Volodymyr Zelens’kyj: «La pressione esercitata sulla Russia è insufficiente. Da parte degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa».

Volodymyr Zelens'kyj, intervistato da "Le Monde", risponde a domande sul Medio Oriente, il rapporto con gli USA di Donald Trump, le necessità dell'Ucraina e le trattative per la fine della guerra.

(Soldato ucraino al fronte.
Foto per gentile concessione di Roberto Travan)


Intervista a Volodymyr Zelens’kyj di Thomas d’Istria (corrispondente da Kyiv per “Le Monde”), pubblicata il 26 marzo 2026)


13 aprile 2026 
alle 21:30


Memorial Italia ringrazia sentitamente la redazione di Le Monde e il giornalista Thomas d’Istria per averci concesso, in via eccezionale, di tradurre e ripubblicare l’intervista originale.




Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha parlato con Le Monde sotto strettissima sorveglianza in un ufficio della sua Presidenza, a Kyiv. L’incontro ha avuto luogo proprio mentre la Russia attaccava la capitale ucraina con centinaia di droni Shahed. Su questo sfondo, il presidente, vestito di nero, sguardo intenso, volto segnato da quattro anni di guerra, non ha mai perso la concentrazione, concedendosi raramente qualche segno di distensione.


Thomas d’Istria – Nelle ultime settimane, lei ha espresso preoccupazione per le conseguenze che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran potrebbe avere sull’Ucraina. Quali conseguenze intende?


Volodymyr Zelens’kyj – La guerra in Medio Oriente sta distogliendo l’attenzione. È lampante. E così facendo, mette in secondo piano le nostre priorità, essendo com’è una guerra con gli Stati Uniti protagonisti. Gli Stati Uniti sono stati a lungo il nostro principale donatore, poi, grazie al sostegno finanziario degli europei, il primo fornitore di armi.


Va da sé, quanto ora viene impiegato in Medio Oriente e in questa guerra, così come tutto ciò che viene utilizzato dagli alleati di Washington – dai leader locali e dai Paesi che cercano di proteggersi dagli attacchi del regime iraniano – è parte dell’arsenale statunitense.


Sappiamo che in situazioni simili le forniture di armi all’Ucraina subiscono un rallentamento. Ragion per cui dobbiamo prepararci ad affrontare il rischio che accada.


T. D’I. – L’Ucraina ha offerto assistenza ai Paesi del Golfo, a Israele e agli Stati Uniti, avendo voi competenze uniche nel campo della difesa aerea. Qual è la situazione attuale e sono già stati firmati dei contratti?


V. Z. – Non è esattamente così. Abbiamo ricevuto delle richieste. Abbiamo aiutato chi ce le ha rivolte. Abbiamo ricevuto richieste dagli Stati Uniti quanto alle loro basi nei paesi del Medio Oriente. Anche l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, la Giordania e il Kuwait ci hanno contattato. I nostri team sono già sul campo, almeno in alcuni di questi paesi. Stanno valutando la situazione e condividendo il loro know-how.


T. D’I. – Cosa vi aspettate in cambio da questi paesi?


V. Z. – Quando Washington ci ha chiesto assistenza, non ci aspettavamo nulla in cambio perché, molto francamente, siamo partner. E i partner si aiutano a vicenda. Oggi però speriamo che, in risposta al nostro sostegno, gli Stati Uniti non ci revochino mai il loro aiuto, considerandoci partner anche loro. Lo spero sinceramente, per lo meno. Eravamo soli quando siamo stati colpiti dai missili russi e bielorussi. E avevamo bisogno di aiuto. So quanto è doloroso per una nazione perdere il proprio popolo, i propri cittadini. Per questo era così importante aiutare, senza tergiversare. Attualmente stiamo discutendo sui modi di una futura collaborazione e sulla possibile fornitura di alcune attrezzature di cui disponiamo.


Naturalmente, per rafforzare la nostra posizione vorremmo anche poter contare sull’aiuto dei paesi mediorientali, che dispongono di alcuni missili di cui noi non disponiamo per la nostra difesa aerea. Vorremmo raggiungere un accordo al riguardo.


