(Nella foto: Il premio Free Press per Ulviyya Ali viene consegnato
al suo amico Cavid Ağa, 3 febbraio 2026;
foto di Ismayil Taghiyev, CC BY-SA 4.0,)
(di Ulviyya Ali; traduzione a cura di Memorial Italia)
5 febbraio 2026
alle 21:56
La giornalista e attivista per i diritti umani Ulviyya Ali (Guliyeva), incarcerata nel maggio scorsoin Azerbaijan sotto false accuse nel caso contro l’emittente indipendente Meydan TV, è stata da poco nominata finalista per i Free Press Awards 2025 dall’organizzazione Free Press Unlimited. Dopo aver seguito per anni come freelance casi giudiziari e violazioni dei diritti umani nel suo Paese, la giovane giornalista, oggi trentaduenne, ha lavorato al 2019 al 2025 per Voice of America. Neanche le minacce e l’incarcerazione hanno fermato il suo impegno, perché, come ha dichiarato di recente, «sono convinta che servire l’umanità sia più importante della libertà fisica». Riportiamo qui di seguito tradotta una sua testimonianza dal carcere che ci è stata fornita dal giornalista Cavid Ağa, che cura anche un sito a lei dedicato. Il testo è risale al novembre 2025 ma, a causa degli ostacoli frapposti dal Centro di detenzione preventiva di Baku, è stato reso disponibile solo di recente.

Il 23 ottobre uno dei miei avvocati è venuto a trovarmi. Avevo sentito in precedenza che i detenuti venivano ora perquisiti anche nella sala interrogatori dove si svolgono gli incontri coi legali. Prima di incontrare l’avvocato, ho preparato una lettera e l’ho messa in tasca, per poi andare nella sala. Perquisendomi le tasche, una guardia donna ha “trovato” la mia lettera, se l’è messa in tasca e ha lasciato la stanza. Quindi ho lasciato la sala, chiamato il mio legale e chiesto che il sequestro della lettera fosse messo ufficialmente agli atti.
Il responsabile della sala interrogatori, un uomo di nome Ruslan, è uscito e ha chiamato qualcuno. Pochi secondi dopo, mi ha chiamato e passato il telefono. All’altro capo del telefono c’era Əhəd Abdiyev, vicedirettore del Centro di detenzione preventiva di Baku. Mi ha chiesto a chi fosse indirizzata la lettera. Ho ribattuto: «Il signor Ruslan può leggergliela», gli ho restituito il telefono, preso la lettera dalle sue mani e l’ho aperta. Questa diceva: «Centro di detenzione preventiva di Baku, abbandonate le vostre azioni illegali!» Ho consegnato la lettera al responsabile della sala interrogatori e mi sono recata dal mio avvocato.
Durante l’ultima settimana di ottobre i miei avvocati non sono venuti. Se fossero venuti, avrei continuato la mia protesta. Speravo tuttavia che il Centro di detenzione preventiva avrebbe compreso il messaggio che avevo inviato, cessando le sue pratiche illegali.
Infine, il 3 novembre, l’avvocato è tornato. Quando sono arrivata nella sala interrogatori, ho visto che il responsabile era stato sostituito. Mi ha detto che sarei stata perquisita e solo dopo mi sarebbe stato permesso di incontrare il mio legale. Mi sono opposta dicendogli che i colloqui con un avvocato sono riservati e che stavano violando la legge. C’è una frase che i funzionari – la cui interazione con me in prigione si limita di solito a un saluto – amano ripetere: «Non rovinarti i rapporti, non creare problemi.» Sebbene sappiano che siamo prigionieri politici, si comportano come se le nostre obiezioni alle azioni illegali fossero motivate da un’ostilità personale.
Un altro punto importante è che il nuovo responsabile della sala interrogatori, Shahriyar Abbasov, è anche responsabile della sala colloqui. A essere onesti, non l’ho mai visto personalmente commettere atti illegali in quel luogo. A ogni modo, il mio problema non riguarda le persone, ma il sistema illegale che è stato istituito. Non è appropriato che la stessa persona sia responsabile sia della sala interrogatori che della sala colloqui. Come lui stesso ha affermato, quando c’è un “problema,” questo può influire anche sull’altro luogo.
