PADIGLIONE DEL (DIS)SENSO

7 luglio – 7 agosto 2026
Ex Chiesa di San Leonardo, Venezia

Il Padiglione del (Dis)Senso è una piattaforma indipendente di dissenso artistico presentata nell’ambito della 61ª Biennale di Venezia. Ideato dall’artista Katia Margolis e organizzato da Memorial Italia e Arts Against Aggression, nasce da una serie di azioni di protesta artistica contro il ritorno ufficiale della Russia alla Biennale e contro la strumentalizzazione della cultura come strumento di art-washing nel contesto della guerra di aggressione contro l’Ucraina e dell’intensificarsi della repressione politica.

Ispirandosi al pensiero di Viktor Frankl, che dopo essere sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti scrisse come la ricerca di senso permetta all’essere umano di resistere e di rimanere pienamente umano anche nel cuore della sofferenza, il Padiglione propone il (dis)senso come uno spazio in cui frammentazione, dissenso e incertezza diventano il percorso stesso attraverso cui il senso può essere ritrovato.

Nello spazio dell’antica Chiesa veneziana di San Leonardo, il progetto riunisce artisti, curatori, attivisti e operatori culturali il cui lavoro affronta temi quali la prigionia politica, il colonialismo, la guerra, lo sfollamento, l’identità e i diritti umani.

Il Padiglione trasforma l’ex chiesa in un ambiente condiviso in cui molteplici voci convivono attraverso dialogo, attrito, contraddizione e risonanza, senza essere ricondotte a un’unica narrazione. Realtà differenti restano visibili nella loro complessità. Ciò che inizialmente può apparire come disorientamento o contraddizione diventa un’esplorazione collettiva del significato personale, etico e politico. Attraverso mostre, installazioni site-specific, video, materiali sonori, documenti d’archivio e interventi nello spazio pubblico, il progetto indaga come il senso possa emergere anche nelle circostanze più tragiche.

A quasi cinquant’anni dalla storica Biennale del Dissenso del 1977, promossa da Carlo Ripa di Meana, allora Presidente della Biennale di Venezia, il Padiglione del (Dis)Senso intende raccoglierne e rinnovarne l’eredità civile e culturale. Quell’iniziativa nacque dall’incontro tra intellettuali, artisti e attivisti e fu strettamente legata all’azione del movimento FUORI!, guidato da Angelo Pezzana, che portò al centro della Biennale i temi della libertà di espressione, dei diritti civili e del dissenso culturale.

Nato dalle azioni di protesta realizzate durante i giorni di anteprima della 61ª Biennale e dall’iniziativa Biennale del Dissenso, promossa da Europa Radicale e dall’Associazione Certi Diritti, il Padiglione riafferma il ruolo dell’arte come spazio di libertà, dissenso e dialogo.

Ogni progetto presente in mostra prosegue e trasforma i gesti di protesta che hanno dato origine all’iniziativa, facendo del dissenso un processo vivo e in continua evoluzione di costruzione del significato.

Il Padiglione del (Dis)Senso non offre risposte definitive né cerca una sintesi conciliatoria. Accoglie invece il dissenso, l’incertezza, la pluralità e la coesistenza come condizioni generative. Il senso non viene inteso come una verità fissa, ma come un processo aperto di condivisione, revisione ed espansione degli orizzonti attraverso l’incontro con realtà, memorie, traumi e modi differenti di abitare il mondo. In un tempo segnato dalla polarizzazione, da narrazioni contrapposte, da profonde fratture sociali e, al tempo stesso, dal conformismo, il Padiglione propone il dissenso come possibile via verso il significato, il dialogo e una forma di cura fondata sulla cura: cura come attenzione, come pratica curatoriale e come lavoro condiviso di riparazione.

Materiali d’archivio dedicati alle azioni artistiche e politiche di protesta che hanno accompagnato l’apertura della 61ª Biennale, insieme ai riferimenti storici alla Biennale del Dissenso del 1977, dialogano con un programma pubblico di incontri, tavole rotonde, performance e conversazioni. Nel loro insieme contribuiscono a costruire un dialogo polifonico, in cui differenza, memoria e responsabilità diventano parte integrante di un processo condiviso.

All’interno e oltre il Padiglione, questo processo prende forma attraverso una costellazione di progetti artistici e curatoriali indipendenti.

