(nella foto: l’Hotel Ukrajina a Kyiv;
immagine di I, Levchuk Volodymyr (UAWeBeR),
CC BY 3.0, via Wikimedia Commons)
(di Huseyin Oylupinar, direttore e fondatore dell’Institute for Knowledge, Research, and Scholarship (IKRS) in Canada ed è affiliato all’Institute for Russian and Eurasian Studies (IRES) dell’Università di Uppsala in Svezia. Il suo lavoro si concentra sugli studi ucraini, dell’Europa orientale e dell’Eurasia, sull’uso dell’AI negli studi umanistici, gli studi sulle minoranze e la politica dell’autorità accademica. Questa recensione si basa su un saggio più lungo dell’IKRS)
19 maggio 2026
alle 08:55
The Maidan Massacre in Ukraine di Ivan Katchanovski offre una delle interpretazioni più polemiche degli scontri a fuoco a Kyiv del febbraio 2014. Il fulcro della sua tesi è che ad aprire il fuoco sui manifestanti non siano state le forze di sicurezza di Viktor Janukovyč, ma dei cecchini appostati in luoghi legati alla protesta, compreso l’Hotel “Ukraina”. Il libro non è dunque esclusivamente la ricostruzione di un evento violento, ma un tentativo di modificare il significato stesso del Maidan.
Una tesi polemica non è necessariamente debole dal punto di vista accademico. Le narrazioni dominanti devono essere sfidate e le prove più complesse studiate. Le domande scomode non sono da evitare. Il problema di questo libro è un altro: la conclusione è più forte del metodo che la sostiene. Il lavoro probatorio centrale pertiene a campi in cui l’autore non dimostra una competenza riconosciuta. Katchanovski ha raccolto, sì, un gran numero di video, testimonianze, materiali processuali, attestati forensi e resoconti dei media. Ma l’accumulo non è un metodo. Una pila di dati non diventa una prova semplicemente perché è alta.
La densità empirica del libro può impressionare giusto il lettore non specialista. I rimandi sono a filmati, dichiarazioni di testimoni, materiali investigativi, atti processuali, perizie mediche e balistiche e fonti dei media pubblici. Ma il punto non può essere il numero dei materiali citati. Il punto deve essere come i materiali suddetti sono stati scelti, verificati, classificati e interpretati. E da questa prospettiva il libro rimane carente. Il protocollo probatorio che fornisce non è nitido: cosa rende un video attendibile e un altro marginale; cosa rende un testimone determinante e un altro dubbio; come vengono valutati i materiali contraddittori; e come vengono gestite le fonti politicamente compromesse?
Una tale debolezza risulta particolarmente lampante nell’uso del materiale visivo. Si utilizzano le riprese per desumere le traiettorie di fuoco, le possibili posizioni di tiro e le sequenze di movimento. Un procedimento simile richiede una verifica attenta, una sincronizzazione puntuale e un approccio critico alle fonti. Un video non è una finestra sulla verità; è parziale, preso da una specifica angolazione e, spesso, rimaneggiato dai soggetti coinvolti. Alcuni materiali video utilizzati a sostegno della tesi di Katchanovski hanno storie di post-produzione politicamente compromesse che richiedono una critica delle fonti molto più esplicita di quella fornita nel libro. Il materiale video proveniente da ambienti politicamente schierati può contenere comunque delle informazioni utili, ma solo se la sua provenienza viene esaminata apertamente. In assenza di una simile contestualizzazione, utilizzarlo come prova è un atto di fiducia selettiva e non di ricerca attenta.
Lo stesso problema si presenta riguardo all’Hotel “Ukraina”. L’hotel non è un dettaglio secondario della tesi di Katchanovski. È la sua colonna portante. Se la presenza, l’identità e l’affiliazione dei presunti cecchini appostati nell’edificio non possono essere dimostrate, l’interpretazione perde ogni fondamento. La posizione non svela l’identità, l’accesso non prova l’affiliazione e l’illazione non sostituisce la prova. Il libro non fornisce un’identificazione verificata dei cecchini o una descrizione fisica affidabile, né offre prove visive chiare che li mostrino all’opera dall’Hotel “Ukraina”. Le possibili posizioni di tiro non sono la stessa cosa degli autori identificati.
Il problema è l’eccesso di illazioni. Un suono in un video diventa una possibile direzione di fuoco, una possibile direzione di fuoco una posizione probabile, una posizione probabile un luogo, un luogo un’affiliazione politica, e l’affiliazione politica responsabilità. Ogni passo ha una sua dose di incertezza, ma l’argomentazione sommatoria viene offerta come se la catena fosse inattaccabile. Ciò che viene presentato come prova è spesso un’illazione; ciò che viene presentato come metodo è spesso semplice accumulo. Il risultato non denota competenza, ma l’uso di materiali che sembrano specialistici, ma sono privi della disciplina che lo studio di un tale materiale richiede.