Quando ho detto a Shahriyar Abbasov che mi opponevo alla perquisizione, lo ha riferito a qualcuno per poi dirmi che se non avessi acconsentito non mi sarebbe stato permesso di incontrare il mio avvocato. Non so chi abbia preso la decisione dall’altra parte del telefono, ma in conseguenza di ciò mi è stato illegalmente negato l’incontro col mio legale e sono stata riportata nella mia cella. Vorrei sottolineare che questa perquisizione illegale non è applicata solo a me, ma a tutti coloro che incontrano un avvocato nel Centro di detenzione. Mentre contestavo l’illegalità della perquisizione, i detenuti che non erano a conoscenza dei propri diritti venivano mandati nella sala perquisizioni come pulcini in un’incubatrice. In quel momento ho capito che la mia protesta non riguardava solo me stessa, ma anche la difesa dei diritti di centinaia di detenuti rinchiusi nel Centro di detenzione. Anche se sembravo una “mosca bianca” tra persone inconsapevoli dei propri diritti, ho continuato a oppormi con tenacia all’illegalità.
Circa un’ora dopo, un agente di nome Elmeddin è venuto da me e mi ha detto che il direttore del Centro di detenzione preventiva di Baku, Elnur Ismayilov, lo aveva mandato per chiedermi spiegazioni sul motivo per cui non potevo incontrare il mio avvocato. Il direttore voleva che la questione fosse indagata. Ho scritto una spiegazione dettagliata, dimostrando in termini giuridici perché la perquisizione fosse illegale.
Elmeddin ha accettato la mia spiegazione e se n’è andato. Verso la fine della giornata lavorativa è tornato e ha citato l’articolo 36.2 della deliberazione del Consiglio dei ministri «Sull’approvazione del regolamento interno delle strutture di detenzione,» sostenendo che la perquisizione fosse legale. Le norme stabiliscono che le perquisizioni dei detenuti, quelle degli edifici all’interno del Centro di detenzione, le ispezioni delle celle, delle aree residenziali e degli impianti di produzione possono essere effettuate sia a cadenza regolare che in modo imprevisto. Tuttavia, Elmeddin ha ignorato l’articolo 36.1 della stessa delibera, che specifica che le perquisizioni vadano effettuate per confiscare oggetti proibiti, individuare nascondigli e preparativi di fuga e localizzare detenuti nascosti, e che durante le perquisizioni debbano essere utilizzati mezzi tecnici.
L’articolo 36.5 stabilisce che la perquisizione personale dei detenuti debba essere effettuata nei seguenti casi:
• 36.5.1 all’ingresso o all’uscita dal Centro di detenzione;
• 36.5.2 al trasferimento o al rilascio da una cella di punizione o da una cella singola;
• 36.5.3 prima e dopo le visite;
• 36.5.4 in caso di violazione del regime carcerario o commissione di un reato.
Nessuna di queste disposizioni menziona le perquisizioni durante gli incontri cogli avvocati. Ho fatto notare che ero stata perquisita in tutte le situazioni elencate e non avevo mai obiettato. Ho detto a Elmeddin che stavano violando il codice di procedura penale, il codice penale e la Costituzione. Lui ha ribattuto: «Non sono venuto per dimostrare che hai torto» e se n’è andato.
Il 4 novembre ho chiesto un telefono per chiamare il mio avvocato, ma non mi è stato permesso, violando ancora una volta il mio diritto a difendermi. Va sottolineato inoltre che, quando i prigionieri politici richiedono di effettuare chiamate al di fuori dei giorni previsti dalla legge, è necessaria un’autorizzazione speciale, mentre i detenuti comuni non sono soggetti a tale restrizione.
Il 5 novembre il direttore del Centro di detenzione preventiva di Baku, Elnur Ismayilov, è venuto nell’unità medico-sanitaria dove siamo detenuti. Sono stata portata fuori dalla mia cella per incontrarlo e gli ho spiegato il problema. Ha detto che la perquisizione non era illegale. Ha anche affermato di avere due lauree in giurisprudenza. Gli ho ribattuto che, se aveva una formazione giuridica, avrebbe dovuto sapere meglio di chiunque altro che la perquisizione era illegale.