🟥 RESISTENZA IMPRIGIONATA

A cura di Nadya Tolokonnikova
(fondatrice delle Pussy Riot ed ex prigioniera politica)

Resistenza Imprigionata riunisce opere, fotografie e testimonianze realizzate da prigionieri politici, artisti incarcerati, giornalisti, attivisti, insegnanti, detenuti per il loro dissenso contro la guerra, nonché da prigionieri di guerra e civili ucraini detenuti in Russia. Molti di loro si trovano ancora oggi in carceri e colonie penali. Nati in condizioni di prigionia, censura, persecuzione politica e persino tortura, questi disegni, testi, ricami e oggetti trasformano gli spazi della reclusione in luoghi di immaginazione e resistenza.

Realizzate su lenzuola, buste, quaderni e frammenti di tessuto, le opere portano i segni dell’urgenza e della costrizione, affermando al tempo stesso la persistente capacità dell’essere umano di conservare libertà di pensiero, dignità e creatività. Portando le voci, i nomi e i volti di chi è stato ridotto al silenzio oltre le mura del carcere nel dialogo con il pubblico europeo, il progetto diventa un atto di solidarietà e un promemoria del fatto che l’arte rimane una delle forme più potenti di resistenza e che la visibilità è uno strumento essenziale contro la repressione e l’oblio.

🟥 PADIGLIONE DELL’INGRIA

di Pavel Rotts
A cura di Lisa Vasilieva

Il Padiglione dell’Ingria è un intervento artistico indipendente di Pavel Rotts, presentato per la prima volta durante i giorni di apertura della 61ª Biennale di Venezia. Il progetto esplora la memoria, lo sradicamento e l’identità ingrica.

L’Ingria è una regione storica situata sulla costa orientale del Mar Baltico, oggi divisa tra Russia ed Estonia. Un tempo abitata da diverse comunità ugrofinniche, tra cui Ingriani, Voti e Ižori, oggi sopravvive più come memoria culturale che come territorio politicamente riconosciuto.

Il Padiglione dell’Ingria è concepito come un contro-monumento decoloniale. Si oppone alle forme dominanti di rappresentazione che legano l’identità allo Stato, al territorio e alle narrazioni ufficiali, proponendo invece la memoria stessa come struttura monumentale. Se il Padiglione del (Dis)Senso si interroga su come ricostruire il significato a partire dall’incertezza e dalla frammentazione, il Padiglione dell’Ingria ne offre un esempio concreto: un padiglione costruito sulle tracce, anziché sulle fondamenta.

Il progetto dialoga con la più ampia e crescente iniziativa DecolonizArt, dedicata agli artisti appartenenti ai popoli colonizzati all’interno della Federazione Russa, le cui voci sono state sistematicamente perseguitate e ridotte al silenzio dalle politiche imperiali e le cui identità culturali sono state sottoposte per secoli a processi di russificazione forzata. Un cittadino su quattro della Federazione Russa appartiene infatti a una cultura non russa, dotata di una propria storia, lingua e identità.

🟥 A LITTLE UNTITLED QUEER ART PROJECT

A cura di Nicola Bertoglio

Promosso dall’Associazione Radicale Certi Diritti, A Little Untitled Queer Art Project riunisce opere di Angel Uliyanov, Boginya Von Art, Lev Nikitin, Party of the Dead e Yana Tarakanova: artisti LGBTQ+ e dissidenti politici russi costretti all’esilio.

La mostra prosegue la mobilitazione che il 9 maggio 2026 ha riportato a Venezia lo spirito della storica Biennale del Dissenso. Durante il corteo di protesta, le opere esposte furono indossate al collo dai partecipanti, trasformandosi in strumenti di testimonianza e protesta, in un gesto che richiama la tradizione radicale in cui arte, politica e azione nonviolenta si incontrano nello spazio pubblico.

Il titolo richiama la necessità di creare spazi autonomi di espressione. Qui Untitled diventa insieme una condizione estetica e politica, evocando la difficoltà di essere pienamente riconosciuti e rappresentati all’interno di sistemi che limitano la libertà individuale e collettiva.

Affrontando temi quali identità, memoria, libertà, dissenso ed esilio, il progetto offre una riflessione sulle forme di resistenza che emergono quando l’espressione artistica e i diritti fondamentali vengono negati. In questo contesto, la pratica artistica diventa testimonianza, strumento di autodeterminazione e spazio di immaginazione politica.

