Dentro la retorica bellica di Vladimir Putin

Il complottismo come schema interpretativo della realtà; il risentimento come emozione dominante, tipica di molte forme di populismo; l’antioccidentalismo e, in alcuni casi, l’anticolonialismo; il rifiuto del cosiddetto mainstream occidentale; un conservatorismo orientato alla difesa dei valori tradizionali; il revisionismo storico. Negli ultimi anni, la propaganda russa ha saputo coltivare e amplificare questo repertorio discorsivo, preparando il terreno per la legittimazione di una guerra su larga scala.

(Nella foto: Vladimir Putin; fonte: kremlin.ru)


(di Riccardo Nicolosi, docente della Ludwig-Maximilians-Universität München)


21 aprile 2026 
alle 12:01


Il presente testo riproduce la lezione che il Prof. Riccardo Nicolosi della Ludwig-Maximilians-Universität München ha tenuto presso l’Università Statale di Milano il 1° ottobre 2025, e ne conserva la forma di comunicazione orale. La lezione si basa sul suo volume Putins Kriegsrhetorik (Konstanz University Press, 2025; traduzione russa: Voennaja ritorika Putina, Freedom Letters, 2025), al quale rimandiamo per i riferimenti bibliografici.



Esordirei dall’analisi della copertina del mio libro, che ritrae il presidente russo Vladimir Putin durante la cerimonia per l’80° anniversario della Battaglia di Kursk, svoltasi nell’agosto del 2023.



Copertina del libro Putins Kriegsrhetoric di Riccardo Nicolosi
Copertina del libro Putins Kriegsrhetorik di Riccardo Nicolosi



Alle sue spalle si staglia un’enorme statua di un soldato sovietico dall’aspetto minaccioso, quasi demoniaco, che apre con le sole mani una breccia in un muro, simbolo dell’occupazione tedesca. Putin, nella fotografia, appare come un anziano signore, mentre i giovani orchestrali sul palco, intenti ad ascoltare il suo discorso, sembrano piuttosto annoiati. La copertina intende evocare l’irritazione che ha costituito uno dei punti di partenza del mio libro: un’irritazione che nasce dal contrasto tra, da un lato, l’immagine di Putin come leader forte e icona culturale e, dall’altro, le sue limitate capacità retoriche — se per retorica intendiamo esclusivamente l’eloquenza (sulla distinzione tra retorica ed eloquenza tornerò tra breve).


Ciò non significa che Putin parli poco, anzi. Egli tiene frequentemente lunghi discorsi programmatici e conferenze stampa di diverse ore, nelle quali le domande — per lo più concordate — fungono da semplice spunto per estesi monologhi. Tuttavia, a Putin manca il carisma retorico. Non è un caso che eviti sistematicamente i comizi, uno dei luoghi centrali della retorica politica. Non ha mai condotto una campagna elettorale convenzionale, né partecipato a dibattiti con altri candidati, e raramente tiene comizi pubblici. Predilige piuttosto contesti comunicativi ristretti e ambienti a lui favorevoli. In tali situazioni, il suo stile ricorda quello di una lunga e monotona lezione, spesso di carattere storico, nella quale tende ad avere sempre l’ultima parola.


Il “sound” di Putin, che domina il panorama politico russo da un quarto di secolo, non è quindi eloquente nel senso classico del termine, bensì prolisso, tecnocratico e talvolta noioso. Tuttavia, il fatto che Putin non sia un oratore carismatico non implica che la sua retorica sia priva di rilevanza. Al contrario, essa costituisce un elemento centrale del regime che definiamo putinismo. La retorica politica, infatti, non è un concorso di bellezza, né è mai fine a sé stessa, soprattutto in tempo di guerra. Quintiliano la definisce ars bene dicendi (Inst.or. II.17.37), “arte del parlar bene”, ma il “bene” non rimanda primariamente all’eleganza stilistica, bensì alla capacità di persuadere. Aristotele, dal canto suo, definisce la retorica come la “la facoltà di scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun oggetto” (Rhet. I.2.1). La persuasione può essere ottenuta attraverso modalità molto diverse. Nel caso di Putin, essa non risiede nella raffinatezza stilistica o nel carisma oratorio, ma in un’argomentazione complessa e flessibile, che combina elementi razionali, emotivi e narrativi per costruire una pluralità di motivi atti a legittimare la “necessità” della guerra contro l’Ucraina. Come cercherò di mostrare, si tratta di una struttura argomentativa stabile nei suoi elementi fondamentali, ma al contempo adattabile alle diverse situazioni.