Cane vicino a un carro armato in Ucraina
Foto di Roberto Travan



T. D’I. – Lei ha affermato di poter provare il sostegno della Russia all’Iran in questa guerra. Potrebbe essere più preciso? Intende rendere pubbliche queste prove? Le ha condivise con Washington?



V. Z. – I russi sono alleati dell’Iran. Per ora non hanno inviato truppe in loco perché la maggior parte del loro contingente, dai soldati agli operatori di droni, è di stanza sul territorio ucraino e sta combattendo contro di noi. Non hanno forze sul posto. Quanto ai droni, abbiamo la certezza che i russi li abbiano forniti all’Iran durante questa guerra, perché alcuni fra quelli utilizzati dall’Iran presentavano componenti di fabbricazione russa. Disponiamo di tutta una serie di prove e stiamo condividendo le nostre informazioni con i nostri partner. Non è un segreto e voglio che le sia chiaro. Il fatto che la Russia condivida ogni sua informazione di intelligence con l’Iran non è una voce di corridoio. È la verità assoluta.


T. D’I. – Da quando è tornato al potere un anno fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato segnali contrastanti riguardo all’Ucraina e, in particolare, nei Suoi confronti. Come definirebbe il suo rapporto con lui oggi?


V. Z. – Non mi pare un segreto. Tutti sanno che Trump vuole porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina. E lo vogliamo anche noi. Stiamo subendo forti perdite. E non sono solo parole, o solo perdite di denaro: parlo soprattutto di vite umane perdute. Quanto alla situazione in prima linea, vorremmo che gli Stati Uniti facessero pressioni maggiori sulla Russia. Le attuali sono insufficienti. Da parte degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa, per quanto oggi, purtroppo, Mosca non tenga in minimo conto l’Europa. In ogni caso, la pressione di Washington potrebbe essere molto più forte. Ciò detto, la politica di revoca delle sanzioni, qualunque forma essa assuma, non è di alcun aiuto.


T. D’I. – Ritiene che la revoca delle sanzioni sul petrolio russo possa proseguire? E quali sarebbero le conseguenze per la capacità della Russia di sostenere la guerra?


V. Z. – La politica sanzionatoria, adottata in diversi momenti da alcuni paesi e successivamente sostenuta anche da altri, ha ridimensionato le opzioni della Russia. Al momento, invece, con la revoca delle sanzioni sul petrolio russo, le entrate di Mosca hanno già raggiunto miliardi [di dollari]. Miliardi proprio, non centinaia di milioni […] Ciò che stiamo osservando oggi è che, con la revoca delle sanzioni sul petrolio russo, dopo appena tre settimane le entrate [per Mosca] sono state di miliardi [di dollari]. Ciò non può contribuire a ridurre l’intensità dei combattimenti, in Ucraina come in Iran, di cui la Russia sostiene il regime con vari mezzi.


T. D’I. -Passiamo ora ai negoziati di pace. Ritiene che, in generale, si stiano facendo dei passi in avanti?


V. Z. – Da parte della Russia non vediamo alcuna volontà di porre fine alla guerra. E lo abbiamo fatto presente al nostro partner. Dal canto loro, gli Stati Uniti ritengono che Vladimir Putin voglia chiudere il conflitto. Ergo, su questo punto siamo in totale disaccordo. E siccome sappiamo che [Putin] non vuole [la pace], chiediamo che venga esercitata ogni possibile pressione affinché cambi idea. Ma se l’America ritiene che Putin voglia la pace e si stia dimostrando pronto a farla, è ovvio che dirà che non ha senso esercitare inutili pressioni. Ci sono punti su cui non siamo d’accordo. E dobbiamo lavorarci.


T. D’I. – Secondo lei gli americani saranno disposti a esercitare una maggiore pressione sui russi?


V. Z. – Al momento non credo proprio. Noi vorremmo finirla, questa guerra, ma non vediamo alcun progresso. Io ritengo che la mia visione delle cose sia più chiara, e le dico perché.


Se gli Stati Uniti vogliono davvero che questa guerra finisca presto, non lo otterranno facendo maggiori pressioni sull’Ucraina, ma sulla Russia. Scegliere, però, sta a loro.


