Come una vita in prigione. Testimonianze dai territori occupati dell’Ucraina

Queste storie documentano esperienze di occupazione che la Russia mira a cancellare nella sua propaganda da miliardi di dollari rivolta al pubblico nazionale e internazionale. Le testimonianze ucraine, quindi, costituiscono una forma di verità storica e di giustizia.


(di Neringa Klumbytė, docente di Antropologia e Studi sull’Europa orientale)


30 marzo 2026 
alle 11:04


Neringa Klumbytė è docente di Antropologia e Studi sull’Europa orientale e direttrice del Programma Lituania presso l’Havighurst Center for East European, Russian and Eurasian Studies dell’Università di Miami, nonché ricercatrice senior presso l’Istituto lituano di Storia. Ripubblichiamo qui, per gentile concessione dell’Aseees, un suo contributo apparso originariamente su NewsNet, la newsletter dell’Association of Slavic, East European and Eurasian Studies (USA), marzo 2026, vol. 66, n. 2, corredato dagli scatti dell’autrice e del fotografo Valentyn Moiseienko, che ringraziamo per l’autorizzazione. La traduzione è a cura di Memorial Italia.


Cadeva neve nera quando Serhij ha dovuto evacuare da Hostomel’. Per tutta la notte i bombardamenti non si sono mai fermati, e ovunque c’erano incendi e fumo. Hanno annerito la neve. Serhij pensava di poter vedere cose del genere solo nei film. Non avrebbe mai potuto immaginare che nel ventunesimo secolo potesse scoppiare una guerra su vasta scala. Dall’inizio dell’invasione, il 24 febbraio 2022, si era rifugiato con la nonna nel seminterrato della sua casa, tra scatole di patate e barattoli di frutti di bosco dell’anno precedente. Non c’era acqua, né riscaldamento, né elettricità. Era buio e faceva freddo. Non potevano tenere le candele accese a lungo perché, senza un buon isolamento, l’aria era irrespirabile. Serhij aveva portato con sé una piccola pala nel caso in cui un missile colpisse la casa e avesse dovuto tirarsi fuori dalle macerie. A marzo è riuscito a evacuare. Molti altri non sono stati così fortunati. Il memoriale delle auto bruciate alla periferia di Irpin’, vicino a Kyiv, testimonia quanto fosse pericoloso lasciare il territorio occupato.


La ricerca sui territori occupati o controllati dall’Urss dopo la Seconda guerra mondiale è stata di solito classificata come parte dello studio del comunismo, del socialismo sovietico, del totalitarismo o dell’autoritarismo. Nel caso dell’Europa orientale, dei Paesi baltici e dell’Ucraina, il concetto di “occupazione” potrebbe essere utilmente impiegato come lente analitica e come alternativa agli “studi post-socialisti” o “post-sovietici”. Mentre i termini “post-socialista” o “post-sovietico” collocano i paesi all’interno della sfera sovietica, il termine “occupazione” sottolinea la sovranità degli Stati prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Esso evidenzia la continuità tra la politica imperialista dell’URSS e quella della Federazione Russa. Dal 1991, la Russia ha nuovamente occupato parti dei territori di tre Stati sovrani: Georgia, Moldova e Ucraina. Terrore, resistenza, propaganda, passaportizzazione [processo attraverso cui uno Stato impone con la forza i propri passaporti ai cittadini di un territorio occupato, N.d.T.], campi di filtraggio, referendum ed elezioni farsa definiscono le occupazioni della Federazione Russa proprio come avveniva per quelle dell’URSS.


Il cimitero di auto di Irpin’
Fig. 1. Il cimitero di auto di Irpin’ è un memoriale situato alle porte di Irpin’, vicino a Kyiv. Questi veicoli bruciati, crivellati di proiettili e accartocciati sono stati abbandonati dai residenti in fuga dall’invasione russa all’inizio del 2022. Molte persone che hanno cercato di fuggire dai territori occupati riferiscono di aver visto auto bruciate con dei corpi all’interno. Foto di Neringa Klumbytė. Vicino a Irpin’, luglio 2025.