Prima di approfondire questi aspetti, è opportuno interrogarsi sulla funzione generale della retorica in tempo di guerra. Per fare la guerra servono innanzitutto armi, non parole. Tuttavia, in un contesto eccezionale come quello bellico, il bisogno di comunicazione politica è particolarmente intenso. La retorica non si limita a una mera manipolazione propagandistica, ma assume una funzione costitutiva: crea un campo discorsivo entro il quale l’uso della violenza può essere legittimato e reso accettabile. Essa contribuisce a rendere plausibili le ragioni e gli obiettivi della guerra, a costruire l’immagine del nemico e a generare emozioni forti, come l’odio, ma anche a offrire conforto, fiducia e senso di appartenenza.


La retorica è, in generale, un’arte situazionale: risponde a esigenze comunicative specifiche e dipende strettamente dal contesto in cui viene impiegata.


Sistemi politici differenti producono forme diverse di retorica politica. L’attuale sistema russo è comunemente definito un’“autocrazia personalistica”: un regime in cui il potere è concentrato in un ristretto gruppo, al cui centro si trova un individuo — in questo caso Putin — che prende personalmente le decisioni più rilevanti. La Russia contemporanea è inoltre un’“autocrazia dell’informazione”, cioè un sistema che mira a ottenere consenso attraverso strategie comunicative mirate. Sebbene il regime stia assumendo tratti sempre più repressivi, configurandosi progressivamente come un’“autocrazia della violenza”, la propaganda di Stato continua a svolgere un ruolo fondamentale. In questo sistema altamente personalizzato, la parola di Putin rappresenta l’origine di ogni strategia comunicativa. I suoi discorsi costituiscono il principale luogo di elaborazione delle posizioni ideologiche e politiche, che vengono successivamente riprese e rielaborate dai media statali. La parola di Putin filtra le diverse voci interne al sistema, i diversi gruppi d’élite – dai manager dell’industria agli organi di sicurezza, dalla chiesa ortodossa all’esercito – e definisce la linea ufficiale. Essa stabilisce non solo le direttive politiche, ma anche i limiti del politicamente dicibile. Nel Putinismo, Putin è il signore della parola e il signore della realtà costruita dalla sua parola.


Sono necessarie, a questo punto, due precisazioni. La prima riguarda l’oggetto del mio lavoro: non mi occupo della propaganda russa nel suo complesso, ma specificamente della retorica di Putin. Ciò non significa che la guerra sia esclusivamente “la guerra di Putin”. Il regime russo è il prodotto di diverse élite, molte delle quali probabilmente non auspicavano il conflitto, ma lo sostengono attivamente. La retorica di Putin è al centro sia del libro che di questa lezione in quanto essa funge da fondamento per l’intera argomentazione russa a favore della guerra, ne è la fonte principale. La seconda precisazione riguarda una domanda frequente: chi scrive i discorsi di Putin? Si tratta forse di ideologi che dietro le quinte guidano la politica russa? La mia risposta a questa domanda non è affatto spettacolare: come tutti i leader politici, Putin si avvale di speechwriter, ma questi non determinano i contenuti. Sono, per così dire, artigiani della parola, non architetti del discorso. L’elaborazione ideologica del putinismo avviene all’interno dell’amministrazione presidenziale, sotto la direzione di Putin, che interviene personalmente sui testi più rilevanti. Anche quando legge i suoi discorsi, egli si discosta spesso dal testo, parlando a braccio e dimostrando padronanza degli argomenti. Anche nelle interviste o conferenze stampa Putin è sempre molto ben informato e preparato, e ciò far parte della sua immagine propagandistica, quella di essere un politico competente.


