Nella foto: Nikol Pashinyan il 17 aprile 2018
(foto: Yerevantsi, CC BY-SA 4.0,
via Wikimedia Commons)
(di Eviya Hovhannisyan e Stefan Meister)
16 giugno 2026
alle 23:00
Nonostante le elezioni armene del 7 giugno 2026 siano già passate, sancendo la vittoria del Contratto Civile di Nikol Pashinyan, abbiamo deciso di proporre, dato che nulla ha perso della sua incisività e pregnanza, una nostra traduzione dal tedesco di questa approfondita analisi preelettorale di Eviya Hovhannisyan e Stefan Meister pubblicata sul sito della Heinrich-Böll-Stiftung, che ringraziamo.
“L’Armenia, che a giugno 2026 eleggerà un nuovo parlamento, è considerata da molti un modello di successo in materia di democratizzazione nel contesto del Caucaso meridionale. Mentre nella vicina Georgia le elezioni del 2024 hanno sancito il consolidamento di un regime autoritario e l’Azerbaigian è saldamente in mano a un’autocrazia personalistica, l’Armenia vanta ancora elezioni libere e livelli di pluralismo e apertura politica piuttosto elevati. L’eredità della Rivoluzione di Velluto, che nel 2018 ha portato al potere l’attuale primo ministro Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile, contribuisce ancora all’immagine dell’Armenia come di un Paese diverso dai suoi vicini. Secondo i dati di Freedom House, è tuttora lo Stato più libero e pluralistico del Caucaso meridionale.
Tenendo presenti le dinamiche regionali degli ultimi decenni, anche la sua linea di politica estera e interna appare relativamente stabile, sia sul piano geopolitico sia su quello della sicurezza. Nonostante la sconfitta nella Seconda guerra del Nagorno-Karabakh, nel 2020, Contratto Civile ha vinto le elezioni anticipate del 2021, confermandosi così la forza politica dominante. Da allora, Pashinyan mira a normalizzare i rapporti con l’Azerbaigian e ad avvicinarsi alla Turchia. Se a giugno ottenesse il suo terzo mandato e indicesse il referendum costituzionale preteso dall’Azerbaigian, Baku e Erevan potrebbero firmare un accordo di pace già quest’anno. Tali sviluppi, insieme a primi passi concreti verso la riapertura del confine con la Turchia, chiuso durante la Prima guerra del Nagorno-Karabakh nel 1993, hanno contribuito a ridurre il rischio di un’escalation tra i Paesi coinvolti.
Nel frattempo, l’Armenia si inserisce nei nuovi progetti logistici regionali. La Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), che attraverso il sud del Paese connetterebbe l’Azerbaigian con il Naxçıvan, sua exclave, potrebbe trasformare l’Armenia in un crocevia tra Europa, Asia, Russia e Iran.
Il fatto che gli Stati Uniti siano il principale investitore e la potenza garante del progetto rende meno probabili azioni di disturbo da parte dell’Iran e della Russia e dovrebbe limitare la capacità d’influenza di quest’ultima. Uniti alla crescente cooperazione con l’Unione Europea e al progressivo allontanamento dalla Russia, tali sviluppi rafforzano l’immagine di un Paese proiettato verso una maggiore apertura geopolitica regionale. Diversamente da ciò che accade in Georgia – molti ritengono infatti che il consolidamento del partito al governo, Sogno Georgiano, sia frutto di manipolazioni elettorali e interferenze russe – in Armenia l’arena politica è formalmente competitiva, sebbene assai polarizzata.
A sottolineare ulteriormente la differenza tra le due repubbliche caucasiche c’è l’aiuto che l’Unione Europea ha fornito al governo armeno; pensiamo al sostegno elettorale al primo ministro Pashinyan durante la riunione della Comunità politica europea e il vertice UE-Armenia di inizio maggio, ma soprattutto alle misure volte a contenere l’influenza della Russia.