🟥 DEATH IN VENICE

di Krišs Salmanis
A cura di Solvita Krese

Death in Venice nasce nell’ambito delle azioni di protesta promosse dai Padiglioni Baltici durante l’apertura della 61ª Biennale di Venezia. Per il Padiglione della Lettonia, la partecipazione alla Biennale è divenuta inseparabile dalla necessità di prendere una posizione pubblica contro le manifestazioni del pensiero imperiale russo, la sua ipocrisia e il suo cinismo, nonché contro l’accettazione di questa violenza all’interno dello spazio culturale europeo.

Nell’intervento di Krišs Salmanis, il logo della Biennale di Venezia si trasforma in un’immagine politica: il motivo delle merlature diventa il muro del Cremlino, rivelando la contraddizione insita nell’accogliere la presenza ufficiale della Russia mentre la guerra contro l’Ucraina e la repressione politica sono ancora in corso. In questo contesto, il rosso dell’emblema della Biennale assume un significato diverso: non è più un colore celebrativo, ma richiama il sangue, la violenza e il prezzo pagato da coloro la cui realtà viene ignorata in nome della presunta “neutralità” istituzionale.

L’opera richiama inoltre Morte a Venezia di Thomas Mann, meditazione sul decadimento, sul crollo morale e sulla fine di un’epoca. Qui il riferimento si rivolge alla Biennale stessa. L’accettazione della partecipazione ufficiale della Russia diventa un giudizio simbolico sull’istituzione: il segno del fallimento della neutralità culturale quando essa finisce per occultare complicità, cinismo e corruzione.

Al tempo stesso ironica e profondamente grave, Death in Venice trasforma il dissenso in un gesto civico e in un appello alla responsabilità. All’interno del Padiglione del (Dis)Senso, l’opera si presenta insieme come memoriale, monito e protesta, ricordandoci che l’indifferenza di fronte alla violenza non è mai neutrale e che la cultura non può dirsi innocente quando sceglie di non vedere.

🟥 INVISIBLE PAVILION

Concept: Katia Margolis
Design: Olga Kuzovkina, Nadiia Skidan
A cura di: NAU – Network Associazioni per Ucraina

Nello spazio pubblico di Venezia, Invisible Pavilion si dispiega come una rete diffusa di manifesti che annunciano eventi artistici inesistenti e che non potranno mai aver luogo. Concepito come un progetto commemorativo dedicato agli artisti e agli operatori culturali ucraini uccisi dalla Russia nella guerra contro l’Ucraina, adotta il linguaggio visivo della promozione culturale per rovesciarne il significato.

Ogni manifesto riproduce l’annuncio di un evento collaterale della Biennale — una mostra, una proiezione, un concerto, una conferenza o una presentazione editoriale — ma viene interrotto dalla stessa, inequivocabile frase: «annullato perché l’autore è stato ucciso dalla Russia». Dietro ogni evento immaginario si cela un artista, uno scrittore, un musicista, un regista, un performer o un operatore culturale realmente esistito, la cui vita e il cui lavoro sono stati spezzati dalla guerra.

All’interno del Padiglione del (Dis)Senso viene presentata la prima serie di questi manifesti, installata originariamente negli spazi urbani di Venezia durante i giorni di anteprima della 61ª Biennale, insieme a un nuovo manifesto non ancora apparso nello spazio pubblico della città. Il Padiglione diventa così al tempo stesso archivio dell’intervento e luogo da cui esso continua a svilupparsi.

Insieme annuncio, memoriale e assenza, Invisible Pavilion trasforma la città in uno spazio della memoria, dove futuri cancellati tornano per un istante a essere visibili. Senza occupare un edificio, estende il Padiglione del (Dis)Senso oltre i confini della mostra e nel tessuto urbano di Venezia, invitando i passanti a confrontarsi non solo con ciò che è visibile, ma anche con ciò che è stato perduto: opere mai realizzate, mostre mai inaugurate, dialoghi che non avranno luogo.

Il progetto riflette così sulle conseguenze culturali della guerra non solo come distruzione di vite e di patrimoni, ma anche come interruzione di futuri possibili e silenziamento di quei dialoghi culturali che avrebbero potuto contribuire a costruire un mondo condiviso.