Fatte queste due precisazioni, e prima di analizzare l’argomentazione in favore della cosiddetta “operazione militare speciale” contro l’Ucraina, è necessario chiarire un ultimo aspetto di carattere generale sulla retorica putiniana, ossia il tipo di persuasione che essa si prefigge di raggiungere. In un sistema autocratico, si potrebbe infatti obbiettare, il linguaggio politico non può essere che mera propaganda, quindi retorica in senso negativo, demagogia. Va però sottolineato che la persuasione nella retorica è un concetto molto ampio. Esso spazia dal convincere l’interlocutore della giustezza della propria posizione in un dialogo fatto di scambio di argomentazioni; al rafforzare nel pubblico un’opinione preesistente; fino a semplicemente rendere una posizione comprensibile e accettabile.


Nel caso di Putin, l’obiettivo non è necessariamente ottenere consenso pieno, ma costruire una visione del mondo plausibile con cui il pubblico possa convivere. La retorica putiniana mira a produrre un’accettazione diffusa più che una convinzione profonda.


Essa si inserisce in un contesto politico non competitivo, in cui la funzione principale non è mobilitare, ma depoliticizzare, rafforzando l’idea dell’assenza di alternative. La retorica “noiosa” di Putin è dunque perfettamente adatta ad un regime politico che tende fondamentalmente a depoliticizzare i cittadini.


Uno dei principi fondamentali della retorica — valido anche per forme autocratiche come quella putiniana — è la capacità di relazionarsi al proprio pubblico, tenendo conto delle sue aspettative e disposizioni.


Dopo più di quattro anni di guerra, dobbiamo purtroppo riconoscere che la retorica di Putin risulta, per molti, in qualche misura plausibile, sia in Russia sia all’estero.


Numerosi elementi del suo discorso trovano infatti risonanza in pubblici diversi: il complottismo come schema interpretativo della realtà; il risentimento come emozione dominante, tipica di molte forme di populismo; l’antioccidentalismo e, in alcuni casi, l’anticolonialismo; il rifiuto del cosiddetto mainstream occidentale; un conservatorismo orientato alla difesa dei valori tradizionali; il revisionismo storico. Negli ultimi anni, la propaganda russa ha saputo coltivare e amplificare questo repertorio discorsivo, preparando il terreno per la legittimazione di una guerra su larga scala. 


Quali sono, dunque, le ragioni della guerra secondo Putin e la propaganda russa? Esse possono essere riassunte schematicamente come segue:

  • La Federazione Russa sarebbe stata costretta a lanciare un’“operazione militare speciale” per porre fine al presunto “genocidio” perpetrato dal “governo neonazista” di Kiev contro la popolazione russa o russofona del Donbas dal 2014. La guerra viene così presentata come un intervento umanitario, ricalcando volutamente l’argomentazione utilizzata dalla NATO per il Kosovo nel 1999.
  • L’Ucraina contemporanea non sarebbe uno Stato sovrano, ma uno strumento dell’“Occidente collettivo”, impegnato a contenere la Russia trasformando il paese in una “anti-Russia”. Questa narrazione, di carattere complottista, priva l’Ucraina di soggettività politica, riducendola a semplice marionetta nelle mani dell’Occidente.
  • La guerra si inserirebbe nell’ultima fase di una politica di contenimento della Russia attuata attraverso l’espansione della NATO verso est, configurata come minaccia esistenziale. In questa prospettiva, il conflitto assume i tratti di una guerra difensiva.
  • L’Ucraina, al pari della Bielorussia, non costituirebbe un’entità indipendente, ma farebbe parte della cosiddetta “Russia storica”. L’identità nazionale ucraina viene interpretata come il prodotto artificiale delle politiche bolsceviche, e dunque come un errore storico da correggere. Questa argomentazione si fonda su una narrazione pseudostorica di matrice ottocentesca, nata nell’ambito del nazionalismo imperiale russo.
  • Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia avrebbe cercato relazioni pacifiche con l’Ucraina; tuttavia, con il “colpo di Stato” del 2014 (Maidan), forze “neonaziste” sostenute dall’Occidente avrebbero preso il potere, minacciando direttamente la Russia. Si tratta di una prosecuzione della narrazione vittimistica e complottista già menzionata.
  • In chiave geopolitica, l’“operazione militare speciale” verrebbe presentata come parte di un progetto volto alla costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, in opposizione al presunto neocolonialismo dell’“Occidente collettivo”. In questa visione, la guerra segnerebbe l’inizio di una più ampia “ribellione” del Sud globale e il riconoscimento del ruolo della Russia come grande potenza.


