(di Lesia Bidochko, policy fellow presso l’European Policy Institute di Kyiv – EPIK, assistant professor di Scienze politiche presso l’Accademia Kyiv-Mohyla, in Ucraina, e ricercatrice non residente presso l’Università Europea Viadrina di Francoforte sull’Oder, in Germania)
24 aprile 2026
alle 14:57
Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV è incrementata di circa mille volte, superando di gran lunga (su una base pro capite) quella della Russia. Spinto da un “keynesianismo decentralizzato dei droni”, il modello si è dimostrato più adattabile rispetto a quello basato sulle tradizionali grandi commesse statali. Non sfugge, tuttavia, a rischi strutturali: domanda volatile, dipendenza dalla catena di approvvigionamento cinese e una grave fuga di cervelli. Il principale insegnamento per l’Europa è il ruolo di una produzione decentralizzata, di cicli di approvvigionamento rapidi e di una sovranità tecnologica selettiva – con l’Ucraina quale partner attivo, e non come fornitore marginale.
Introduzione
In una notte di marzo del 2026, un equipaggio ucraino di due persone ha abbattuto 23 droni russi Shahed in un unico scontro. I numeri raccontano una storia per cui non c’è manuale che tenga: un intercettore ucraino costa più o meno 1.500 dollari, a fronte dei tre milioni di ogni missile Patriot che rimpiazza e che non era stato progettato per bersagli così economici o così numerosi. Solo nel 2025, la Russia ha lanciato oltre 54.000 droni Shahed contro l’Ucraina. In tutto il 2025 la Lockheed Martin ha prodotto 600 missili PAC-3; l’Ucraina ne ha usati circa 700 solo nei quattro mesi dell’inverno per rispondere a una minaccia completamente diversa. I sistemi hanno fatto il loro dovere. Il problema vero era ciò per cui nessuno aveva ancora progettato nulla.
Un problema che l’Ucraina, però, non può risolvere coi soldi, avendo un Pil che è un dodicesimo di quello russo, e un bilancio della difesa quattro volte più basso. Si è dunque trovata a ideare qualcosa di nuovo – ciò che potremmo definire una “dronizzazione senza militarizzazione”, in cui la domanda di Stato viene convogliata in un ecosistema competitivo di piccole imprese che produce innovazione a duplice uso senza costringere l’economia a esclusivizzarsi sulla difesa. Tra il 2022 e il 2025, la produzione di droni con visuale in prima persona (FPV) è passata dalle 3.000–5.000 unità a 3 milioni circa all’anno. A giudicare da questi primi mesi, nel 2026 l’industria ucraina sarà in grado di produrne più di 8 milioni. Tra l’altro, le forze armate britanniche riunite ne hanno ordinati 3.500 per test e valutazioni.
In quattro anni di guerra, l’Ucraina ha creato un sistema economico che non ha eguali al mondo quanto a collaudo sul campo di battaglia. In un recente documento programmatico per l’European Policy Institute di Kyiv (EPIK), ho sostenuto che al momento il Paese sta esportando non solo armi, ma anche il modello alle loro spalle. Un tale passaggio da beneficiario di aiuti a paese esportatore è qualcosa che pochi avevano previsto.
Come due economie sono “andate alla guerra”
Per tutto il Novecento, durante guerre su larga scala o lunghe corse agli armamenti, le grandi potenze hanno fatto affidamento su una mobilitazione economica altamente centralizzata. Nella Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno strutturato la produzione con un’allocazione top-down dei materiali, quantità stabilite e controllo dei prezzi. L’Unione Sovietica, invece, istituzionalizzò un controllo ancora più rigoroso attraverso i piani quinquennali e la gestione statale dell’industria pesante. Entrambi i sistemi dipendevano da massicci investimenti statali concentrati su grandi appaltatori e davano priorità assoluta alla produzione militare rispetto alle esigenze civili. Su questo sfondo, la sezione seguente si concentra su come l’Ucraina e la Russia abbiano adattato le loro economie a una guerra ad alta intensità.
