(Foto di Žilvinas Ka su Unsplash)
di Tetyana Bezruchenko, Memorial Italia
24 febbraio 2026
alle 09:52
Il 24 febbraio, media, talk show e politici saturano lo spazio pubblico parlando di “quattro anni di guerra”. Non è un errore di calcolo o ignoranza: è una falsificazione cognitiva volontaria. Il 24 febbraio 2022 ci siamo svegliati con la notizia dei bombardamenti russi contro uno Stato sovrano, vivendo uno shock psicologico che ci ha spinti a chiederci come la guerra fosse “tornata” in Europa. Ma la domanda corretta è un’altra: l’Europa viveva davvero in pace, o aveva semplicemente imparato a convivere con guerre che preferiva non chiamare per nome? Per otto anni abbiamo accettato definizioni come “conflitto locale” o “crisi a bassa intensità” per mantenere una distanza rassicurante.
Il 2022 non ha inaugurato la guerra: ha solo reso impossibile continuare a non vederla.
Oggi ridurre tutto a “quattro anni” crea una cornice che espelle il 2014, la Crimea e il Donbas, permettendo alla propaganda di penetrare inostacolata. Se accettiamo questa cronologia amputata, restiamo incapaci di vedere la macchina di guerra costruita nel tempo attraverso la nostra disponibilità a normalizzare l’anormale.
È stato un dolce sogno europeo quello di una “grande Russia libera” come partner affidabile. Un’illusione che il Cremlino ha sfruttato per trasformare il nostro bisogno di stabilità in uno spazio di manovra politica e preparazione militare. Il risultato è stato un fallimento cognitivo: abbiamo perso anni prima di accorgercene.
Torniamo al febbraio 2014. Mentre il mondo ancora applaudiva agli sport invernali a Soči, in una città sul Mar Nero dal clima mediterraneo, trasformata in vetrina di una “Russia moderna e partner internazionale”, il meccanismo dell’aggressione era già scattato. C’è un dettaglio che ridicolizza ogni tentativo della propaganda di parlare di “reazione russa agli eventi di Majdan”: la data incisa sulla medaglia ufficiale della federazione russa “Za vozvraščenie Kryma” (“Per il ritorno della Crimea [alla madrepatria]”).
Quella data è il 20 febbraio 2014.
In quel momento, Viktor Janukovyč era ancora il presidente in carica a Kyiv e i tragici scontri in piazza Majdan Nezaležnosti non erano ancora giunti al loro culmine. Eppure, per il Cremlino, l’operazione militare era già iniziata. Quella medaglia è solo la prova documentale che l’invasione non fu una risposta a un “colpo di stato”, ma un piano preordinato, eseguito mentre l’Occidente era distratto dai riflettori olimpici.
Abbiamo assistito alla nascita di una nuova forma di guerra: militari senza insegne, “omini verdi” e pseudo-referendum. Abbiamo accettato la finzione pur di non ammettere che un Paese con cui facevamo affari miliardari stava ridisegnando i confini europei. Abbiamo accolto con sorprendente facilità la narrazione di Mosca — la Crimea “storicamente russa”, il “regalo” di Chruščëv — perché incasellava l’orrore nella cornice rassicurante di una “grande Russia” partner strategica, difficile, ma indispensabile.
E quando l’assenza di una reazione internazionale forte era ormai evidente, il coinvolgimento militare venne ammesso apertamente dallo stesso Putin.
Questa versione risultò tanto più accettabile perché la Federazione Russa, dopo l’11 settembre 2001, era stata progressivamente reintegrata nei meccanismi di cooperazione occidentali — dalla creazione del Consiglio NATO-Federazione Russa nel 2002 alla collaborazione nella lotta al terrorismo.
Su questo sfondo si innesta anche la Siria e il legame militare del Cremlino con il regime di Assad: il porto di Tartus è un punto d’appoggio navale attivo dal 1971 e, con l’inizio della guerra civile in Siria nel 2011, tra il 2012 e il 2014 si intensifica il cosiddetto “Syria Express”, il ponte navale di rifornimenti che consolida la presenza militare della flotta del Mar Baltico e del Mare del Nord della federazione russa nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Quell’infrastruttura logistica e la normalizzazione dei movimenti militari di Mosca aiutarono a nascondere che la Crimea fu una parte di strategia già attiva e pianificata molto prima della rivoluzione della Dignità. L’annessione della penisola di Crimea non è separabile da quella preparazione: è uno dei primi atti della guerra di cui oggi parliamo apertamente, anche se per alcuni si tratta solo di quattro anni.
