trovare punti di contatto solidi su cui basare una possibile azione politica”.

Ma è attiva?
“Ci sono tantissime iniziative lodevoli, c’è tanta informazione che cerca di contrastare la propaganda, ma non vedo una forte coalizione di intenti. Sono state già varate alcune road map da varie associazioni e da parte della stessa Memorial, tra cui i famosi ‘100 giorni dopo Putin’ della Fondazione Anti-Corruzione di Yulia Navalnaya. Sono, però, tutti programmi che innanzitutto presuppongono un dopo, che per ora non si vede né tengono conto di quella che sarà la situazione reale. Sono delle linee guida, degli orientamenti che hanno sì un peso e un loro valore, ma non sono programmi politici veri e propri e non vogliono esserlo. Per ora siamo molto indietro rispetto a un’idea di opposizione, anche perché, non essendoci una vera e propria politica nella Federazione Russa di oggi, non si riesce a dare vita alla politica vera e propria. Non dimentichiamoci di contestualizzare sempre”.

Ma chi c’è alla guida, se c’è una guida?
“Non vedo una guida in questo momento, anche perché, ripeto, le istanze e i presupposti da cui partono le figure pubbliche, che noi occidentali, in maniera anche un po’ grossolana, identifichiamo come oppositori, sono diverse tra loro e hanno anche obiettivi spesso diametralmente opposti. Tanto meno vedo per ora una guida unica, che possa coalizzare e convogliare su di sé tutte le varie istanze, che si muovono soprattutto nello spazio europeo e un po’ anche americano, e che, soprattutto, possano far sentire la loro voce e avere un peso anche per chi combatte il regime dall’interno”.


Che apporto potrà dare alla “resistenza” russa il recente ritorno al Consiglio d’Europa della piattaforma dell’opposizione civile russa?
“La piattaforma che è stata di recente eletta è anch’essa un po’ una scommessa e credo che sia ancora troppo presto per poter dire che apporto potrà dare. Quello che sappiamo è che è nata non sotto i migliori auspici: le candidature e le selezioni dei rappresentanti sono state accompagnate da molte polemiche, da accuse più o meno velate di trasparenza; non c’è nessun rappresentante della Fondazione Anti-Corruzione anche se è, o meglio era, comunque, la più grande forza civile politica opposta a Putin e che anche dopo la morte di Navalny resta una voce importante. La sua assenza si sente”.


Nessuna speranza, allora?
“Premesso ciò, mi sembra difficile dire quale potrà essere un reale, concreto apporto. Certo che è uno strumento con del potenziale, non solo a livello simbolico, perché può diventare utile per favorire quello scambio tra chi è fuori e chi è dentro ed è soprattutto un modo definitivo per ribadire quella che è l’urgenza: mettere l’agenda ucraina al primo posto. A tal proposito, ho letto in una recente dichiarazione congiunta che si va proprio in questa direzione: la vittoria, la resistenza e il supporto all’Ucraina sono al primo punto della piattaforma. Senza questo, di fatto, non solo tutto il resto sarebbe stato più complesso da portare avanti, ma ciò avrebbe voluto dire anche perdere parte del sostegno della stessa comunità ucraina e di coloro che vogliono questo tipo di priorità. Ora, alle dichiarazioni, dovranno seguire le azioni. Bisognerà vedere quanto ognuno del gruppo riuscirà a conciliare i propri obiettivi personali, molto diversi per formazione, storia, background, con un’idea comune di lavoro per riaprire un dialogo basato sui valori democratici all’interno della Federazione Russa”.

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