Entro la fine del 2022, nel corso delle controffensive a Kyiv, Charkiv e Cherson, l’esercito ucraino ha riconquistato il 54% del territorio che la Russia aveva occupato dall’inizio dell’invasione su vasta scala. Attualmente, la Russia occupa circa 115.900 km², ovvero il 19,2% del territorio ucraino. Tuttavia, il 20 febbraio 2026, è stato riferito che 300 km² sarebbero stati liberati nell’Ucraina meridionale.

Nel contesto dell’attuale situazione geopolitica, approfondire la conoscenza della vita quotidiana sotto l’occupazione ci permette di comprendere più a fondo gli obiettivi della guerra russa in Ucraina. Mentre la Federazione Russa maschera le proprie intenzioni dietro eufemismi quali “operazione militare speciale”, “liberazione”, “denazificazione” o “antinazionalismo”, le testimonianze della popolazione dimostrano che l’occupazione costituisce una vera e propria distruzione della vita stessa, volta a instaurare il “Mir Russo” [il mondo russo, N.d.T.]. Le forze di occupazione instaurano un regime totalitario in cui le persone non godono di diritti umani né di libertà civili. In oltre un centinaio di interviste condotte con persone provenienti principalmente da varie aree liberate dall’occupazione, ho ascoltato storie ricorrenti di violazioni dei diritti umani, di terrore e violenze inflitte su di loro. Queste storie documentano esperienze di occupazione che la Russia mira a cancellare nella sua propaganda da miliardi di dollari rivolta al pubblico nazionale e internazionale. Le testimonianze ucraine, quindi, costituiscono una forma di verità storica e di giustizia.


Fig. 2. Una scritta che recita “Putin è il presidente del mondo”, risalente al periodo dell’occupazione nel villaggio di Velyka Doroha, nell’oblast di Černihiv. Foto di Neringa Klumbytė. Velyka Doroha, luglio 2025.
Fig. 2. Una scritta che recita “Putin è il presidente del mondo”, risalente al periodo dell’occupazione nel villaggio di Velyka Doroha, nell’oblast di Černihiv. Foto di Neringa Klumbytė. Velyka Doroha, luglio 2025.


Le persone che ho intervistato hanno paragonato la loro vita sotto l’occupazione a una vita in prigione.


Hanno parlato di un timore ferino costante, dell’incapacità di respirare, dell’impotenza, della sensazione di essere intrappolati, del degrado, del diventare bomži [senzatetto e poveri], di una vita simile a quella in un campo di concentramento. I giovani hanno tracciato un parallelo con videogiochi distopici come Half Life 2, che racconta di un pianeta invaso dagli alieni e di uno Stato di polizia. Sotto l’occupazione, ogni giorno era simile al successivo, come nel film fantasy americano del 1993 di Harold Ramis e Danny Rubin, Ricomincio da capo. Le attività quotidiane si sono concentrate sulla sopravvivenza. Molti hanno vissuto senza elettricità, gas e acqua per settimane, e in alcune zone procurarsi il cibo è diventata una pericolosa impresa. Internet era disponibile solo in alcuni luoghi e spesso richiedeva il pagamento di una tariffa a intermediari. Alcune persone si arrampicavano sugli edifici più alti e agitavano le mani per utilizzare Internet oppure si recavano in auto sulle colline più alte della zona per ricevere il segnale.



Olena, un’insegnante dell’oblast’ [regione] di Charkiv, pensava che “solo la morte fosse peggiore dell’occupazione”. Sotto l’occupazione, si era chiusa in casa e parlava a malapena con i vicini per paura di essere denunciata. Aveva perso nove chili in poche settimane perché non riusciva a mangiare. Sebbene le autorità di occupazione avessero portato aiuti umanitari e avessero iniziato a distribuire generi alimentari, molte persone riferivano di non riuscire a mangiare quel cibo perché non era buono. Alcuni pagavano molto di più per i prodotti ucraini. I medicinali ucraini erano divenuti presto introvabili, mentre quelli russi avevano scarso o nessun effetto. Olena aveva smesso di sognare il proprio futuro perché nulla era certo. Si sentiva umiliata dall’essere trattata come una nullità, un nemico, costretta a diventare russa e a vivere in condizioni di privazione. Insegnava ai bambini in un seminterrato, nascondendosi dalle autorità. Vivendo nella paura costante, cercava di preservare l’identità del suo popolo.