Ci troviamo dunque di fronte a un’argomentazione estremamente flessibile, capace di adattarsi ai diversi contesti: dal livello locale (il Donbas) a quello globale (l’ordine mondiale multipolare); dalla giustificazione pseudostorica (l’Ucraina sarebbe parte della “Russia storica”) alla narrazione complottista (complotto dell’”Occidente collettivo” contro la Russia attraverso l’allargamento ad est della NATO e la “nazificazione” dell’Ucraina). Anche gli obiettivi della guerra vengono formulati in modo volutamente vago — “smilitarizzazione” e “denazificazione” dell’Ucraina — evocando, non casualmente, il lessico utilizzato dagli Alleati nei confronti della Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Ciò riflette la rappresentazione dell’Ucraina come uno Stato “nazista” da rifondare. Già nel discorso del 24 febbraio 2022, Putin aveva però indicato un obiettivo più ampio: la costruzione di un ordine internazionale in cui la Russia possa agire come Stato pienamente sovrano, libero da interferenze esterne e dotato di una propria sfera di influenza — nella quale l’Ucraina dovrebbe necessariamente rientrare.


La vaghezza e la flessibilità caratterizzano anche due concetti chiave della retorica putiniana: “operazione militare speciale” e “Occidente collettivo”. Il primo termine, radicato nella tradizione sovietica e post-sovietica, consente di evitare la dicotomia vittoria/sconfitta tipica della guerra, permettendo invece una conclusione più ambigua e controllabile. Inoltre, richiama l’idea di un’operazione di polizia interna, suggerendo che la Russia stia ristabilendo l’ordine su un territorio percepito come proprio. Allo stesso tempo, il riferimento implicito all’intervento NATO in Kosovo consente una strategia argomentativa di tipo comparativo: se l’Occidente rivendica il diritto di intervenire militarmente per ragioni umanitarie, perché negare alla Russia una prerogativa analoga? (in termini tecnici si tratta di una tipica argomentazione “a maggior ragione”). Anche la nozione di “Occidente collettivo” si distingue per la sua elasticità semantica. Essa può includere o escludere attori a seconda delle esigenze del momento. Come dimostrano gli sviluppi più recenti, Putin tende a modulare questa categoria: l’Europa viene rappresentata come decadente e ostile, mentre gli Stati Uniti possono, in determinate configurazioni politiche, essere ridefiniti come interlocutori o persino potenziali partner.


Per costruire questa complessa argomentazione Putin usa, inoltre, particolari strategie retoriche, tra le quali spiccano gli argomenti pseudo-logici legati al diritto internazionale. In particolare, Putin ricorre a una forma di argomentazione definita “tu quoque”, attraverso la quale sostiene che la Russia starebbe agendo in modo coerente con l’interpretazione del diritto internazionale già adottata dai paesi occidentali in precedenti crisi, come quelle del Kosovo e dell’Iraq. In questo modo, l’azione russa viene presentata non come un’eccezione o una violazione, ma come una risposta speculare a pratiche già legittimate dall’Occidente stesso. 