Nel 2025 il PIL dell’Ucraina si è attestato sui 209 miliardi di dollari; quello della Russia è di 2,54 trilioni di dollari. In Russia la spesa per la difesa ha raggiunto i 160 miliardi di dollari circa, contro i 44 miliardi di dollari dell’Ucraina. Di fronte a risorse finanziarie limitate e al tracollo della capacità industriale ereditata dal sistema sovietico, Kyiv non poteva contare solo sulle forme tradizionali di mobilitazione centralizzata dei capitali.
Al contrario, l’Ucraina ha costruito un modello ibrido: appalti e sussidi sostenuti dallo Stato uniti a una produzione decentralizzata da parte di aziende private e a una rete veloce e informale di feedback dal campo di battaglia. La produzione di droni è diventata un nuovo settore dell’economia. Attualmente, in Ucraina li producono più di 500 aziende. Il settore privato rappresenta fino al 90 per cento della produzione di droni FPV; la produzione in territorio ucraino copre fino al 96 per cento dell’elettronica, dei motori e di altre componenti. Rispetto alla Russia, l’Ucraina ne produce da sei a nove volte per persona in età lavorativa.
La risposta della Russia ha seguito una logica opposta. Sostenuto da colossi statali come Rostec e la holding Kalashnikov, il suo complesso militare-industriale lavora con contratti garantiti a lungo termine, un’allocazione concentrata delle risorse e una pianificazione top-down. Il settore della difesa russo impiega oltre 4,5 milioni di persone. Tenendo conto anche dei familiari, il 10% circa della popolazione russa dipende economicamente dal settore della difesa. Una struttura simile garantisce solidità grazie ai volumi; la flessibilità, però, è un’altra storia.
La centralizzazione russa rafforza anche il controllo politico. L’accesso ai contratti per la difesa e ai prestiti agevolati lega a doppio filo al Cremlino gli oligarchi, i leader dell’industria della difesa e le élite regionali. La lealtà porta ricompense, laddove la slealtà può significare perdite finanziarie, confische di beni e anche procedimenti penali. Le sanzioni hanno avuto un impatto significativo sull’economia di guerra russa. L’elusione delle sanzioni attraverso intermediari sostenuti dallo Stato o altri canali è diventata una parte cruciale dell’economia di guerra russa, cosa che centralizza ulteriormente il controllo e rafforza sistemi distributivi a dir poco opachi basati sulla locazione.
Le sanzioni occidentali hanno spinto la Russia verso un adeguamento autarchico e un rimpiazzo dei referenti. Il commercio e lo scambio di tecnologie guarda ora a un gruppo ristretto di partner non occidentali, in particolare Cina e Iran. Queste relazioni forniscono input essenziali quali elettronica, macchine utensili, progetti di velivoli senza pilota (UAV) e componenti per munizioni. Un altro fornitore chiave, la Corea del Nord, fornisce principalmente merce a basso costo, in particolare proiettili, missili e sistemi di artiglieria. Ciò, tuttavia, porta a una dipendenza asimmetrica e a un’innovazione limitata. La Russia è stata costretta a contrabbandare o a riutilizzare tecnologie soggette a restrizioni; per esempio, si è procurata segretamente terminali di connettività satellitare Starlink attraverso canali del mercato grigio o intermediari di altri paesi.
Per contrasto, il modello ibrido dell’Ucraina è segnato dall’integrazione fra una serie di partner occidentali, l’introduzione degli standard di interoperabilità della NATO, l’utilizzo dei finanziamenti UE, la cessione diretta di tecnologia e l’accesso alle catene di approvvigionamento commerciali globali. Strumenti occidentali quali Starlink, i framework di IA commerciali delle aziende statunitensi e il software open-source hanno consentito adeguamenti e miglioramenti rapidi a livello tattico. Un simile contesto ha inoltre stimolato la concorrenza tra una serie di piccole e medie imprese, gruppi di volontari e start-up emergenti nel settore della tecnologia della difesa.