Le autorità russe affermano che gli ucraini non esistono: Olena e i suoi scolari sapevano che, invece, esistono eccome. Dopo sei mesi, la sua città è stata liberata. Sebbene subisca bombardamenti quasi ogni giorno, afferma che è meglio così perché è libera.



Dmytro ha vissuto per tre anni e mezzo in un insediamento rurale occupato nell’oblast’ di Cherson, nell’Ucraina meridionale. I suoi genitori permettevano a lui e ai suoi fratelli di avventurarsi solo nel cortile di casa. Quando ha compiuto 18 anni, ha lasciato il suo villaggio per “andare a trovare” suo fratello in Polonia. Non c’era nessun fratello in Polonia: Dmytro non conosceva nessuno al di fuori del suo villaggio natale. Rimanendo a casa, tuttavia, rischiava di essere mobilitato nell’esercito russo e mandato al fronte. Come Olena, era un signor nessuno. Fu picchiato al posto di blocco russo, ma lo lasciarono andare. “Come sarebbe stata la tua vita”, ho chiesto a Dmytro, “se il tuo villaggio non fosse stato occupato?” Ha riflettuto: “Avrei trascorso molto tempo con gli amici, saremmo andati al parco a passeggiare, in città, a mangiare la pizza”. Ora si trova da solo a Kyiv, senza genitori, senza soldi e senza diploma di scuola superiore, con nient’altro che la libertà. “Voglio studiare”, dice Dmytro, “e, in seguito, iscrivermi all’università. Voglio imparare l’inglese”.


A differenza di Dmytro, altri non possono andarsene. Hanno genitori malati, non hanno soldi per pagare le tangenti necessarie per superare i posti di blocco, hanno paura di ritrovarsi senza casa o di vivere in povertà. Temono di ritrovarsi privi di quel minimo di sicurezza che la loro casa, pur sotto occupazione, continua a garantire. Alcuni scrivono “Dio benedica la mia casa” sulle pareti esterne della loro abitazione, affinché Dio possa vederli attraverso i droni in volo e il fumo degli incendi. Questi sono anche i motivi per cui alcuni tornano nei territori occupati. Tutti loro devono destreggiarsi tra molteplici insicurezze mentre cercano di sopravvivere e di prendersi cura di sé stessi e degli altri. Inoltre, alcuni temono di essere guardati con disprezzo come collaboratori delle forze di occupazione, poiché la propaganda russa ora li bolla come nemici dell’Ucraina.


“L’occupazione è come una trappola”, ha spiegato Darija, originaria di Donec’k, città occupata nel 2014. Ha lasciato Donec’k all’età di 19 anni, dopo avervi trascorso nove anni. “L’occupazione ti intrappola come una ragnatela. È facile entrarci, ma difficile uscirne”. Ha raccontato come agli studenti della scuola d’arte venisse imposto di disegnare Pietro il Grande e la lettera “Z”. E se non si sfuggisse mai veramente dall’occupazione, mi chiedo, nemmeno una volta liberati? Come Marička, che ha resistito a solo un mese di occupazione nell’oblast’ di Charkiv subito dopo l’invasione su vasta scala. Ricordava come i russi mettessero le persone in fila lungo la recinzione e dicessero loro che facevano parte di un “narod [nazione] russo”. “Chi si rifiutava di accettarlo veniva fucilato sul posto. Trenta persone sono state uccise. Venivano anche nelle case della gente per portare via le ragazze”. Marička aveva solo quattordici anni e, grazie a sua madre, che gridava e imprecava, non l’hanno presa. “Altre non sono state così fortunate”. Per sopravvivere e sfamare i suoi fratelli più piccoli, era strisciata attraverso il campo fino al negozio per rubare del cibo, entrando da una finestra rotta e raccogliendo tutto ciò che riusciva a infilare rapidamente nello zaino. Mangiavano maccheroni secchi e carne in scatola. I ricordi di Marička mescolano verità e realtà: alcuni ricordi sono falsi, ma l’orrore è vero. Nel suo villaggio non c’erano state esecuzioni di massa, bensì omicidi e stupri, come in molti altri luoghi occupati. Lei ricorda una storia collettiva: lei è l’Ucraina. Marička non ha lasciato l’occupazione nemmeno quando il suo villaggio è stato liberato. Lo farà mai? Ha solo 18 anni. 