E tuttavia, la narrazione sul progresso democratico e sull’apertura geopolitica rischia di oscurare una realtà più complessa e sfaccettata: mettendo in moto la democratizzazione dell’Armenia, la Rivoluzione di Velluto ha innescato un processo di trasformazione ibrido che vede istituzioni formalmente democratiche, ma sempre meno autonome, affrontare una crescente personalizzazione del potere in un clima politico segnato da profonde divisioni. Pertanto, non dobbiamo chiederci se l’Armenia continuerà a essere una democrazia anche dopo le elezioni, bensì quale modello di governo adotterà in un contesto condizionato da guerre, esodi forzati e riallineamenti geopolitici.
Dalla legittimità rivoluzionaria a un governo personalistico
L’assetto politico delineatosi dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018 si basava sulla mobilitazione di massa e su un chiaro mandato popolare contro gli oligarchi. Era un momento, quello, di coesione sociale e aspettative democratiche, in cui la legittimità politica derivava dall’azione collettiva e dalla promessa di cambiamento. Quasi dieci anni dopo dobbiamo tuttavia constatare che la legittimità rivoluzionaria si è via via dissolta e ha lasciato posto a un governo personalistico che ruota intorno al Primo ministro Nikol Pashinyan, il volto della Rivoluzione di Velluto.
Assistiamo dunque a uno slittamento verso una leadership plebiscitaria, con l’autorità politica che si rafforza attraverso la comunicazione diretta ed emotiva tra il leader e la società, senza alcun tipo di mediazione da parte delle istituzioni. Il peso di Pashinyan nella comunicazione politica, ottenuto soprattutto attraverso i social media, ha stravolto il rapporto tra leadership e istituzioni. Grazie alla sua visibilità, che solo su Facebook supererebbe i centoventi milioni di visualizzazioni al mese, il Primo ministro non è solo la figura politica di maggior rilievo, ma influenza il discorso pubblico come nessun altro.
Il suo stile di governo è caratterizzato da una presenza pubblica continua, dal contatto diretto con le persone e da un’accessibilità performativa: dialoga con la gente per strada e sui mezzi pubblici, esprime un’opinione su moltissime questioni politiche e sociali, e coltiva l’immagine di una persona alla mano e vicina ai problemi della quotidianità. Tali pratiche incontrano il favore di molti elettori e rafforzano l’immagine di un leader legato al suo “popolo”. Contemporaneamente, concorrono a creare un nuovo tipo di comunicazione politica in cui i mediatori tradizionali – i partiti, il parlamento e persino parti della società civile – vengono sempre più aggirati e marginalizzati.
Tale modello, che alle urne si è rivelato vincente, ha imposto un cambio di paradigma. La legittimità politica si concentra infatti sempre più nelle mani del leader, mentre la responsabilità per l’operato del governo è distribuita in modo iniquo e viene spesso attribuita ad altri, anche grazie al predominio mediatico di Pashinyan. I partiti politici, il parlamento e gli altri mediatori rischiano di perdere la loro autonomia e assumono una funzione sempre più reattiva, limitandosi a rispondere alle mosse del Primo ministro invece che perseguire un progetto proprio. In questo senso, l’Armenia presenta alcune caratteristiche della democrazia delegativa, nella quale una vittoria elettorale è considerata un ampio mandato a governare e il sistema di pesi e contrappesi politico-istituzionali è relativamente debole. Si tratta di una situazione per molti versi analoga a quella della Georgia nei tardi anni Duemila, specialmente all’inizio del secondo mandato di Mikheil Saakashvili. All’epoca il Paese era retto da un governo post-rivoluzionario, che, in un contesto estremamente polarizzato, continuava a reclamare per sé la legittimità derivata dal cambio sistemico e allo stesso tempo delegava sempre più potere a una singola figura politica che governava in modo autoritario.