Il libro si basa in larga misura su settori specialistici in cui l’autore non ha dimostrato una competenza riconosciuta: scienze forensi, balistica, criminologia, procedura penale e ricostruzione della scena del crimine. Non è una questione minore di formazione accademica. È il nucleo stesso dell’autorevolezza del libro. Gli studiosi possono avventurarsi in nuovi campi, ma devono dimostrare come affrontano gli standard della materia. Un politologo può analizzare la violenza politica, ma non può limitarsi a prendere in prestito il linguaggio forense e balistico per vantare un’autorità da esperto. La competenza non si trasmette per vicinanza: un dentista non può eseguire un intervento di neurochirurgia solo perché odontoiatria e neurochirurgia sono entrambe in ambito medico.
Questa la ragione per cui l’oscillazione fra le discipline presente nel libro è un problema. In momenti diversi si ricorre alle scienze politiche, alla ricostruzione forense, all’analisi giuridica e alla storia contemporanea. L’interdisciplinarità può essere produttiva se accetta gli obblighi di ciascun ambito che affronta. Nel caso di Katchanovski il passaggio da un ambito all’altro sembra più un escamotage che un’integrazione. Il perimetro di riferimento delle scienze politiche viene invocato spesso, ma senza sistematizzazione. Le deduzioni delle scienze forensi vengono offerte senza un’adeguata conferma da parte di esperti. Il contesto storico viene cercato in modo selettivo. Il libro chiede autorevolezza da diversi ambiti, ma senza essere affidabile in nessuno di essi.
Anche l’approccio alla responsabilità dello Stato è problematico. L’assenza di un ordine scritto di uccidere i manifestanti da parte di Viktor Janukovyč o di altri alti funzionari non può essere considerato un elemento a discarico. Raramente la violenza di Stato moderna risulta dagli archivi in forma di disposizione chiara e sottoscritta. La repressione opera spesso per autorità delegata, segnali di nullaosta, catene di comando informali e una coercizione crescente. Lo scontro a fuoco è avvenuto dopo mesi di violenze contro i manifestanti: percosse, intimidazioni, rapimenti, torture e morti. Estrapolare il 20 febbraio da questo quadro più ampio significa distorcere l’ambito storico.
L’argomentazione di Katchanovski porta con sé anche un problema di ricezione. Nonostante la visibilità dell’autore nel dibattito pubblico, non è diventata una direzione di ricerca produttiva negli studi ucraini, dell’Europa orientale o del Maidan. La visibilità non è accettazione, all’interno di una disciplina. Una tesi che pretende di trasformare la comprensione di uno degli eventi centrali della storia ucraina contemporanea andrebbe sottoposta e verificata negli ambiti accademici in cui l’evento in questione e le relative prove vengono studiati: storia ucraina contemporanea, violenza politica, criminologia, scienze forensi e analisi giuridica. La sua visibilità, invece, non si è tradotta in una pars construens riconosciuta in questi ambiti. La circolazione del libro non serve a renderlo valido e la reiterazione non è accettazione.
Il libro tende inoltre a un’eccessiva generalizzazione causale. Collegando le sparatorie di Maidan alla caduta di Janukovyč, all’annessione della Crimea da parte della Russia, alla guerra nel Donbas e all’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, l’autore riduce un processo storico complesso a una catena semplificata. Ciò dilata il potere esplicativo della tesi e sottovaluta l’azione russa, la pressione a lungo termine sulla sovranità ucraina e le decisioni specifiche dello Stato russo. Tale inquadramento non si limita a semplificare la storia. Rischia di far passare per reattiva piuttosto che aggressiva l’invasione russa.
Ma il pericolo maggiore è che, una volta pubblicata, una ricerca accademica debole si guadagni suo malgrado una certa autorevolezza. Il problema non si limita alla debolezza dell’argomentazione, ma si allarga al fatto che la pubblicazione offre ad argomentazioni deboli un’autorità immeritata. Il libro comincia a entrare nelle bibliografie, compare nelle note a piè di pagina ed è citato da lettori che non ne esaminano le fondamenta. E fornisce agli attori politicamente schierati una frase molto comoda: esiste uno studio accademico che lo dimostra. Di conseguenza, altri studiosi dovranno dedicare il loro tempo a correggere ciò che, in partenza, non avrebbe dovuto meritare un’autorità simile. Del resto, non è raro che argomentazioni errate sopravvivano alla loro confutazione accademica.
Il punto, quindi, non è se Katchanovski possa o non possa fare domande scomode. Ovviamente può farlo. Il punto è se dispone del sistema di competenze necessario a rispondere. Il libro non lo dimostra. Gli scontri a fuoco del Maidan esigono una ricerca seria, interdisciplinare e metodologicamente trasparente. Esigono la collaborazione tra competenze forensi, precisione giuridica, contesto storico e analisi politica. Non traggono alcun beneficio dalla polemica spacciata per precisione. Il Maidan merita una ricerca seria, non montagne di dati scambiati per conoscenza.
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Recensione di: Ivan Katchanovski, The Maidan Massacre in Ukraine: The Mass Killing that Changed the World. Cham: Palgrave Macmillan, 2024. xix + 266 pp. (In open Access. DOI: 10.1007/978-3-031-67121-0).