Murales a Borodjanka
Fig. 3. I murales sui blocchi di cemento provenienti da condomini distrutti a Borodjanka, nei pressi di Kyiv. Una ginnasta, opera dell’artista Banksy, esegue una verticale sulle macerie di un edificio distrutto a Borodjanka. A destra, un murale di Christian Gemi raffigura la famosa poetessa ucraina Lesja Ukrajinka. Il murale al centro ritrae il leggendario comandante Dmytro “Da Vinci” Kocjiubajlo, ucciso nel 2023. Foto di Neringa Klumbytė. Borodjanka, gennaio 2026.


La liberazione è avvenuta in modo assai eterogeneo. A Borodjanka, gli aerei russi hanno sganciato numerose bombe aeree sui condomini. Dopo i bombardamenti, per diversi giorni gli abitanti hanno potuto udire le urla provenienti da sotto le macerie. I soldati dell’esercito russo non hanno permesso loro di soccorrere chi era ancora in vita. Lo scorso inverno, l’ultima casa rimasta in piedi, un monumento a quei giorni terrificanti dell’inizio dell’occupazione, è stata demolita. Alcune città, come Kup”jans’k, non sono state distrutte perché l’esercito russo le ha occupate senza incontrare molta resistenza. Tuttavia, ora si trovano in prima linea e non sono più abitabili: ridotte a città fantasma con finestre buie e vuote nei condomini ancora in piedi. Alcune persone sono ancora qui, nascoste negli scantinati, sfidando un destino brutale che è stato loro imposto e sperando di sopravvivere. Mentre attraverso Kup”jans’k con la mia immaginazione, vedo i suoi alberi di albicocco in fiore, il tranquillo fiume Oskil che serpeggia intorno alla città, le cicogne che chiacchierano sui nidi dei pali della luce e i cani che abbaiano in ogni cortile. Il suono metallico dei treni avvolge ogni casa. Sullo sfondo del silenzio dei treni, la gente si sveglia, fa colazione e si affretta ad andare a lavorare al deposito ferroviario.


Cosa significa perdere la propria casa, mi chiedo. La casa in cui si è costruita l’intera vita, il giardino piantato con le proprie mani, ogni cosa piena di sogni e ricordi. Gli anziani avrebbero detto: “Avevo in mente di andare in pensione e vivere lì in pace, per poi lasciarla ai miei figli”. Alcuni sono rimasti nelle loro case durante l’occupazione, proteggendole con il proprio corpo. Sapevano che se se ne fossero andati, i soldati russi avrebbero saccheggiato e distrutto tutto. Nell’oblast’ di Kyiv, la gente li ha visti portare via lavatrici, televisori, computer, hanno preso persino biancheria intima usata; tutto ciò che potevano trasportare quando hanno dovuto ritirarsi. A Velyka Dymerka, quando l’equipaggio di un carro armato ha esaurito lo spazio, ha appeso un secchio carico di oggetti provenienti dalle case ucraine alla canna del carro armato.


Le città distrutte sono monumenti viventi alla vita urbana.


Case distrutte dai bombardamenti a Borodjanka
Fig. 4. A Borodjanka, l’esercito russo ha sganciato diverse bombe aeree su edifici residenziali. Foto per gentile concessione di Valentyn Moiseienko. Borodjanka, marzo 2022.

«Ricostruiremo le nostre città», afferma un soldato in un filmato sulla liberazione di Andrijivka. È la sua terra che ha accolto i corpi dei suoi amici, per lui è sacra. Nessuno voleva questa guerra né questa sacralità. Molti non riescono a sopportare il dolore che invade le loro case e le loro vite. Altri non desiderano altro che sopravvivere. Semplicemente andare al parco con gli amici, come Dmytro. Vivere senza paura di essere visti, come Olena. Non sentirsi intrappolati, come Darija.