Accanto a questa dimensione pseudo-giuridica, il discorso si fonda anche su forti argomenti emozionali, in particolare legati al risentimento. La guerra viene descritta come una reazione alle ingiustizie subite dalla Russia negli ultimi trent’anni, alimentando un senso di frustrazione collettiva e di rivalsa. Questo tipo di narrazione richiama fantasie di riscatto violento e si intreccia con la percezione di una minaccia costante proveniente dall’Occidente, accusato di voler indebolire o addirittura disgregare il paese. L’emotività diventa così uno strumento potente per rafforzare il consenso interno e giustificare scelte politiche e militari.


Un ulteriore elemento chiave è rappresentato da una concezione ciclica della storia. Secondo questo schema, la Russia si troverebbe ripetutamente di fronte allo stesso scenario: un’aggressione da parte dell’Occidente, il rischio di scomparire come nazione e, infine, una risposta difensiva culminante in una vittoria gloriosa. Questo modello narrativo viene sostenuto attraverso il richiamo a eventi storici emblematici, come le guerre napoleoniche e la Seconda guerra mondiale, fino ad arrivare alla situazione attuale legata all’Ucraina dopo il Maidan. La storia, in questa prospettiva, non è vista come un processo lineare, ma come una sequenza di cicli che si ripetono, rafforzando l’idea di una missione storica della Russia.


Concluderò soffermandomi sulla dimensione geopolitica nella retorica di guerra di Vladimir Putin, che rappresenta uno degli elementi centrali della sua costruzione ideologica. Come già accennato, uno dei concetti chiave è quello di “mondo multipolare”, inteso come futuro ordine internazionale alternativo all’attuale assetto dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente. In questa prospettiva, il sistema monopolare emerso dopo la fine della Guerra fredda dovrebbe essere sostituito da una configurazione basata sulla coesistenza di più centri di potere — tra cui Stati Uniti, Cina, Russia e India — ciascuno portatore di una propria autonomia politica e culturale.


Il concetto di “ordine mondiale multipolare” viene formulato alla fine degli anni Novanta da Evgenij Primakov, ministro degli esteri e poi primo ministro durante la presidenza di Boris El’cin, come risposta al predominio americano nella politica internazionale. Putin riprende questa idea a partire dalla fine degli anni Duemila, in particolare nel celebre discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, ma è solo con l’invasione dell’Ucraina che essa assume un significato più concreto e operativo. In questo contesto, la cosiddetta “operazione militare speciale” viene reinterpretata come l’inizio di profondi smottamenti geopolitici, ovvero come il primo atto di una ribellione globale anticoloniale contro l’“imperialismo occidentale”, descritto come una forza dominante da secoli. Il conflitto in Ucraina viene così inserito in una narrazione più ampia, che prefigura la nascita di un nuovo ordine mondiale fondato sulla coesistenza armonica di più “stati-civilizzazione”. 


Per rendere plausibile questa visione, Putin combina diverse linee argomentative. Una prima linea sostiene che la Russia stessa sarebbe stata, nel corso della storia, oggetto di tentativi di colonizzazione da parte dell’Occidente — un’idea che affonda le sue radici nello slavofilismo ottocentesco e che viene ripresa da pensatori conservatori come Aleksandr Solženicyn. In questa prospettiva, gli anni Novanta rappresentano un momento cruciale: il periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica viene descritto come una fase di quasi-colonizzazione occidentale, responsabile di un profondo disastro sociale ed economico. L’ascesa di Putin al potere viene quindi presentata come il momento della rinascita e della difesa della sovranità russa. A partire da questa premessa, l’Occidente viene accusato di aver reagito con crescente aggressività, fino a “colonizzare” l’Ucraina per utilizzarla come strumento contro la Russia. In tal modo, la guerra viene reinterpretata come un atto difensivo e, al tempo stesso, come parte di una più ampia lotta anticoloniale. Questa narrazione risulta particolarmente efficace nei confronti del cosiddetto “Sud globale”, i cui paesi condividono una reale esperienza storica di dominio coloniale.