Nel contesto di fiducia verso Mosca come partner strategico, fu più semplice leggere l’annessione come una controversia geopolitica, piuttosto che riconoscerla per ciò che era: l’avvio di una guerra già pianificata e una violazione deliberata dell’ordine internazionale.
In questo contesto di fiducia e ambiguità è stato anche facile abitare il dubbio. Le informazioni si accumulavano, ma venivano costantemente relativizzate, diluite, depistate. La scarsa conoscenza della storia dell’Ucraina — per decenni filtrata o oscurata dal Cremlino — ha reso più semplice accettare versioni parziali, interpretazioni sospensive, formule prudenti.
È qui che la ripetizione odierna dei “quattro anni di guerra” diventa di nuovo un dispositivo di rimozione. Perché cancella ciò che è avvenuto tra il 2014 e il 2022.
Cancella l’occupazione del Donbas, con la presenza di figure come Igor’ Girkin e di militari russi sul terreno.
Cancella l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 il 17 luglio 2014, diretto a Kuala Lumpur, con 298 civili uccisi. L’aereo fu colpito da un missile Buk proveniente dalla 53ª Brigata missilistica antiaerea della Federazione Russa. Nel novembre 2022 il Tribunale dell’Aia ha condannato in contumacia tre imputati, tra cui Igor’ Girkin, riconoscendo che il sistema missilistico era stato trasferito dalla Russia e che il territorio fosse sotto controllo russo. Non un incidente, ma un atto compiuto nel quadro della guerra.
Cancella i “camion bianchi”, i convogli che Mosca iniziò a inviare nell’agosto 2014 presentandoli come aiuti umanitari. Oltre cento colonne attraversarono il confine senza un’ispezione completa della Croce Rossa; la missione OSCE, con mandato limitato, poteva solo registrare i passaggi, non verificarne il contenuto. Kyiv denunciò ripetutamente che quei convogli trasportassero rifornimenti ed equipaggiamenti militari verso il Donbas e, nel viaggio di ritorno, rimpatriassero i corpi dei militari russi caduti — il cosiddetto “Cargo 200” — oltre a macchinari e componenti industriali provenienti dai territori occupati.
Sotto la copertura di una missione umanitaria, si consolidava un corridoio logistico stabile, mentre l’intervento della Federazione Russa continuava a essere ufficialmente negato.
La retorica dei “quattro anni” cancella l’accerchiamento di Ilovaisk tra il 24 e il 29 agosto 2014. Mentre le forze ucraine erano accerchiate, unità regolari della Federazione Russa attraversarono il confine per sostenere le forze “separatiste”. Dopo la promessa di un “corridoio verde” che avrebbe dovuto consentire il ritiro in sicurezza, la colonna in uscita fu colpita dall’artiglieria e dal fuoco diretto. Secondo i dati ufficiali ucraini, morirono almeno 366 militari e oltre 400 rimasero feriti. L’episodio è stato qualificato dalle autorità ucraine come crimine di guerra per l’attacco contro truppe in ritirata dopo garanzie di passaggio sicuro.
Già nel 2014-2015, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) e altre valutazioni internazionali riconoscevano che il coinvolgimento diretto di unità regolari della Federazione Russa trasformava il conflitto grigio nel Donbas in un conflitto armato internazionale. Non una “guerra civile”, ma uno scontro tra Stati, con responsabilità statali precise.
E non si tratta di episodi scollegati. È una guerra che già allora mostrava la presenza diretta della Federazione Russa e l’uso sistematico dell’inganno. I crimini di guerra non hanno un termine di scadenza. Siamo noi che, continuando a parlare di “quattro anni”, smettiamo di ricordare i primi otto, resi progressivamente invisibili o discutibili.
“I quattro anni” cancellano Izoljacija. Un centro culturale di Donec’k trasformato, dopo il 2014, in un luogo di detenzione clandestino nei territori occupati. Un’ex fabbrica d’arte divenuta prigione informale, dove civili e prigionieri militari venivano detenuti illegalmente, torturati, sottoposti a violenze e lavori forzati. Le testimonianze raccolte da organizzazioni per i diritti umani e i procedimenti giudiziari aperti in Ucraina hanno qualificato quei fatti come crimini di guerra.
Quando accorciamo la cronologia dell’aggressione, non cancelliamo solo le vittime e la tragedia delle loro famiglie: cancelliamo anche la possibilità di giustizia. E ogni spazio lasciato all’impunità diventa terreno fertile perché il mostro continui a crescere.