Sebbene vi siano stati diversi tentativi per rimpiazzare i partner occidentali, per la produzione di armi Mosca deva ancora contare spesso su componenti high-tech di fabbricazione straniera. In epoca di sanzioni, per mantenere la produzione della propria industria bellica si è servita di canali di importazione paralleli e di intermediari di paesi terzi. I controlli occidentali sulle esportazioni prendono di mira semiconduttori, motori per droni e altre tecnologie sensibili, e cercano di limitare l’accesso della Russia a beni avanzati a duplice uso, ma le lacune nell’applicazione delle sanzioni non mancano. Dall’altra parte, l’Ucraina ha forti legami con le catene di approvvigionamento europee e statunitensi e con i mercati commerciali a duplice uso. L’accesso è limitato e vincolato da requisiti normativi, ma garantisce comunque una fornitura costante di sensori avanzati, comunicazioni crittografate, strumenti di IA e moduli di navigazione in grado di funzionare anche in caso di interruzione del GNSS. Stranamente, Russia e Ucraina si procurano entrambe molti componenti di base per i droni – come motori, batterie e chip – dagli stessi fornitori cinesi. La dipendenza dalle componenti importate pone delle sfide a entrambi i paesi, ma è l’accesso che fa la differenza. Le aziende russe si assicurano grandi quantità di attrezzature o direttamente o attraverso reti di elusione delle sanzioni, mentre le aziende ucraine dipendono da importazioni COTS tramite intermediari. La governance centralizzata della Russia consente un’allocazione concentrata delle risorse e la stabilità dei contratti a lungo termine per l’industria bellica. Al contrario, il decentramento dell’Ucraina dà potere a volontari, innovatori di qualunque tipo e operatori in prima linea per testare e migliorare rapidamente la produzione.
Dalla fabbrica al campo di battaglia
A livello tattico, i droni FPV da 300–400 dollari sono diventati una risposta parziale alla penuria di artiglieria, sostituendo proiettili che costano da 800 a 9.000 dollari l’uno. Le stime ucraine attribuiscono il 70–80 per cento delle perdite confermate di uomini e attrezzature russe agli attacchi coi droni. I cicli di ingaggio che un tempo richiedevano ore, ora necessitano di pochi minuti.
La stessa logica dei costi vale anche per la difesa aerea. Già nel 2025, l’Ucraina aveva sviluppato una capacità di produzione pari a 1.000 intercettori al giorno, droni efficaci contro bersagli a bassa quota e a bassa velocità che saturano o eludono i sistemi missilistici convenzionali. A febbraio del 2026, i droni sono stati responsabili del 70% delle intercettazioni di Shahed nella regione di Kyiv.
I droni a lungo raggio hanno ridefinito la profondità strategica. I sistemi ucraini hanno colpito obiettivi a oltre 1.500 chilometri dal fronte – raffinerie di petrolio, depositi di munizioni, basi aeree – senza contravvenire alle restrizioni politiche legate alle forniture di missili dall’Occidente. L’operazione “Spiderweb” del giugno 2025 ne ha illustrato la logica: 117 droni FPV, per un costo totale di circa 117.000 dollari, avrebbero danneggiato o distrutto più di 40 velivoli russi, per un controvalore di miliardi di dollari. I sistemi a basso costo possono dunque imporre perdite sproporzionate di beni d’alto valore.
Fondamentalmente, i droni di produzione interna danno all’Ucraina anche una certa flessibilità politica. A differenza dei missili ATACMS o Storm Shadow, che costano oltre 1 milione di dollari l’uno e sono soggetti a restrizioni d’uso, i droni ucraini costano da 500 a 20.000 dollari e sfuggono alle condizioni imposte da Washington o Londra.