T. D’I. – La sua definizione di vittoria era chiara già durante i primi due anni di guerra. Vale a dire il ritorno ai confini del 1991. Negli ultimi due anni non ne ha più parlato in questi termini. E quindi: qual è oggi la sua definizione di vittoria?


V. Z. – Oggi non esprimo più le mie opinioni in merito. Sarò schietto: dobbiamo preservare il nostro Stato. Dobbiamo proteggere al massimo i nostri cittadini. E per porre fine a questa guerra la giustizia è fondamentale. L’insieme di questi fattori daranno senza dubbio al popolo una pace giusta e la percezione della vittoria. Ma lasci che lo sottolinei ancora una volta: le perdite causate da questa guerra sono tali, che per alcuni la parola «vittoria» è decisamente dolorosa.


T. D’I. – Putin ha affermato che potrebbe porre fine alla guerra se l’Ucraina si ritirasse dalla regione del Donbas. Ritiene che sia vero? E a quali condizioni l’Ucraina potrebbe accettare?


V. Z. – Non dovremmo fidarci solo delle parole di Putin, perché finora ciò che ha detto non si è avverato. Fin dall’inizio dell’invasione su vasta scala, se non dall’occupazione della Crimea, [ha affermato] che non c’erano truppe russe sul nostro territorio, che non era stato occupato. Per questo nessuno si fida più di ciò che dice. Noi abbiamo le nostre priorità: le questioni pratiche e le garanzie di sicurezza.


Non vogliamo assolutamente un altro 24 febbraio. Cosa che potrebbe accadere se ci ritirassimo dal Donbas.


Perché? Perché abbiamo, lì, importanti linee difensive. Se abbandonassimo quelle aree urbanizzate, lasceremmo aperta la strada a una rapida occupazione, se la Russia lo volesse. E, naturalmente, lo vorrà. Il punto è: solo quando. E se l’occupazione e la voglia [di occupare] non fossero immediati, ma si concretizzassero tra due o tre anni, cosa faremmo? E comunque, equivarrebbe a tradire le generazioni future, leader e cittadini. Non dobbiamo mettere a repentaglio le garanzie di sicurezza che abbiamo costruito con le nostre mani e col nostro esercito.


Sarebbe semplicemente scorretto. Qualcosa perderemo, ma cercheremo sostegno da altri partner. Non è una soluzione, però. Dobbiamo essere più forti, non barattare una garanzia con un’altra. Quanto alla popolazione: parliamo di 200.000 persone, e cosa dovremmo fare per le migliaia che vivono fra città e paesi? Dovremmo forse dire loro: «Queste sono le condizioni, andatevene»? Tutti non fanno che ripetere che l’Ucraina non vincerà questa guerra perché la Russia è una potenza nucleare, e allora me lo dica lei: di quali garanzie di sicurezza ha bisogno l’Ucraina per controbilanciare una potenza nucleare? Quali? La NATO? Un esercito nucleare? Se così è, i termini in cui parlarne sono altri, ossia: «Eccovi la NATO e le armi nucleari». Finora nessuno ha sollevato la questione.


E sa cosa mi offende davvero di tutti questi discorsi? Che nessuno dica papale alla Russia: «Devi fare un passo indietro, accettare un compromesso, cedere. Metti fine a questa guerra, perché sta costando vite umane». Nessuno ha mai usato queste parole.


T. D’I. – L’opinione pubblica ucraina è fortemente convinta che i russi debbano essere giudicati e puniti per i crimini di guerra che hanno commesso. Tuttavia, sembra che questo aspetto non faccia parte dei negoziati. 


V. Z. –È vero. Ci sono dei progressi sulla questione della giustizia: passo dopo passo, sempre più paesi stanno sostenendo la Corte penale internazionale, che ha approvato l’istituzione di un tribunale. Su questo fronte abbiamo ottenuto alcuni risultati. E comunque, alla fine della vita di ognuno l’ora della resa dei conti arriva sempre.


T. D’I. – Gli economisti mettono in guardia dal rischio di un bilancio potenzialmente insostenibile nel giro di poche settimane, mentre si attende un finanziamento cruciale di 90 miliardi di euro dall’Europa che per ora è bloccato da Viktor Orbán [il leader ungherese]. Per quanto tempo l’Ucraina potrà resistere senza questa massiccia iniezione di liquidità, prima di arrivare al collasso monetario?