In precedenza, il direttore del Centro di detenzione aveva ripetutamente convocato un mio parente stretto, anche lui detenuto qui, rimproverandolo a causa mia. Quel mio familiare era stato arrestato in precedenza per ragioni non politiche e non aveva nulla a che fare col mio caso. Ogni volta che venivano pubblicati i miei scritti o le mie interviste con altri prigionieri politici, lui si lamentava con quel parente nel tentativo di influenzarmi. Dopo averlo saputo, ho detto a mia madre durante una telefonata che se qualcuno mi avesse detto anche solo una parola sui miei scritti, li avrei cancellati. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando, dopo che avevo reso pubblico che non potessi incontrare la mia famiglia il giorno del mio compleanno, lui ha di nuovo usato quel parente per chiedermi di rimuovere la notizia. Dopo di che ho interrotto ogni contatto con quel parente. Per concludere, alla fine di ottobre quel parente è stato trasferito in una colonia penale. Elnur Ismayilov ha negato che tutto ciò fosse successo e ha perfino maledetto chiunque lo avesse fatto. Sentire pronunciare imprecazioni da un direttore di un Centro di detenzione e da altre autorità è stata una delle cose più strane che mi siano capitate.
Al termine della mia conversazione con il direttore, mi sono convinta ancor più che la perquisizione fosse illegale e loro lo sapessero. Eppure, ha detto che queste azioni sono state eseguite in conformità con gli ordini e che non era stato lui a darli. Gli ho chiesto: «Se quegli ordini le dicessero di rompere un dito a un detenuto, lo farebbe?» Ha risposto: «No.» Ho aggiunto: «Perché sarebbe illegale, proprio come questa perquisizione. Pertanto, un ordine del genere non dovrebbe esistere.» Ha suggerito in modo manipolatorio che, se ero «fissata sulle parole», potevo essere perquisita nel suo ufficio prima di essere portata dal mio legale. Ho risposto che se fossi stata portata dalla mia cella al mio avvocato, la causa e l’effetto non sarebbero affatto cambiati e, inoltre, non sono mai perquisita quando vengo portata nel suo ufficio.
Il direttore ha ribadito che la perquisizione era stata effettuata per motivi di sicurezza e che, sebbene fossi stata perquisita, gli scritti che avevo preparato per la mia difesa non erano stati esaminati. Quando ho dichiarato che avrei contestato la questione legalmente, ho visto che si è irritato, ha salutato frettolosamente e ha lasciato la sala d’attesa. Cinque minuti dopo, Elnur Ismayilov è entrato nella nostra cella e ha detto: «Tu non scrivi di quelli che ti hanno arrestato, sei solo fissata con me.» Ho risposto che scrivo delle violazioni dal livello più alto a quello più basso e che probabilmente lui legge solo le parti che lo riguardano. Ancora una volta mi ha rimproverato dicendo: «Non c’è gratitudine nelle persone.» Al che ho ribattuto: «Una gentilezza la si fa senza aspettarsi nulla in cambio; se ti aspetti qualcosa, non è più gentilezza.» Quindi ha lasciato la cella. Quello che non riuscivo a capire era perché lamentarmi delle violazioni dei miei diritti fosse percepito come un torto nei confronti di qualcuno.
Il 7 novembre il mio avvocato sarebbe dovuto tornare. Quel giorno, una guardia mi ha portato il telefono della prigione dicendo che il mio legale stava chiamando. L’avvocato mi ha detto che era arrivato e che dovevamo incontrarci quel giorno stesso. Mi sono resa conto che stavano cercando di mettere me e il mio legale in una posizione difficile. Non posso biasimare il mio avvocato, poiché sappiamo quali pressioni subiscano i legali che si occupano di casi politici in Azerbaijan.
Così, sono stata portata fuori dalla mia cella per incontrarlo. Nella sala interrogatori sono stata di nuovo sottoposta a una perquisizione. Questa volta è stata più invasiva: mi hanno sollevato i pantaloni per controllare i calzini, hanno esaminato sotto le ascelle e mi hanno controllato gli elastici delle mutande. Mi sono opposta all’ispezione della mia cartella dei documenti e ho lasciato la sala perquisizioni per andare nella sala colloqui col mio avvocato. Non appena mi sono seduta, Shahriyar Abbasov, il responsabile delle sale interrogatori e colloqui, è entrato e ha proseguito l’azione illegale davanti al mio avvocato, sfogliando i miei documenti. Poi ha detto all’improvviso: «Chiamo le ragazze per controllarli.» È arrivata una guardia di nome Aysu Mutallimova, ha esaminato i miei documenti uno per uno, ha controllato tra le pagine dei miei quaderni e se n’è andata. Due giorni prima, il responsabile aveva detto che i documenti non sarebbero stati controllati; le sue parole si sono rivelate false.