L’adattabilità dell’Ucraina deriva dalle origini non-militari del suo ecosistema di droni: software open-source, comunità di stampa 3D, laboratori universitari, elettronica commerciale. Gli ingegneri lavorano fianco a fianco con chi combatte, ricevono dati sulle prestazioni in tempo reale e rimandano al fronte i sistemi modificati nel giro di poche settimane. Alcune squadre riadattano fino alla metà dei droni consegnati prima di utilizzarli — un tasso di deperibilità che probabilmente bloccherebbe qualsiasi programma di approvvigionamento europeo. In Ucraina, invece, funziona come un controllo di qualità in condizioni reali.
Rischi e vincoli e strutturali
Anche sotto pressione estrema, l’ecosistema ucraino dei droni ha dimostrato livelli impressionanti di innovazione e produzione, portando a successi notevoli sul campo di battaglia. Tuttavia, la sua efficacia poggia su basi economiche e istituzionali piuttosto fragili.
Dipendenza dalla catena di approvvigionamento. Quasi l’89 per cento dei produttori ucraini di droni ha indicato la Cina come propria fonte primaria di componenti importati. Motori, batterie, regolatori di velocità elettronici, telai e sensori di base sono ancora e per lo più di fabbricazione cinese. Dal 2023 Pechino ha rafforzato i controlli sulle esportazioni di tecnologia per droni e terre rare, generando carenze e oscillazioni dei prezzi. La Russia compete per gli stessi componenti, facendo aumentare ulteriormente i costi.
Approvvigionamento reattivo. Senza una domanda pluriennale e prevedibile, i produttori faticano a pianificare la produzione, a trattenere lavoratori qualificati o a investire nell’innovazione. Lo Stato acquista spesso all’ingrosso per stoccare; dunque, quando i droni di ultima generazione raggiungono le unità in prima linea, potrebbero addirittura risultare obsoleti. La concorrenza sui prezzi spinge a tagliare i costi, scaricando il controllo della qualità sulle unità militari, che a volte attendono settimane o mesi per le attrezzature richieste.
Il paradosso degli aiuti. Il sostegno finanziario occidentale è stato cruciale ma mal strutturato, presentandosi in quantità ingenti ma irregolari destinate alle necessità immediate del campo di battaglia, piuttosto che a una capacità interna stabile. Il modello danese ha offerto una soluzione migliore: gli Stati partner acquistano direttamente dalle aziende ucraine e direttamente consegnano alle unità in prima linea. Tali accordi restano, però, cosa rara. Una soluzione alternativa è stata trovata, ma non è ancora assurta a sistema.
Cervelli in fuga. Dal 2022, più di 120.000 professionisti dell’IT e dell’ingegneria hanno lasciato l’Ucraina. Una grande azienda della difesa di Kyiv ha oltre 700 posti vacanti nel settore tecnico. Per colmare i vuoti, i produttori ricorrono sempre più agli studenti universitari. Il canale che fa funzionare l’ecosistema è anche quello che, molto probabilmente, lo distruggerà.
Sovraccapacità postbellica. Se nel 2025, la produzione ha raggiunto i 3 milioni di droni FPV, l’obiettivo per il 2026 è di 7 milioni. Se il conflitto dovesse concludersi rapidamente, la domanda potrebbe crollare, lasciando le fabbriche inattive e mandando perduti miliardi di investimenti bellici. L’Ucraina ha iniziato ad affrontare questo problema attraverso “esportazioni controllate” – istituendo dieci uffici per le armi in territorio europeo e andando a produrre droni in Germania – ma le barriere amministrative e i tempi di certificazione (che possono arrivare fino a 12 mesi) sono ancora ostacoli di un certo peso.
Quattro lezioni per l’Europa
1. Gli ecosistemi decentralizzati sono meglio dei modelli basati sulle grandi commesse statali
Gli appalti europei nel settore della difesa rimangono concentrati attorno a una manciata di appaltatori principali (Airbus, Rheinmetall, Thales, Leonardo, BAE Systems) che operano con cicli di sviluppo lunghi e specifiche fisse. Un qualunque dissesto nell’attività di un singolo appaltatore può compromettere l’intero sistema. Le centinaia di piccoli e medi produttori concorrenti presenti in Ucraina consentono, invece, un rapido rimpiazzo in caso di fallimento di un fornitore o di obsolescenza di una tecnologia. Se un produttore vacilla, il sistema quasi non se ne accorge.