V. Z. – Alla fine del 2025, gli stati membri dell’Unione Europea hanno preso in esame un quadro di finanziamento per l’Ucraina volto a sostenere le nostre forze armate e alcuni settori umanitari. Abbiamo insistito affinché il fondo attingesse ai beni russi congelati. Per questioni legali, rischi finanziari e altro, gli europei non sono riusciti a raggiungere una posizione condivisa. Abbiamo quindi trovato una soluzione che soddisfacesse tutti i nostri alleati. Tutti, ma proprio tutti. Il blocco ungherese, per usare un eufemismo, non è del tutto normale. Stiamo discutendo altre soluzioni con l’Europa. Forse i fondi saranno erogati meno rapidamente, forse saranno di importo inferiore, ma alla fine riceveremo l’intero importo. Ci contiamo, almeno. Forse non saranno 45 miliardi tutti in una volta, ma alla fine riceveremo l’intero importo. Di nuovo, almeno ci contiamo. Altrimenti, l’esercito ucraino si troverà a corto di fondi. Non mi riferisco agli stipendi dei soldati, ma alla produzione di droni, droni a lungo raggio, droni intercettori e sistemi di difesa aerea. È così che riusciamo a finanziare i sistemi di difesa aerea utilizzati dagli europei e i sistemi PAC-3 utilizzati dagli americani. È un rischio per tutti, quindi. Un rischio per la sicurezza europea. Quando raggiungiamo un accordo, prendiamo delle decisioni e poi qualcuno improvvisamente modifica tali decisioni, tutto si blocca. E non dovrebbe succedere, credo io. Ma penso che gli europei troveranno una soluzione a questo problema.


T. D’I. – La linea del fronte è rimasta pressoché immutata dalla fine del 2022. Condivide la definizione di «situazione di stallo», espressa già nel 2023 dal suo ex comandante in capo delle forze armate, Valerij Zalužnyj?


V. Z. – I migliori leader militari del mondo le diranno che se il fronte in Ucraina non avanza, si tratta di una sconfitta per la Russia. Questo perché ogni negoziazione si basa sul presupposto che la Russia avanza e noi ci ritiriamo. E Mosca riesce spesso a “vendere” questa versione agli Stati Uniti. Se, però, la linea del fronte regge, per la Russia è una sconfitta.


Ragion per cui la stabilità al fronte, la stabilità in Ucraina, non significa affatto stallo. Si parla di stallo in assenza di vie d’uscita diplomatiche. Di progressi sul campo di battaglia. Oggi non c’è alcuna situazione di stallo. Oggi manca la volontà da parte dei russi di porre fine a questa guerra con mezzi diplomatici. E c’è, piuttosto, la volontà da parte dei russi di tenerci occupati.


T. D’I. – Nel contesto delle future elezioni, cosa la spingerebbe a candidarsi nuovamente? E quali condizioni potrebbero indurla a non farlo?


V. Z. – Nel nostro Paese, le elezioni sono impossibili, innanzitutto dal punto di vista giuridico. Ai sensi della Costituzione ucraina, intendo. Ma ciò che conta davvero per me riguardo alle elezioni è che la società lo comprenda. A sollevare la questione delle elezioni sono stati la Russia e gli Stati Uniti. Ne abbiamo discusso. Io ho detto, però, che prima di tutto dobbiamo concentrarci sul raggiungimento di un cessate il fuoco: è il minimo indispensabile da offrire alla società ucraina per poter poi considerare altre opzioni. Al momento, però, a mio avviso, i russi non sono disposti ad accettare alcun cessate il fuoco e useranno qualsiasi pretesto per farlo.


T. D’I. – Quali sono i suoi sogni per il futuro, ora e dopo la guerra?


V. Z. – Quando questa guerra sarà finita, desidero – e ne sono fermamente convinto – vivere in un’Ucraina indipendente. Ciò significherà che avremo vinto la guerra e che avremo un nostro Stato e una nostra casa. E quando si ha una casa, si trova sempre qualcosa da fare.

Aiutaci a crescere

Condividi su:

Per sostenere Memorial Italia

Leggi anche: