(Nella foto: il regista ucraino Oleh Sencov durante il processo nell’estate del 2015. Fonte: Antonymon, CC BY-SA 4.0,
via Wikimedia Commons)
(di Alexander Dubowy; traduzione a cura di Memorial Italia)
9 marzo 2026
alle 07:51
Traduzione dal tedesco di un articolo pubblicato da dekoder, piattaforma online specializzata in analisi e approfondimenti su Russia, Bielorussia e Ucraina.
Una delle prime azioni che la Russia ha intrapreso durante l’occupazione dei territori ucraini è stata la creazione di campi di detenzione per prigionieri militari e civili: così è iniziata l’annessione della Crimea nel 2014, e così nel 2022 gli invasori russi hanno proseguito a instaurare il loro regime di violenza in Ucraina.
All’interno della Russia stessa, invece, le carceri si stanno svuotando, poiché ai detenuti è data la possibilità di arruolarsi nell’esercito. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, i dati ufficiali non vengono più pubblicati. È chiaro, tuttavia, che il sistema carcerario russo non ha mai avuto così pochi prigionieri: si stima che nel 2025 fossero detenute tra le 266.000 e le 313.000 persone, mentre solo nel 2021 erano ancora 480.000. Non si sa quanti di loro siano stati davvero spediti in guerra: le stime variano dalle decine di migliaia a oltre 150.000.
Il sistema penitenziario russo è un retaggio del Gulag: la violenza e la disumanizzazione ne sono parte integrante. Anche in Ucraina gli occupanti ricorrono in modo sistematico a crimini di guerra e contro l’umanità. Stando alla classificazione di Freedom House, i territori ucraini occupati dalla Russia risultano tra le regioni più repressive al mondo.
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Non è stato affatto facile per il giornalista di YouTube Jurij Dud’ spiegare al suo pubblico di lingua russa il sistema penitenziario tedesco: oltre tre milioni di persone hanno cliccato sul suo video del luglio 2025 in cui si afferma che “il lavoro con i criminali può essere diverso da come lo conosciamo”.
In Russia la risocializzazione esiste solo sulla carta: il Servizio federale penitenziario, o Fsin (nel suo acronimo russo che sta per Federal’naja Služba Ispolnenija Nakazanij), è esclusivamente un apparato punitivo e repressivo, la cui logica centrale è il dominio e la legge del più forte.
“In linea di principio, in Russia ogni istituto penitenziario viene costruito con l’obiettivo di spezzare e distruggere qualcuno, di schiacciare corpi umani e destini. Solo che in alcuni luoghi ciò avviene in forma quotidiana, di routine, mentre in altri come su di una catena di montaggio e raggiunge livelli incredibilmente perversi”.
Quando il regista ucraino Oleh Sencov, liberato in seguito a uno scambio di prigionieri, scrisse queste righe nel 2019, né l’assassinio di Naval’nyj né l’enorme portata e sistematicità delle pratiche di tortura nelle prigioni e nei campi di rieducazione russi nei territori occupati dell’Ucraina sembravano concepibili. Oggi molti si chiedono perché la violenza sia la norma in Russia, e alcune voci critiche attribuiscono questo fenomeno, fra le altre cose, alla fusione tra la cultura carceraria e quella politica.
Sorvegliare e punire
In Russia non è mai esistito un programma statale uniformato di reinserimento sociale né tantomeno un’idea chiara sulle misure statali di reintegrazione dei detenuti. La riabilitazione sociale è affidata principalmente a ong come Rusʹ Sidjaščaja (Russia imprigionata). Queste non solo ricevono poco o nessun sostegno statale, ma devono anche affrontare ostacoli burocratici e, almeno dai tempi delle proteste di piazza Bolotnaja nel 2012, vengono sempre più criminalizzate. Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la maggior parte dei loro collaboratori si trova in esilio.
Già in precedenza, il lavoro delle ong era inoltre ostacolato dalla pratica diffusa del cosiddetto “trasferimento a tappe”: una routine di trasferimenti e trasporti continui che, secondo Rusʹ Sidjaščaja, non segue alcuna logica o procedura logistica particolare e a cui i detenuti sono sistematicamente costretti. Il Fsin mantiene segrete tutte le informazioni sul trasferimento dei detenuti e sul loro luogo di detenzione successivo, motivo per cui né i detenuti né i loro parenti stretti o avvocati vengono informati sulla meta finale prima dell’inizio del trasferimento. I prigionieri vengono così in pratica tagliati fuori dal mondo esterno, in alcuni casi per un mese o più.