Il terrore della guerra soggioga la popolazione. Questo inverno, con i suoi attacchi al settore energetico e i bombardamenti delle infrastrutture in molte città e regioni ucraine, che hanno lasciato migliaia di persone senza riscaldamento ed elettricità a temperature sotto lo zero, è solo un altro esempio di violenza contro la vita stessa. Alcuni potrebbero chinare il capo e accettare di vivere in prigione.


Si tratta di una scelta senza alternativa. L’occupazione non significa pace. Significa terrore, morte, deportazioni e una vita simile a quella carceraria per molti altri.


Coloro che l’hanno vissuta in Crimea, nel Donbas e nei territori occupati nel 2022 lo sanno fin troppo bene. “Quando sono stata evacuata nel territorio controllato dall’Ucraina, ho potuto finalmente respirare”, ha ricordato Tanja di Cherson. “Ho pianto e abbracciato i nostri soldati, dopo aver superato l’ultimo posto di blocco russo”, ha ricordato Dmytro. “È stato il giorno più felice della mia vita, quando ho visto l’esercito ucraino in città”, dice Oleksandra, con le lacrime agli occhi. “Una signora anziana mi ha portato un barattolo di succo di pomodoro”, ricorda Valentyn, un soldato dell’esercito ucraino che ha liberato Mychajlivka-Rubeživka, vicino a Kyiv. “Si è scusata perché era tutto ciò che le era rimasto dopo un mese di occupazione”.


Case con fori di proiettile. Scritte sui muri.
Fig. 5. Nei territori occupati, la gente scriveva “Persone” o “Bambini” nella speranza che le proprie case non diventassero bersagli della violenza. A Buča e in altri territori occupati molte recinzioni sono piene di fori di proiettile. Foto di Neringa Klumbytė. Buča, luglio 2025.



Un’occupazione totale non è mai possibile. La resistenza assume molte forme. All’inizio dell’occupazione, la gente partecipava alle proteste e prendeva le armi. In seguito, si nascondeva in casa, contando le attrezzature militari russe e inviando messaggi all’esercito ucraino. Alcuni rifiutavano gli aiuti umanitari, non accettavano i passaporti russi, non guardavano la TV russa, non votavano ai referendum. Alcuni bambini a Cherson disegnavano di nascosto bandiere ucraine sui pali della luce con il gesso. Parlare o insegnare l’ucraino clandestinamente, indossare la vyšyvanka (l’abito o la camicia ucraina ricamata), non frequentare le scuole riorganizzate, nascondere gli archivi istituzionali, fare volontariato per aiutare gli altri, persino prendersi cura degli animali randagi: tutto ciò costituiva una forma di resistenza alla sottomissione e alla disumanizzazione durante l’occupazione.



Oleh, originario di Cherson, non è uscito di casa per otto mesi, temendo di essere catturato e interrogato. Ha composto musica, e la sua composizione preferita si intitola A Beautiful Piece [Un bellissimo brano]. Essere umani è una forma di resistenza contro gli occupanti “non umani” [ne liudy]. Sua moglie si spettinava i capelli e indossava abiti vecchi e trasandati per andare al negozio. Davanti al negozio, si fermava a fumare una sigaretta con un commesso. Entrambi si scambiavano un cenno del capo che significava “fanculo a loro” invece di dire “buongiorno”. 



L’ex prigioniero di guerra, giornalista e attivista per i diritti umani Maksym Butkevyč sostiene che “la violenza è il polo opposto della libertà, la sua antitesi… La prigionia è il controllo della persona in tutti i dettagli della sua vita quotidiana. L’occupazione è la reclusione di molte persone a cui viene negata la possibilità di influenzare il proprio destino. Togliendo la libertà, gli occupanti eliminano anche un pezzo di umanità, ciò che ci rende umani, la capacità di scegliere la propria strada. Ed è per questo che la fuga dalla prigionia e l’allontanamento dall’occupazione sono spesso descritti come una liberazione, un ritorno alla libertà”.


Cosa è più importante per le persone nelle prigioni russe?”, chiedo a Maksym Butkevyč. La risposta è scritta sulla sua felpa con cappuccio: “Non siete stati dimenticati”.


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