2. La velocità di adattamento conta più della perfezione tecnica
In Ucraina per i feedback dal campo di battaglia ci vogliono poche settimane. Le certificazioni della difesa dell’UE durano anni; dall’ideazione alla messa in atto, i progetti più consistenti del Fondo europeo per la difesa possono richiedere dai cinque ai dieci anni. Per piattaforme a lunga durata, come navi, aerei e veicoli corazzati, la tempistica può essere giustificabile. Per i droni, gli strumenti elettronici e i software, è invece un ostacolo strategico. Sbagliare, per l’Ucraina è una sorta di controllo di qualità. Per gli appalti europei è una ragione per procrastinare.
3. L’autonomia strategica richiede una sovranità selettiva
La completa localizzazione della catena di approvvigionamento dei droni aumenterebbe drasticamente i costi per unità e ridurrebbe la produzione proprio nel momento in cui a contare è la quantità. L’obiettivo dovrebbe essere il controllo sugli elementi strategici – sensori avanzati, comunicazioni crittografate, navigazione basata sull’intelligenza artificiale – delegando le componenti di base a catene di approvvigionamento globali diversificate. Il “friendshoring” fra partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia e la stessa Ucraina offre un equilibrio pratico tra sicurezza ed efficienza dei costi.
4. Senza l’Ucraina, una difesa europea contro i droni sarà solo reattiva
L’Ucraina è attualmente l’unico attore europeo che individua, intercetta e distrugge sistematicamente i droni russi su larga scala. Si è trovata ad affrontare ogni possibile versione di tattica aerea russa – sciami di droni-esca, fuoco di saturazione, navigazione senza GPS, attacchi misti con droni e missili – in condizioni di combattimento che nessun membro della NATO ha mai sperimentato. Le incursioni dei droni russi nello spazio aereo dell’UE e della NATO dimostrano che l’Europa sta già affrontando una minaccia aerea costante a basso costo senza adeguate contromisure di poca spesa. Investire nel know-how ucraino in materia di droni e contromisure anti-drone costituisce, di fatto, una difesa preventiva.
Raccomandazioni
■ Integrare le capacità di difesa aerea dell’Ucraina nell’architettura della difesa aerea europea. Come primo passo, gli Stati baltici dovrebbero fungere da corridoio per la cooperazione UE-Ucraina con addestramenti congiunti, strutture di collaudo condivise e approvvigionamento diretto di sistemi ucraini collaudati in combattimento.
■ Ampliare gli acquisti diretti di sistemi ucraini sul modello danese — approvvigionamenti acquistati dagli Stati partner e consegnati direttamente in prima linea — e passare a procedure di certificazione accelerate dell’UE.
■ Aumentare la coproduzione con le aziende ucraine in territorio europeo combinando i progetti ucraini collaudati in combattimento con la capacità industriale europea e la sicurezza della catena di approvvigionamento.
■ Creare un percorso di approvvigionamento dedicato a iterazione rapida per le tecnologie in rapida evoluzione all’interno del Fondo europeo per la difesa, con tempistiche contrattuali più brevi e procedure di certificazione più semplici, modellate su ciò che l’ecosistema ucraino ha dimostrato essere fattibile.
■ Reindirizzare i finanziamenti UE alla difesa verso ecosistemi di innovazione resilienti: concorrenza a livello di componenti, punti di accesso per le piccole e medie imprese, laboratori universitari e start-up a duplice uso. Ridurre la dipendenza esclusiva con i principali contraenti.
■ Formalizzare l’integrazione industriale UE-Ucraina attraverso un «Accordo di transizione sui droni» che vincoli i finanziamenti per la ricostruzione a piani di esportazione controllati e percorsi di reinserimento per gli specialisti sfollati.