Nel nostro desiderio perseguire l’idea di una “grande Russia partner”, abbiamo trattato anche la repressione interna nella Federazione Russa come un dettaglio secondario e accettabile. Quel nostro silenzio ha permesso la demolizione sistematica della società civile russa, lasciando senza protezione i suoi fragili germogli della democrazia, consentendo al Cremlino di eliminarli uno dopo l’altro.
L’ascesa di Putin al potere coincide con la costruzione di un metodo consolidato ancora nel periodo sovietico: violenza, negazione, opacità, assenza di conseguenze, e poi normalizzazione.
Un primo laboratorio di guerra di Putin, poi esportato e perfezionato, fu la seconda guerra cecena (1999-2009): Grozny viene devastata, le sparizioni forzate e la tortura diventano pratiche sistemiche, e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo registrano, caso dopo caso, un andamento ricorrente di violazioni gravi e impunità.
Ma il punto è un altro: l’Occidente continua a trattare tutto questo come un “problema interno” della Federazione Russa, compatibile con affari, cooperazione e “dialogo”.
Nel 2002 e nel 2004 arrivano due eventi che incidono a fondo sulla trasformazione dello Stato: Nord-Ost e Beslan.
Al teatro Dubrovka, l’operazione di “liberazione” — condotta con un gas mai chiarito fino in fondo — lascia sul terreno oltre un centinaio di ostaggi. Vite trattate come danno collaterale di un’operazione di forza. A Beslan muoiono 334 persone, di cui 186 bambini. Anche qui l’assalto resta circondato da interrogativi pesantissimi sulla proporzionalità, sulla catena di comando e sulla gestione dell’operazione.
In entrambi i casi la tragedia consolida un principio politico inquietante: la sicurezza dello Stato prevale sui diritti umani e, se necessario, sulla vita dei cittadini stessi. E lo Stato non deve rendere conto né ai propri cittadini né alle istituzioni internazionali.
Il capitolo si chiude nel 2006, quando viene assassinata Anna Politkovskaja, giornalista di “Novaja Gazeta” che documentava sul campo i bombardamenti contro i civili in Cecenia, le torture nei campi di filtrazione, le sparizioni forzate e le responsabilità delle forze federali e delle milizie filo-Cremlino.
Politkovskaja — nata in epoca sovietica, ma poi cittadina della neonata Federazione Russa, dopo il crollo dell’URSS — credeva che il suo Paese potesse essere uno Stato di diritto, in cui i crimini contro i civili venissero documentati e condannati.
Le indagini sull’assassinio di Anna Politkovskaja furono segnate da lacune evidenti. In un primo momento si conclusero senza individuare i mandanti. Nel 2009 tre imputati — due cittadini ceceni e un ex funzionario dell’FSB — vennero assolti per insufficienza di prove dopo dodici ore di camera di consiglio. La Corte Suprema della Federazione Russa annullò poi l’assoluzione e ordinò un nuovo processo. Negli anni successivi furono condannati gli esecutori materiali e l’organizzatore logistico dell’omicidio. Ma il livello superiore della responsabilità non è mai stato chiarito. Nel 2018 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Federazione Russa per non aver condotto un’indagine efficace volta a identificare chi avesse commissionato l’omicidio.
Nel 2008 arriva la prima prova generale “esterna”: la “guerra lampo” in Georgia. In pochi giorni, le forze russe entrano in territorio georgiano con il pretesto della protezione delle popolazioni locali. Il risultato è un fatto compiuto: l’occupazione di Abkhazia e Ossezia del Sud e il riconoscimento unilaterale delle due regioni da parte della Federazione Russa.
La reazione internazionale non produce né sanzioni economiche strutturali né una rottura stabile dei rapporti con il paese aggressore.
Nello stesso 2008 viene arrestato Sergej Magnickij, avvocato che aveva denunciato una frode fiscale da centinaia di milioni di dollari attribuita a funzionari statali. Dopo mesi di detenzione in condizioni critiche, muore in carcere nel novembre 2009.
Le sanzioni mirate introdotte negli Stati Uniti nel 2012 — il cosiddetto Magnitsky Act — segnarono per la prima volta una risposta concreta alle responsabilità individuali della cerchia di Putin. Il Cremlino non reagisce con un’inchiesta indipendente, ma con una contro-misura politica: la cosiddetta legge di Dima Jakovlev, che vieta l’adozione di orfani russi da parte di cittadini statunitensi, bloccando anche procedure già in fase avanzata. Bambini con gravi patologie, per i quali erano state avviate cure e percorsi familiari all’estero, restano negli istituti della Federazione, con tutte le conseguenze per la loro salute.