Durante il trasferimento, i detenuti vengono spesso rinchiusi in vagoni speciali sovraffollati e in carri per il trasporto dei prigionieri – i cosiddetti vagoni Stolypin – in condizioni spesso crudeli, disumane e umilianti: secondo la legge, fino a sedici persone possono essere ammassate in uno spazio di tre metri quadrati e mezzo, e solo raramente vengono forniti lenzuola e materassi. Nelle stazioni intermedie, i detenuti vengono sistemati nelle aree di transito dei centri di detenzione preventiva (Sizo), dove a volte rimangono per settimane prima di essere nuovamente trasferiti.
A ogni tappa, nelle prigioni di transito, viene eseguita una visita medica sovente umiliante. Inoltre, non è raro che i detenuti facoltosi – i cosiddetti kabančiki – vengano sistematicamente costretti in viaggio per essere spennati finanziariamente ad ogni stazione. Qualcuno dice con sarcasmo che il Servizio federale penitenziario non sia altro che un conglomerato economico, un’azienda orientata al profitto.
I detenuti come “risorsa”
La rivista Secretmag ha mostrato l’eredità del Gulag nell’economia dell’odierno sistema penitenziario russo, che resta uno stato nello stato: isolato, spietato, disumano. Il sistema è stato creato circa cent’anni fa e, secondo Ol’ga Romanova, da allora è stato riformato solo una volta, nel 1953, per volere di Lavrentij Berija.
In questo sistema, i detenuti non sono considerati esseri umani, bensì una risorsa di manodopera. Come all’epoca del Gulag, il Fsin è ancor oggi un sistema chiuso che mantiene segreti quasi tutti i dati relativi alla sua attività economica. Le poche informazioni disponibili provengono da attivisti per i diritti umani che operano soprattutto nella parte europea della Russia.
Il sistema economico carcerario comprende innumerevoli aziende agricole, imprese edili e fabbriche. I detenuti producono una vasta gamma di prodotti. Nel 2018 il Fsin disponeva del più grande budget carcerario d’Europa, pari a 3,5 miliardi di euro. Allo stesso tempo, la Russia ha la spesa giornaliera pro capite più bassa, pari a 2,40 euro, mentre la media europea è di 68,30 euro al giorno per detenuto. Secondo Valerij Maksimenko, il vicedirettore del Fsin, i costi per il vitto erano stati ridotti da 24 miliardi di rubli nel 2012 a 15 miliardi nel 2017: il vitto giornaliero per detenuto costava circa 72 rubli (all’epoca pari a circa un euro), un importo che, assicurava Maksimenko nel 2018, avrebbe coperto il fabbisogno calorico necessario.
Mondi criminali
Circa un anno e mezzo dopo tale computo, Maksimenko stesso finì in prigione: nove anni di reclusione, ufficialmente per abuso d’ufficio e corruzione. Non è improbabile che il vero motivo fossero le lotte di potere all’interno della dirigenza: il Fsin è in sostanza un’organizzazione criminale che sfrutta i prigionieri, sia altri veri sia i detenuti innocenti.
In primo luogo, ciò avviene in modo diretto, ad esempio detraendo i servizi di approvvigionamento della colonia penale dal salario dei detenuti sfruttati: in un caso particolarmente eclatante, un detenuto della colonia penale IK-13 di Nižnij Tagil ha ricevuto, in base alla busta paga del luglio 2015, 1,99 rubli (all’epoca pari a 0,03 euro).
In secondo luogo, i dipendenti della prigione guadagnano grazie alle attività criminali dei detenuti: nel luglio 2020, ad esempio, nel carcere preventivo di Mosca Matrosskaja tišina (in italiano “Il silenzio dei marinai”), noto in tutto il paese, è stato scoperto un call center da cui venivano effettuate chiamate fraudolente. Il costo delle attrezzature tecniche sequestrate è stato stimato in sette milioni di rubli (all’epoca circa 82.000 euro).
Infine, i detenuti vengono semplicemente derubati: loro stessi o i loro parenti sono costretti a pagare mazzette per ottenere condizioni di detenzione più sopportabili o privilegi speciali.