In Armenia queste dinamiche sono rafforzate dalla situazione postbellica. La sconfitta nella Seconda guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020 e la conseguente espulsione forzata della popolazione armena dalla regione nell’autunno del 2023 hanno minato la solidarietà sociale e scosso alle fondamenta la legittimità del governo. Invece di favorire il trasferimento di autorità ad altre istituzioni, queste crisi hanno accentrato ulteriormente la responsabilità politica, riducendo ancora di più lo spazio per il dissenso e per la partecipazione critica.
La personalizzazione del potere aumenta la vulnerabilità di chi lo detiene. Posizionandosi come attore centrale in quasi tutti gli ambiti della vita sociale e politica, Nikol Pashinyan viene associato direttamente a ogni successo e insuccesso del governo. La sua avversione alle critiche non fa che esasperare questa dinamica e contribuire all’erosione della fiducia nelle istituzioni, rafforzando così una cultura politica in cui lo scontro è sempre più spesso di natura personale e non programmatica. Tutto ciò aumenta la polarizzazione della politica, inasprisce il dibattito pubblico e normalizza una retorica sempre più aggressiva fatta di violenti attacchi personali e delegittimazione reciproca.
In prospettiva, c’è quindi il rischio che le persone si allontanino da un sistema politico percepito come ostaggio di una singola figura, onnipresente, e incapace di affrontare in modo adeguato le principali sfide sociali, segnatamente quelle socioeconomiche. Ma soprattutto, la continua marginalizzazione delle istituzioni pregiudica la solidità del sistema democratico nel lungo periodo, poiché indebolisce le strutture necessarie a preservare il pluralismo politico e a garantire che l’esecutivo risponda del proprio operato.
La società civile è divisa e disorientata
La polarizzazione non è confinata alla politica di partito ma interessa in egual misura anche la società civile, sempre più divisa e disorientata. Se durante la Rivoluzione di Velluto parlava con una sola voce, adesso si ritrova frammentata in fazioni che si osteggiano a vicenda, il che riflette la profonda incertezza riguardo alla linea politica del Paese. Coloro che continuano a sostenere Pashinyan lo fanno non per convinzione, ma perché non vedono alternative. Per loro l’opposizione è legata alla Russia e agli oligarchi, e rischierebbe dunque di riportare il Paese a prima della Rivoluzione di Velluto. Da questa prospettiva, il sostegno all’attuale governo serve a difendere le conquiste democratiche e l’indipendenza della società civile. C’è poi una seconda fazione, che contesta tanto il governo quanto l’opposizione. Pur condividendo le riserve verso i regimi precedenti, i suoi membri criticano le tendenze autoritarie del Primo ministro, le pressioni a cui sono sottoposti i media indipendenti, l’intolleranza verso le voci critiche e la responsabilità dello strapotere esecutivo nella crescente polarizzazione politica. Il punto per loro non è solo la debolezza dell’opposizione ma anche il ruolo del governo nell’erosione delle norme democratiche.
Dalla schiera dei sostenitori della Rivoluzione di Velluto è emersa infine una terza fazione, meno definita delle altre e sempre più disillusa e disincantata. Alcuni suoi membri, pur nutrendo dei dubbi, sostengono l’opposizione. Altri hanno invece abbandonato l’impegno politico. Incapace di immaginare un’alternativa concreta, quest’ultima fazione esprime lo sconcerto, l’insicurezza e la frammentazione dello schieramento democratico.
Queste fratture derivano dalla profonda trasformazione che ha investito la società civile dopo il 2018. Nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione di Velluto molti suoi rappresentanti sono entrati nel governo e hanno cercato di contribuire direttamente al processo di riforma, sfocando così il confine tra Stato e società. Se nell’immediato ciò ha facilitato la trasformazione istituzionale, nel lungo periodo ha però ridotto l’autonomia della società civile e minato la sua capacità di monitorare l’operato del governo in modo indipendente.