I miei sospetti sono stati confermati: la perquisizione condotta con il pretesto della sicurezza era stata utilizzata in modo improprio per ostacolare direttamente le mie attività giornalistiche. Tuttavia, ai sensi dell’articolo 8.1.14 della delibera del Consiglio dei ministri sul regolamento interno delle strutture di detenzione, ho il diritto di conservare i documenti relativi all’esercizio dei miei diritti e interessi legittimi, nonché gli scritti che sono il risultato della mia attività intellettuale, comprese le copie di proposte, domande, reclami e le relative risposte.
In conclusione, ora sono certa che se si vuole denunciare un’azione illegale del Centro di detenzione preventiva di Baku essi commetteranno un altro atto illegale per impedirlo.
Non molto tempo fa, quando la redazione di Abzas Media ha scritto del Centro di detenzione preventiva di Baku, e quando Ali Zeynal, detenuto nel caso Toplum TV, si è lamentato delle condizioni del Centro, le visite dei familiari, le telefonate e i colloqui cogli avvocati sono stati ostacolati. In altre parole, quando la direzione del Centro di detenzione preventiva di Baku commette un atto illegale, non esita a commetterne un altro per impedire che diventi di dominio pubblico.
Data la situazione attuale, ho detto al mio avvocato che, per non metterlo in pericolo né causare problemi all’Ordine degli avvocati, avrei scritto io stessa le denunce relative alle violazioni commesse nei miei confronti. Agendo così, la direzione del Centro di detenzione preventiva sta anche cercando di lasciarci privi di una difesa facendoci sentire in colpa. È chiaro a tutti noi che una denuncia all’Ordine può comportare la radiazione di un avvocato.
La situazione in Azerbaijan è arrivata al punto che un cliente è costretto a proteggere il proprio avvocato. Questa prassi è intimidatoria, perché gli avvocati che difendono i prigionieri politici sono già pochissimi e nessuno vuole guai, perciò evitano di associarsi a tali individui, lasciando automaticamente la persona priva di difesa.
Durante i sei mesi in cui sono stata detenuta nel Centro, non ho prestato molta attenzione alle minacce velate e agli avvertimenti che mi erano rivolti, perché in qualche modo sono riuscita a gestire le cose da sola. In generale, sono contraria a rendere pubblica ogni questione minore e a dominare l’agenda pubblica. Prima di scrivere questo testo avevo intenzione di presentare tranquillamente un reclamo al tribunale, il cui esito mi era già noto in anticipo. Ma ho pensato che tutti dovessero sapere che non solo i miei diritti, ma anche quelli degli altri detenuti nel Centro di detenzione preventiva vengono violati.
Con il pretesto della sicurezza, viene violato il diritto dei detenuti a colloqui riservati col loro avvocato difensore.
Questa azione, in primis, compromette il diritto all’assistenza legale qualificata garantito dall’articolo 61 della Costituzione. Senza garantire la riservatezza, è impossibile parlare di qualità dell’assistenza legale. L’ispezione dei documenti viola l’articolo 15.2 della legge «Sugli avvocati e la pratica legale» che garantisce il diritto di incontrare e parlare in privato con la persona difesa o rappresentata, senza interferenze. Quando il responsabile della sala interrogatori entra nella stanza e sfoglia i documenti mentre si discute la strategia difensiva, ciò rientra chiaramente nell’ambito delle «interferenze» vietate dalla legge. Lo stesso principio è riflesso nell’articolo 81.9 del Codice di procedura penale, che stabilisce che i colloqui con un avvocato debbano essere privati se le parti lo desiderano. Il Centro di detenzione determina in autonomia la riservatezza dei colloqui tra avvocato e cliente, senza chiedere il parere di nessuno dei due. Tali colloqui devono svolgersi in condizioni di riservatezza, in modo che le guardie possano vedere ma non sentire. Esaminare il contenuto dei documenti elimina di fatto questa barriera del «non sentire» (non ottenere informazioni).