Nel 2011 e nel 2012 migliaia di cittadini della Federazione Russa scendono in piazza a Mosca e in altre città per contestare brogli elettorali e la decisione di Vladimir Putin di tornare alla presidenza dopo l’intervallo formale con Dmitrij Medvedev. Le manifestazioni di piazza Bolotnaja sono state le proteste civiche che chiedevano semplicemente le elezioni trasparenti e limiti al potere. Decine di manifestanti vengono arrestati e processati per “disordini di massa”. Nei mesi successivi si rafforza l’architettura legislativa della repressione: nuove restrizioni sulle manifestazioni pubbliche, sanzioni più dure per chi partecipa a raduni non autorizzati, ampliamento della definizione di tradimento, introduzione della categoria di “agente straniero” per le organizzazioni della società civile.
Le proteste di Bolotnaja sono state il momento in cui il dissenso viene ridefinito come minaccia alla sicurezza dello Stato, e gli ultimi germogli di democrazia vengono asfaltati in suo nome. Da quel punto in poi, la società civile della Federazione Russa perde la possibilità di essere interlocutrice: viene trattata come un pericolo da neutralizzare.
Dopo Bolotnaja, lo Stato non ha più contrappesi interni. A quel punto non è questione di se userà la forza oltre confine, ma di quando. La propaganda diventa un’infrastruttura solida: serve a normalizzare l’inaccettabile e a preparare l’opinione pubblica al passo successivo.
Quel passo arriva nel 2014.
Per la società della Federazione Russa è stato un segnale di punto di non ritorno che significa che lo Stato ha completato la propria trasformazione in una macchina da guerra senza più i freni. Per l’Occidente è stato un test di credibilità: condanna l’annessione, introduce sanzioni, ma lascia aperta la prospettiva di un ritorno alla normalità, e Mosca deduce che l’escalation è possibile.
La parola internazionale, da sola, non basta. Le garanzie senza deterrenza valgono poco. Il Memorandum di Budapest — firmato nel 1994 da Ucraina, Federazione Russa, Stati Uniti e Regno Unito — con cui Kyiv rinunciò all’arsenale nucleare in cambio dell’impegno a rispettarne sovranità e integrità territoriale, è diventato la prova di una vulnerabilità: se una violazione così grave resta, nei fatti, “gestibile”, allora il rischio della guerra diventa calcolabile.
E non è un caso che, in quegli anni, l’Ucraina diventi anche un punto di riferimento per ciò che resta del dissenso russo: attivisti e giornalisti spinti all’esilio spesso scelgono come destinazione proprio l’Ucraina. Perché l’Ucraina è la linea di demarcazione tra due modelli — un potere imperiale che pretende zone d’influenza e una società democratica che rivendica un percorso europeo, fondato sull’idea che il potere debba avere confini.
Ed è proprio questa differenza a rendere l’Ucraina incompatibile con la logica imperiale di Mosca.
Molto prima del 2022, Finlandia e Svezia hanno percepito questa minaccia, e avevano intensificato la cooperazione militare con la NATO pur restando formalmente non allineate. Partecipavano a esercitazioni congiunte, rafforzavano l’interoperabilità e investivano nella difesa territoriale. Ma la differenza più significativa non è stata solo militare: è stata culturale e cognitiva.
Eppure continuiamo a parlare di “quattro anni di guerra”, come se tutto fosse iniziato nel febbraio 2022. Questa formula cancella anche un altro passaggio importante che riguarda la trasformazione in Ucraina: il periodo 2019-2022.
Quando Volodymyr Zelensky entra in carica nel 2019, la guerra nel Donbas dura già da cinque anni. È una guerra a bassa intensità, ma non è congelata: si combatte, si muore, si negozia sotto pressione. Zelensky arriva con un mandato forte di pace e con l’idea — espressa pubblicamente — che per fermare una guerra “bisogna smettere di sparare”. In quel contesto vengono effettuati arretramenti tattici e tentativi di de-escalation.
Ma una de-escalation unilaterale non interrompe la finestra di preparazione dell’invasione su larga scala. Non modifica la strategia del Cremlino: consolidare la narrativa interna, rafforzare la macchina militare e misurare ancora una volta la reazione occidentale, come aveva già fatto nel 2014.
Fortunatamente alcuni Paesi europei leggono diversamente i segnali.