Si tratta di una dinamica osservabile anche in Moldova dopo la vittoria elettorale nel 2021 del Partito di Azione e Solidarietà guidato da Maia Sandu. Pure in quel caso, l’ingresso nel governo di esponenti della società civile ha fatto sì che la linea di demarcazione tra lo Stato e la società si dissolvesse. Alcuni hanno poi lasciato il governo e la politica, altri sono invece rimasti. Il risultato è una società civile strutturalmente indebolita e frammentata, che fatica a partecipare in modo costruttivo al discorso politico.
Per l’Armenia, il punto più dolente è tuttavia l’assenza di una forza politica che abbia un programma democratico e sia capace di articolare e promuovere gli ideali della Rivoluzione di Velluto con coerenza e sistematicità.
Nessuna forza ha saputo infatti occupare lo spazio tra il partito di governo, padrone dell’arena politica, e un’opposizione priva di credibilità. Ciò permette al governo, e soprattutto al primo ministro Pashinyan, di controllare non solo la politica istituzionale ma anche il discorso pubblico nel suo insieme. La narrazione sulle questioni fondamentali – la guerra, la pace, i rapporti con la UE e la ridefinizione dei confini nazionali all’interno progetto politico di un’“Armenia Reale” – è dettata in larga parte dall’esecutivo. Si tratta di questioni delicatissime, perché mettono in gioco identità, memoria storica e idee di Stato contrapposte. Purtroppo, anziché essere oggetto di un dibattito pubblico pluralistico e inclusivo, sono affrontate in un contesto comunicativo sempre più polarizzato, su cui incombe la figura del primo ministro.
Stato postbellico, nuove narrazioni, disagio democratico
Per valutare la linea politica dell’Armenia bisogna innanzitutto riconoscere che in seguito alla sconfitta militare nel 2020, e alla perdita del Nagorno-Karabakh nel 2023, Nikol Pashinyan è riuscito a ridefinire le priorità strategiche del Paese. Gli sforzi profusi dal suo governo per ottenere un accordo di pace con l’Azerbaigian e normalizzare i rapporti con la Turchia vanno letti come un tentativo di allineare la politica interna alla nuova realtà geopolitica. Questa postura mette in discussione narrazioni storiche profondamente radicate e segna il passaggio verso un approccio più pragmatico, orientato alla sicurezza. Se questo avesse successo, potrebbe contribuire a rafforzare in modo più duraturo la posizione securitaria dell’Armenia. Secondo i dati dell’International Republican Institute (IRI), la quota della popolazione che mette la sicurezza nazionale in cima alle proprie preoccupazioni è scesa dal 44% registrato a giugno 2025 al 21% del febbraio 2026. Ciò suggerisce che la politica di distensione del governo abbia almeno in parte attenuato la paura di una minaccia esterna imminente.
Questa svolta è però accompagnata da un ulteriore deterioramento della dialettica politica. Pashinyan presenta infatti il proprio operato come una reazione pragmatica a errori del passato ma addebita le conseguenze della guerra, e la situazione attuale, in larga misura ai governi precedenti. Certo, questi ultimi hanno le loro colpe, che non sono poche, ma evitando di riconoscere le proprie Pashinyan rischia di incrinare la fiducia dell’opinione pubblica e il principio stesso di responsabilità politica. Ancora più inquietanti sono le dichiarazioni ufficiali contro gli armeni espulsi dal Nagorno-Karabakh, tra cui affermazioni che suggeriscono che questi non si sarebbero difesi a sufficienza. Questa rappresentazione, estremamente problematica perché non rende giustizia alla complessità degli eventi, è parte di uno schema ricorrente nei contesti post-conflittuali: attribuire la colpa ai gruppi più vulnerabili per rafforzare la propria legittimità politica. In Armenia ciò esaspera le linee di frattura interne alla società e rende l’integrazione dei profughi ancora più complicata.