Sul piano giuridico internazionale, sfogliare documenti costituisce una diretta interferenza col diritto al rispetto della vita privata e della corrispondenza sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Campbell contro Regno Unito), la corrispondenza e la documentazione tra un detenuto e un avvocato sono considerate «privilegiate» e la lettura del loro contenuto è inammissibile. Le perquisizioni effettuate per motivi di sicurezza devono limitarsi a ispezioni tecniche volte a individuare oggetti proibiti (come oggetti taglienti) e non devono consentire la lettura di testi. Poiché in quel caso la Corte ha considerato la riservatezza della corrispondenza tra avvocato e cliente un elemento fondamentale del diritto a un processo equo, la questione si estende anche all’ambito di applicazione dell’articolo 6.
La filosofia della direzione del Centro di detenzione preventiva è semplice: se ti opponi all’illegalità, sei un «detenuto problematico.»
Tale filosofia è assai simile a quella delle sottoculture criminali: se violi le loro regole non scritte, ti considerano un nemico, identificano le tue azioni come un reato contro di loro, cercano vendetta e mostrano un’aggressività passiva. Eppure tutto ciò che desideri è che la legge sia rispettata e che tu sia trattata in modo equo.
Ad esempio, una persona di nome Rovshan che ascolta le telefonate, decide a che ora si può fare una chiamata. Se di recente non ti sei comportata in modo “saggio” o hai detto qualcosa che non gli è piaciuto al telefono, lui ostenta un atteggiamento passivo-aggressivo. Anche se chiedi a una guardia di farti fare una telefonata intorno alle undici del mattino, Rovshan dice: «Chiama alle dodici, non essere così esigente.» Quando arriva quell’ora e ci riprovi, lui posticipa ancora la chiamata. Oppure, se in precedenza hai ottenuto il permesso per qualcosa ma non ti sei comportata in modo “saggio”, all’improvviso diventa “impossibile.” Ogni privilegio concesso in prigione produce qualcosa che puoi perdere, e a volte bisogna liberarsene di modo che non possa essere usata contro di te.
Il 10 novembre, verso mezzogiorno, sono stato svegliata e mi è stato detto che dovevo andare a un incontro. Quando ho chiesto con chi fosse, ho visto un agente e l’assistente di turno del direttore. Ho chiesto cosa avessi fatto. Mi hanno risposto: «Lo sai benissimo.» Mi sono lavata e sono stata portata fuori dalla mia cella. L’agente ha affermato che avevo incitato le persone a iniziare uno sciopero della fame e che dovevo mettere per iscritto una spiegazione. Vorrei aggiungere che sei donne detenute nel caso di Meydan TV e tre delle sei prigioniere religiose detenute a agosto sono rinchiuse in celle separate nell’unità medico-sanitaria. Dal 9 novembre, queste ultime sono in sciopero della fame per protestare contro la proroga di due mesi della loro detenzione. Ho spiegato all’agente che non avevo detto nulla del genere. Lui ha replicato: «Abbiamo ricevuto una segnalazione; hanno detto che hai fatto rumore con la ventilazione e hai detto loro di non interrompere lo sciopero della fame.» Ho ribattuto che il vicedirettore Əhəd Abdiyev le aveva minacciate di isolamento se non avessero interrotto lo sciopero della fame, e che io avevo solo detto loro che tale pressione è comunemente usata contro i prigionieri politici in sciopero della fame. Quando mi è stato chiesto se avessi invitato altri a partecipare allo sciopero della fame, ho risposto che i detenuti nel caso di Meydan TV non avevano nulla a che fare con le prigioniere religiose e che un invito del genere sarebbe stato illogico. Oltre a ciò, se la capacità di una persona di resistere a uno sciopero della fame è di tre giorni, che senso avrebbe avuto dir loro di scioperare per quaranta? Dopo aver messo per iscritto la spiegazione, l’agente e il funzionario di turno se ne sono andati.
Da ciò ho dedotto che, dopo la mia protesta riguardo alla questione dell’avvocato, l’amministrazione penitenziaria stava mettendo alla prova il mio comportamento cercando di dipingermi come una detenuta problematica. Il punto è che, se anche avessi detto quanto mi hanno attribuito, non sarebbe stato illegale, ma le loro supposizioni certo non reggevano alla logica.
Da quando sono in carcere ho scritto numerose richieste di spiegazioni. Non ti informano mai degli esiti; vengono semplicemente aggiunte al tuo fascicolo personale.