In Finlandia, dopo il 2014, la disinformazione di Mosca non è stata trattata come un fastidio mediatico, ma come un problema di sicurezza nazionale. La risposta è entrata nella scuola: il nuovo curriculum nazionale (2014, implementato dal 2016) ha reso strutturale la multiliteracy — lettura critica delle fonti, riconoscimento delle tecniche di propaganda, verifica delle informazioni digitali. Non “progetti”, non “giornate a tema”: competenze praticate fin dalla primaria. E sul piano istituzionale, Helsinki ospita dal 2017 l’Hybrid CoE, il centro europeo di eccellenza per contrastare le minacce ibride, in cooperazione con UE e NATO.
La Svezia, dopo l’annessione della Crimea, ha riattivato nel 2015 la “difesa totale” (Totalförsvaret): non solo esercito, ma preparazione civile, continuità dello Stato, comunicazione strategica. E quando ha capito che il fronte più vulnerabile è la testa dei cittadini, non i confini, ha creato un’agenzia dedicata: la Psychological Defence Agency, operativa dal 1° gennaio 2022, con un mandato chiaro contro operazioni di influenza straniera. Anche qui la scuola è parte del dispositivo: alfabetizzazione critica ai media e immunizzazione cognitiva contro la manipolazione.
Questa è la differenza: per Finlandia e Svezia la guerra ibrida è stata riconosciuta dal 2014 come minaccia concreta. Non una “crisi lontana”, non un conflitto “regionale”, ma un metodo.
La Francia istituisce nel 2021 VIGINUM per monitorare e contrastare le interferenze digitali straniere. La Repubblica Ceca aveva già creato nel 2017 un centro nazionale contro terrorismo e minacce ibride. In altre parole: c’è chi ha letto la realtà per tempo — e chi ha continuato a chiamare tutto questo “opinioni”, “dibattito”, “pluralismo”.
In Italia, per anni il dibattito resta permeabile alla falsa equivalenza, alla normalizzazione della narrativa del Cremlino, alla retorica del “conflitto tra NATO e Mosca”. L’ambiguità è persino entrata nei manuali scolastici di storia e geografia.
Senza una strategia strutturale di resilienza cognitiva, il Paese rimane completamente esposto.
Dobbiamo ricordare che quando nel 2022 è cominciata l’invasione su larga scala, non è stato un “inizio della guerra”. È arrivato il momento in cui è diventato impossibile continuare a chiamarla in un altro modo.
E se vogliamo vedere il quadro ancora più completo, dobbiamo tornare indietro di quasi trent’anni.
In un’intervista del 1996 al programma russo Vzgljad, il presidente della Repubblica Cecena di Ichkeria, Dzhokhar Dudayev, denunciava i crimini di guerra dell’esercito federale di Mosca contro il suo popolo.
Al Cremlino non c’era ancora Putin, ma Boris Eltsin. Eppure, il metodo era già ben definito: bombardamenti sulle città, negazione delle responsabilità, criminalizzazione dell’indipendenza come “terrorismo”, eliminazione fisica dell’avversario politico. La Federazione Russa post-sovietica reagiva come aveva sempre reagito l’Unione Sovietica: con la forza.
Quando Dudayev parlava della logica imperiale di Mosca — del fatto che non avrebbe accettato la perdita delle ex repubbliche e che l’Ucraina avrebbe prima o poi avuto uno scontro con il Cremlino, con la Crimea al centro della disputa — non faceva una profezia. Conosceva il sistema: un potere che considera l’autodeterminazione non un diritto politico, ma una minaccia esistenziale.
Il 21 aprile 1996 Dudayev non morì in battaglia. Fu localizzato mentre usava un telefono satellitare e colpito da un missile guidato. Non un’esplosione casuale, ma un’operazione mirata: intelligence elettronica e aviazione militare. Una decisione politica tradotta in azione militare.
Mosca ha eliminato il presidente eletto di una repubblica che aveva dichiarato l’indipendenza nel 1991 — come avevano fatto molte altre ex repubbliche sovietiche, compresa la stessa Federazione Russa rispetto all’URSS.
Nel 1994, invece di aprire un negoziato, il Cremlino aveva scelto la guerra. Grozny fu rasa al suolo. Organizzazioni internazionali documentarono torture, sparizioni forzate, “campi di filtrazione”.
Dudayev credeva fortemente nelle istituzioni internazionali. Ma aveva compreso la natura del potere con cui si confrontava: “La Russia non rinuncerà mai alle sue ambizioni”, diceva. E la definiva senza metafore diplomatiche: “Di fatto è un racket. Con le minacce e con i carri armati”.