Lo stile di comunicazione dall’alto verso il basso, spesso puramente declamatorio, non fa che esacerbare le tensioni esistenti. Invece di coinvolgere i cittadini in un dialogo su questioni molto complesse e dolorose – come lo sono la perdita di territori, identità e sicurezza futura – la retorica del governo tende a seguire una logica binaria: chi sostiene il Primo ministro è realista e responsabile, chi lo critica è nemico della pace e del progresso. Ciò limita il pluralismo del dibattito politico e rafforza un clima di tensione in cui le prospettive alternative sono sempre più marginali. Lo stile di governo personalistico e la retorica emotiva di Pashinyan fanno sì che qualsiasi critica gli venga rivolta sia vista come un’umiliazione diretta alla sua persona, con l’effetto di soffocare sul nascere ogni discorso critico.
“Chi critica il Primo ministro è considerato nemico della pace e del progresso”
C’è poi un’altra narrazione, diffusa tanto in Armenia quanto in Georgia, secondo cui il governo, tentando di promuovere la pace sullo sfondo della guerra in Ucraina, si scontrerebbe con il bellicismo di un’opposizione alleata a potenze straniere. Nonostante in Georgia le campagne mediatiche che descrivono la società civile e l’opposizione come asservite a “interessi stranieri” siano più sistematiche, anche in Armenia si usa la contrapposizione tra guerra e pace contro gli oppositori. Una tale semplificazione, e personalizzazione, del dibattito politico fomenta la polarizzazione e non consente di condurre un dialogo costruttivo.
Di conseguenza, ci sono questioni cruciali che non ottengono l’attenzione che meriterebbero: come reinterpretare l’eredità della Rivoluzione di Velluto, come assicurarsi che le riforme democratiche durino nel tempo, in che modo migliorare le condizioni socioeconomiche del Paese e integrare pienamente gli armeni del Karabakh invece di rappresentarli come un peso e una minaccia. I sondaggi confermano che le principali preoccupazioni sono la disoccupazione, gli stipendi bassi, la sanità e il costo delle case. Tutte questioni che nel dibattito politico passano sottotraccia e interessano soprattutto i giovani.
Non stupisce, quindi, che secondo i dati di Socioscope e dell’IRI gli elettori tra i 18 e i 35 anni sono i più indecisi e i più inclini a considerare la politica nazionale distante, polarizzante e irresponsabile. Se a livello locale sono sempre più attivi, impegnandosi in progetti comunali, sociali ed ecologici, della politica nazionale invece si disinteressano.
Siamo di fronte a una generazione che pur essendo parte attiva della propria comunità si tiene lontana dalla politica: un paradosso che rafforza la tendenza verso una società civile apolitica per scelta.
Le conseguenze per l’UE
Per l’Unione Europea la linea politica di Erevan è tanto un’opportunità quanto un dilemma. Bruxelles considera l’Armenia un interlocutore privilegiato nel Caucaso meridionale, soprattutto alla luce della regressione democratica in Georgia e dell’obiettivo ultimo di contenere l’influenza russa nella regione. Dato il contesto, tutto l’appoggio politico che l’Unione dà al Primo ministro, e al suo partito Contratto Civile, riflette la decisione strategica di sostenere quella forza che viene percepita come la più democratica del Paese e della regione. Tale approccio non è però privo di rischi. Vincolando la democratizzazione del Paese, le prospettive di pace con l’Azerbaigian e l’approfondimento dei rapporti con l’UE all’attuale governo, e alla persona di Pashinyan, si rischia di rafforzare la sua legittimità personalistica a discapito del pluralismo istituzionale. In questo modo, le riforme interne e la traiettoria filoeuropea dell’Armenia si legano a doppio filo a una singola figura politica: il Primo ministro Pashinyan.
Allo stesso tempo, l’accelerazione del processo di integrazione europea, che il governo armeno promuove anche attraverso iniziative legislative, è frenata da realtà strutturali. L’Armenia continua a essere membro dell’Unione Economica Eurasiatica, guidata dalla Russia, e da quest’ultima dipende in termini economici, infrastrutturali e securitari. Nei settori chiave – l’energia, il gas, le telecomunicazioni e l’infrastruttura ferroviaria – l’influenza della Russia è particolarmente accentuata. A ciò si aggiunge la presenza di soldati russi nella base militare di Gyumri, la seconda città del Paese.