Invece di correggere i propri errori, l’amministrazione penitenziaria ha agito in modo caotico, commettendo illegalità su illegalità:
• perquisizioni illegali quando mi recavo a incontrare un avvocato;
• negandomi l’accesso al mio legale;
• minacciando il mio avvocato;
• cercando di impedire le mie denunce;
• compiendo tentativi di lasciarmi senza avvocato e violazioni del mio diritto alla difesa;
• scoraggiandomi indirettamente dal cercare la difesa di altri avvocati;
• dipingendomi come una detenuta problematica.
Se avessero evitato di compiere la prima azione illegale, nulla di tutto ciò sarebbe seguito. Un’altra frase che sento spesso in carcere è: «Calmatelo.» Quando un detenuto si oppone a qualcosa, il personale ha l’ordine di calmarlo, cercando di sdrammatizzare la situazione tramite il dialogo. La questione è semplice: se la richiesta legittima di un detenuto viene soddisfatta, questi si calmerà. Invece, il personale si perde in chiacchiere inutili e il problema resta irrisolto.
Il 14 novembre è tornato il mio avvocato. Questa volta sono stata portata nella sala colloqui per la perquisizione. La direzione del Centro di detenzione preventiva ha agito in tal modo per mascherare l’illegalità col suo opposto: poiché le perquisizioni prima degli incontri cogli avvocati sono illegali, hanno fatto ricorso alle perquisizioni previste per gli edifici amministrativi in base alle norme interne.
Questa volta, la guardia Aysu Mutallimova mi ha scansionata con un dispositivo speciale, quindi mi ha chiesto di svuotare le tasche e di sfogliare io stessa i miei documenti. Fino a quel momento, tutto normale – finché non ha tentato di effettuare una perquisizione personale. Ho obiettato di nuovo: «Se veniamo perquisiti a mano, perché servono i dispositivi? E se si usano i dispositivi, perché è necessaria una perquisizione personale?» Dopo la mia obiezione, la guardia ha riferito a qualcuno che il vicedirettore Javid Gulaliyev aveva dichiarato che se non fossi stata perquisita, non mi sarebbe stato permesso di incontrare il mio avvocato.
Per la seconda volta, per evitare che il mio avvocato se ne andasse senza vedermi e per rispetto nei loro confronti, sono stata costretta ad accettare.
Il centro di detenzione preventiva di Baku ha ripetutamente violato il mio diritto alla difesa e il direttore, Elnur Ismayilov, ha minacciato uno dei miei avvocati di presentare un reclamo all’Ordine degli avvocati se fosse stata presentata una denuncia per tali violazioni.
Per proteggere il mio avvocato, gli ho chiesto di ritirarsi dalla mia difesa, perché non volevo che subisse danni a causa mia.
Dopo questo testo [che leggete, N.d.T.], mi aspetto che l’amministrazione penitenziaria possa vietare le visite dei miei familiari e le telefonate, e rendere “innocui” i miei avvocati. Nel Centro di detenzione preventiva subiamo un doppio isolamento: non siamo soli solo perché un altro detenuto è rinchiuso con noi, ma noi stessi siamo rinchiusi nell’unità medico-sanitaria. Non sappiamo nel modo più assoluto cosa succeda nel blocco femminile; lo abbiamo saputo solo dai nostri colleghi, i giornalisti di Abzas Media. Il nostro unico legame con la libertà è attraverso le nostre famiglie e i nostri avvocati, e ora ci vengono tolti anche di quelli. Forse per alcuni trattare i prigionieri politici in questo modo potrà apparire come un avanzamento di carriera e un “onore” agli occhi delle autorità. Il Paese è già nelle mani di coloro che commettono questi atti illegali. Vi fidate dei tribunali che emettono sentenze illegali e siete sicuri che le vostre violazioni rimarranno impunite, passando da un incarico all’altro.
Anche se siamo vostri prigionieri e sembriamo “mosche bianche,” vi diremo comunque: «Fermatevi!»
Nota: Circa un mese dopo, il 30 novembre, la mia protesta solitaria ha finalmente dato i suoi frutti: io e tutti gli altri detenuti veniamo ora perquisiti con dispositivi tecnici e i nostri documenti di difesa non vengono più aperti o letti.
Aggiornamento del 6 febbraio 2026
Il 3 febbraio 2026 all’Aja si è tenuta la cerimonia di conferimento dei Free Press Awards 2025. Il riconoscimento per il giornalista più resiliente è stato attribuito a Ulviyya Ali (Guliyeva), tuttora in carcere. A ritirare il premio per lei è stato il giornalista Cavid Ağa.