Una seconda linea argomentativa consiste nella rilettura della storia moderna — a partire dal XVI secolo — come storia della colonizzazione occidentale del mondo, intesa come sfruttamento, violenza e distruzione culturale. In questo quadro, Putin recupera elementi del linguaggio sovietico anti-imperialista, costruendo un’immagine dell’Occidente come entità astorica e coerente nel tempo, sempre impegnata nelle stesse pratiche di dominio. A questa dimensione si aggiunge una critica alla cosiddetta “colonizzazione culturale”, che secondo Putin mirerebbe a imporre valori estranei — in particolare quelli legati al liberalismo occidentale (gender, libertà sessuale, ecc.) — e a distruggere i “valori tradizionali”, come la famiglia e la religione. Qui la retorica putiniana si intreccia con linguaggi propri del conservatorismo e del populismo contemporaneo, fino ad assumere anche una dimensione religiosa. La Chiesa ortodossa russa interpreta infatti questo conflitto come una lotta metafisica tra bene e male, riprendendo l’idea della Russia come katechon, ovvero la forza che, secondo San Paolo, trattiene l’avanzata dell’Anticristo prima dell’apocalisse. In questo quadro, la guerra in Ucraina è stata definita anche come una “guerra santa”. 


Tuttavia, Putin non può limitarsi a una giustificazione puramente religiosa, che risulterebbe poco inclusiva per il pubblico internazionale. Per questo motivo, egli recupera anche il “messianismo anticoloniale” di stampo sovietico, in particolare dell’epoca di Nikita Chruščev, quando Mosca si proponeva come guida dei paesi del Terzo Mondo nella lotta contro il colonialismo. La retorica di guerra si trasforma così in una retorica rivoluzionaria globale, in cui la Russia si presenta come leader della “maggioranza della popolazione mondiale” contro l’egemonia occidentale.


Un ulteriore elemento fondamentale di questa visione è il concetto di “stato-civilizzazione”. A differenza dello Stato-nazione, inteso come entità relativamente omogenea, lo stato-civilizzazione è concepito come una realtà storica, multietnica e culturalmente complessa, tenuta insieme da un forte potere centrale. Questo modello, inizialmente elaborato per descrivere la Cina, viene adottato anche dal putinismo per definire la Russia come un’entità che trascende i propri confini territoriali e include potenzialmente l’intero “mondo russo”. Nel quadro di un futuro ordine multipolare, questi stati-civilizzazione costituirebbero “grandi spazi” geopolitici, destinati a convivere secondo il principio di non-interferenza reciproca. In tale prospettiva, vengono rifiutati i principi universali — come i diritti umani, la democrazia e la libertà di espressione — a favore di un particolarismo culturale radicale, in cui ogni civiltà definisce autonomamente i propri valori. 


Le implicazioni di questa visione diventano evidenti se applicate al caso dell’Ucraina: in un mondo organizzato secondo logiche di stati-civilizzazione e sfere di influenza, l’Ucraina verrebbe considerata parte integrante dello spazio geopolitico russo, senza possibilità di ricevere sostegno internazionale in nome di principi universali. Ciò comporterebbe, di fatto, una ridefinizione radicale dell’ordine internazionale e un indebolimento delle norme che hanno caratterizzato il sistema globale a partire dall’Illuminismo. 


In conclusione, la concezione geopolitica proposta da Putin non rappresenta soltanto una critica all’ordine esistente, ma un progetto alternativo che, se realizzato, potrebbe condurre a un sistema internazionale fondato sulla competizione tra grandi potenze autoritarie e sulla progressiva erosione dei principi liberali. Non è un caso che anche l’attuale amministrazione americana, decisamente illiberale e con forti tendenze autoritarie, sembra essere orientata a vedere il mondo in questa ottica.

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