Sebbene l’Armenia stia via via cercando di ridurre questa dipendenza, per esempio schierando i propri soldati al posto di quelli russi lungo quasi tutti i suoi confini e diversificando le forniture militari, dare un taglio netto sul piano economico e strategico sarà costoso e richiederà tempo.
Tra il discorso politico e la realtà economica si apre così una frattura destinata ad ampliarsi. Il governo insiste con la sua narrazione sulla futura integrazione europea ma evita qualsiasi riferimento ai costi strutturali che essa comporterebbe. I suoi membri però li conoscono ed è dunque lecito chiedersi quanto facciano sul serio. Dal canto suo, l’Unione Europea non sembra intenzionata a mettere in discussione questa narrazione. Innanzitutto non vuole indebolire Pashinyan a ridosso delle elezioni, e poi ha altre priorità, come la guerra in Ucraina e il processo di allargamento che oltre a quest’ultima coinvolge anche la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali. Ma questo silenzio, unito a grandi gesti politici come il vertice della Comunità politica europea tenutosi a Erevan a inizio maggio, rischia di creare aspettative irrealistiche, che in prospettiva potrebbero erodere ulteriormente la fiducia nelle istituzioni nazionali e pregiudicare la credibilità di un partenariato con l’UE.
Serve un nuovo contratto sociale
Le dinamiche descritte sollevano questioni fondamentali per il futuro della democrazia armena ed è improbabile che dalle elezioni emerga una soluzione. Ammesso che Contratto Civile rimanga la migliore opzione per contrastare gli oligarchi, difendere il pluralismo e ridurre la dipendenza dalla Russia, i timori circa il possibile consolidamento di un modello di governo più spiccatamente maggioritario e incentrato sull’esecutivo continueranno ad aumentare.
Del resto, lo scacchiere regionale sul quale si muove Erevan è pieno di insidie. I molti nodi geopolitici – tra cui la guerra della Russia in Ucraina, l’instabilità legata alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran, che confina con l’Armenia, nonché la superiorità militare dell’Azerbaigian e della Turchia – aumentano la pressione sulla politica interna dell’Armenia.
Mentre l’Azerbaigian è un’autocrazia consolidata e la Georgia vive una concentrazione del potere nelle mani del partito di governo, che sta compiendo uno state capture con mezzi autoritari, l’Armenia affronta il difficile compito di opporsi alle tendenze regionali coltivando allo stesso tempo la propria democrazia.
Vediamo quindi che la sfida trascende l’attuale competizione elettorale.
L’Armenia ha bisogno di un nuovo contratto sociale che ricomponga le fratture aperte dalla guerra, dall’esilio e dalla polarizzazione politica. Per costruirlo dovrà integrare gli armeni del Karabakh, accettare la nuova realtà geopolitica e porre le basi per un rapporto più inclusivo e meno conflittuale tra lo Stato e la società.
Una tale trasformazione richiederebbe di ripensare la cultura politica del Paese, caratterizzata com’è dall’aggressività del dibattito, da una politica performativa e dallo stile di governo personalistico di un leader che accentra su di sé il potere, per poi poterla ricostruire sulla base della responsabilità istituzionale, di una pubblica piazza inclusiva e della partecipazione attiva dei cittadini. Serviranno inoltre delle alternative democratiche credibili e capaci di sfidare il partito di governo senza farsi automaticamente delegittimare come filorusse e nemiche dello Stato. Di conseguenza, queste elezioni non saranno tanto un punto di svolta per la politica armena quanto una prova di resilienza per il regime democratico. Riuscirà l’Armenia a compiere il passaggio dalla legittimità carismatica della Rivoluzione di Velluto a una democrazia resiliente e istituzionalizzata?