I conflitti tra élite sono endemici nello stato-mafia di Putin: la cleptocrazia russa non ha nemmeno un codice criminale che la stabilizzi, e sta lentamente divorando sé stessa dall’interno, afferma tra gli altri il giornalista Michael Nacke. Poiché a partire dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina sono disponibili solo due terzi delle “risorse di manodopera” che erano a disposizione prima e sono state chiuse decine di carceri, le lotte per la distribuzione delle risorse all’interno del Fsin potrebbero addirittura intensificarsi. Non si sa nulla dei trasferimenti di massa del personale carcerario nei cosiddetti campi di rieducazione delle zone occupate dell’Ucraina; è ipotizzabile che le lotte per la distribuzione siano state neutralizzate, e che la tanto annunciata costruzione di 38 “supercarceri” fosse in realtà intesa solo finalizzata al “raspil” [schema corruttivo di appropriazione indebita di fondi pubblici o aziendali, in cui i fondi stanziati per un progetto vengono sottratti tramite – tra i vari accorgimenti – contratti fittizi, sovrastime dei costi o gare d’appalto truccate, N.d.T.], per spartirsi denaro statale: “I soldi sono stati versati, ma non è mai stata posata una prima pietra”, afferma in un’intervista Ol’ga Romanova di Rusʹ Sidjaščaja.
Campi di rieducazione
Sin dall’inizio dell’occupazione russa in Ucraina, gli aggressori hanno iniziato a occupare le prigioni ucraine e a costruire nuovi centri di detenzione. Da allora, questi costituiscono la spina dorsale del regime di occupazione: da tre a cinque milioni di ucraini vivono attualmente nelle regioni occupate dalla Russia, e qualsiasi forma di resistenza alla russificazione forzata, anche minima, può comportare la detenzione in una prigione dove si praticano torture. Le identità locali vengono sistematicamente criminalizzate e, ricorrendo ad arresti arbitrari, deportazioni e torture, la Russia ha instaurato un regime di terrore.
I civili raramente figurano nelle liste degli scambi di prigionieri. Spesso vengono condannati in processi farsa per presunto “terrorismo”, “spionaggio” o “tradimento”, mentre alcuni scompaiono senza lasciare traccia. La responsabilità collettiva fa parte del regime di terrore: spesso colpisce le donne i cui familiari sono (presumibilmente) nell’esercito. Dalle colonie di tortura giungono notizie di omicidi commessi dal personale carcerario.
Anche Aleksej Naval’nyj è stato ucciso in una prigione russa. Si presume che non siano stati i dipendenti del Fsin a eseguire l’incarico, poiché tali operazioni sono solitamente appannaggio dell’Fsb. I servizi segreti interni gestiscono tradizionalmente le proprie prigioni segrete e sono inoltre responsabili della repressione dei prigionieri politici detenuti nei campi del Fsin.
La violenza come norma
Dall’inizio dell’invasione, molto è stato scritto sulle cause della violenza che permea la società russa. Molteplici sono i fattori: dalle spiegazioni culturaliste alle riflessioni sulle continuità storiche o sul potere della propaganda. Lo stato di emergenza permanente è un tema ricorrente, e anche la ricerca sul totalitarismo risulta feconda.
Non di rado, questa cultura politica che esalta la violenza viene interpretata come un riflesso della cultura carceraria. In entrambi i casi, infatti, sono centrali il dominio e la legge del più forte. Anche nella cultura popolare questo tema è molto diffuso: già ai tempi dell’Unione Sovietica la figura del criminale veniva romanticizzata nei film e nelle canzoni popolari, mentre con Putin è nata un’intera industria culturale dedicata a questo tema, con film di culto e successi intramontabili. Nei suoi discorsi, il dittatore si mostra marziale, insegna che bisogna “picchiare i deboli” e “colpire per primi”. La sua propensione al gergo carcerario è nota fin dai primi anni 2000. Almeno dalle proteste di piazza Bolotnaja, il gergo carcerario e gli insulti fanno parte del repertorio fisso della politica estera russa.
Proprio come i prodotti dell’industria culturale, tale atteggiamento è ben accolto in Russia: “Na Berlin!” era già un meme comune prima del 2014 [“A/verso Berlino!” era uno slogan usato durante l’avanzata sovietica verso la Germania durante la Seconda guerra mondiale, ripreso negli ultimi anni per indicare ostilità nei confronti dell’Unione Europea, N.d.T.]. Gli organi di propaganda descrivono le minacce dei politici russi come “punizioni”, mentre l’élite politica coltiva ostentatamente un atteggiamento criminale, fischia gli investigatori dell’anticorruzione e trova in parte sostegno nella società proprio per l’abuso di potere (in quanto dimostrazione di “forza”).
I critici, invece, considerano l’ostentata propensione al crimine come una rottura calcolata con la civiltà: la cultura politica, quella quotidiana e la carceraria si sono fuse infine in un miscuglio infernale.
La legge del più forte è la regola fondamentale, l’immoralità è sistematica. Il carcere è uno specchio della società russa.