Conclusione
L’economia dei droni ucraina dimostra che gli Stati di piccole e medie dimensioni non hanno bisogno di costruirsi un’industria della difesa completa per migliorare la deterrenza. I moderni sistemi di droni e sistemi anti-drone sono complessi e richiedono coordinamento con la difesa aerea, la guerra elettronica e le strutture di comando. Tuttavia, gli Stati più piccoli dell’UE possono concentrarsi strategicamente su parti specifiche del sistema in questione. Dando priorità a determinate nicchie di mercato come i droni intercettori o i componenti per la guerra elettronica, e allineando gli appalti pubblici per sostenerne la produzione, i paesi baltici e del fianco orientale possono sviluppare potenzialità efficaci sul territorio. Una specializzazione mirata, insieme all’integrazione in sistemi più ampi dell’UE e della NATO, è una possibilità realistica per una deterrenza più incisiva e più rapida.
L’Europa si trova ad affrontare la sfida postbellica tra un possibile “dividendo da droni” e un “eccesso di droni”. A guerra finita, l’Ucraina disporrà comunque del più grande ecosistema operativo di progettazione e produzione di droni al di fuori degli Stati Uniti e della Cina. L’UE dovrebbe integrare questa capacità attraverso la coproduzione e la certificazione congiunta. I primi passi verso un tale coordinamento sono già stati fatti. L’Ucraina ha aperto uffici per l’esportazione e la cooperazione nel settore dei droni, segnalando l’intenzione di convogliare la capacità e le competenze in eccesso verso i mercati europei. Per trasformare tutto questo in un beneficio duraturo, l’UE dovrebbe formalizzare tali sforzi attraverso un «Patto di transizione sui droni UE-Ucraina». Ciò vincolerebbe i finanziamenti per la ricostruzione a piani di esportazione controllati e a percorsi di reinserimento per gli specialisti.
La guerra in Ucraina ha inoltre sottolineato la velocità di formazione dei nuovi talenti quale benchmark in materia di deterrenza. La velocità con cui una società è in grado di trasformare ingegneri e programmatori civili in specialisti della difesa è fondamentale. Il tempo necessario per passare dall’idea al prototipo fino alla messa in campo, la rapidità delle iterazioni e la percentuale di talenti civili che entrano nei settori della difesa rischiano di diventare più importanti del possesso di grandi scorte. Per sviluppare la propria capacità rigenerativa, l’Europa dovrebbe investire nella formazione rapida e in percorsi di carriera a duplice uso.
La normalizzazione dei droni a lungo raggio e a basso costo può comportare un’escalation orizzontale che resta, però, dentro alle tradizionali “linee rosse”. Nelle mani di proxy o attori non statali, in Europa capacità simili potrebbero essere utilizzate contro infrastrutture importanti. Ciò richiede una dottrina europea sull’uso dei droni che ne prevenga e ne scoraggi l’utilizzo da parte di terroristi.
Il caso ucraino ha anche una componente di genere. Meno soggette alle pressioni dell’arruolamento, le donne stanno assumendo un ruolo sempre più importante nell’assemblaggio, nello sviluppo del firmware e nelle operazioni con i droni. L’Europa potrebbe ampliare i programmi di formazione in quest’ambito per aumentare la partecipazione femminile, trasformando così l’inclusione sociale in un vantaggio strategico.
Infine, l’economia dei droni in Ucraina non deve necessariamente portare a una militarizzazione permanente. Una domanda statale mirata e convogliata verso una base decentralizzata di piccole e medie imprese può creare posti di lavoro, accelerare l’innovazione a duplice uso e sviluppare competenze esportabili senza intrappolare l’economia in una spesa permanente per la difesa.
La “dronizzazione” guarda alla resilienza di una società, non alla sua militarizzazione. È la capacità di trasformare rapidamente le competenze ingegneristiche civili in risultati efficaci per la difesa per poi riportarle all’uso civile dopo la guerra.
L’Europa può adottare questo approccio in modo proattivo, avvalendosi di una domanda industriale mirata in tempo di pace e senza attendere che una crisi determini una costosa militarizzazione.