🟥 DANILA TKACHENKO

Mannequins

Inversion (opera selezionata)

Mannequins di Danila Tkachenko affronta la memoria del terrore politico nei territori dell’ex Unione Sovietica. Il progetto nasce da una serie di viaggi nei luoghi remoti degli ex campi del Gulag: spazi spesso privi di qualsiasi segno, assenti dalle mappe ed esclusi dalla memoria pubblica. In questi paesaggi l’artista ha installato figure simili a manichini, avvolte in teli neri, presenze spettrali che evocano gli innumerevoli morti senza nome e senza sepoltura.

L’opera riflette sul carattere auto-cancellante della repressione sovietica e sul mancato confronto della Russia post-sovietica con questa eredità. L’assenza di memoriali, l’inaccessibilità degli archivi, l’impossibilità di ricostruire un elenco completo delle vittime e dei responsabili, insieme al perdurante occultamento dei crimini di Stato, delineano un paesaggio in cui il lutto rimane incompiuto. In questo senso, Mannequins non è soltanto un gesto commemorativo, ma un’immagine dell’incompiutezza della memoria storica: un monito sul fatto che ciò che non viene riconosciuto né elaborato è destinato a ritornare.

Accanto a questo lavoro è presentata Inversion, un intervento artistico basato sulle fotografie di fotoreporter che documentano le conseguenze dell’aggressione militare russa contro l’Ucraina. Portando immagini di case distrutte, civili feriti e paesaggi devastati nello spazio pubblico delle città europee, il progetto mette in discussione l’illusione che la guerra appartenga sempre a un altrove. Se Mannequins guarda al passato sepolto del terrore sovietico, Inversion si rivolge al presente, mostrando come repressione, violenza imperiale e rimozione continuino a modellare il nostro tempo. Insieme, le due opere costruiscono un ponte tra le rovine invisibili del Gulag e la devastazione visibile dell’Ucraina contemporanea, intrecciando memoria, negazione, violenza e responsabilità.

🟥 NADIIA SKIDAN

Home / Hope: Il Red Corner

Home / Hope: Il Red Corner nasce dall’esperienza di una patria resa irraggiungibile dall’occupazione e dalla guerra. Nata a Kerč’, in Crimea, Nadiia Skidan riflette su ciò che accade quando la casa non può più essere un luogo di protezione, continuità e ritorno. In condizioni di sfollamento, bombardamenti e separazione, l’opera si interroga su ciò che rimane sacro quando la casa non è più in grado di proteggere chi la abita.

Il punto di partenza è il Red Corner (krasnyi kut), il luogo più sacro della casa tradizionale ucraina, spazio di preghiera, memoria, protezione e connessione tra il mondo terreno e quello spirituale. Qui, tuttavia, il Red Corner si trasforma in un altare portatile. Se la casa può essere occupata, confiscata, distrutta o resa irraggiungibile, allora l’unico luogo sacro che non può essere sottratto è il corpo stesso.

Al centro dell’opera si trova un quadrato rosso realizzato con il sangue mestruale dell’artista. Tracciando questo segno sulla veste della Vergine, Skidan crea un legame simbolico tra l’esperienza vissuta del corpo femminile e l’immaginario sacro, riaffermando il corpo della donna come luogo di memoria, creazione, vulnerabilità e rinascita. Nella tradizione ucraina il rosso non è soltanto il colore del sangue o della violenza, ma anche della bellezza, della vitalità, della protezione e dell’amore; krasnyi significava originariamente sia “rosso” sia “bello”. Attraverso questo gesto, l’opera restituisce al sangue mestruale il suo carattere di sapere ciclico e di principio generativo.

In Home / Hope, l’altare diventa un luogo di protezione privo di mura: un fragile santuario che accompagna lo sradicamento, il lutto e la guerra. Quando la casa non può più custodire il sacro, è il corpo a diventare l’ultimo archivio della memoria e della casa.

🟥 IRINA REVINA-HOFMANN

936 km dalla guerra

Installazione spaziale

Uno striscione a pavimento con una freccia e la scritta «936 km dalla guerra» riduce una realtà geopolitica apparentemente lontana a una misura concreta di prossimità. Ideata originariamente per uno spazio adiacente al Consolato russo di Monaco di Baviera e successivamente adattata a Venezia, l’opera mette in discussione l’illusione che la guerra accada sempre altrove. Indicando la distanza dal confine ucraino, ricorda come la violenza non sia mai davvero così lontana.

🟥 FILIPP PISCHIK / BLUEMOLOKO

Madonna Piangente

Affresco digitale

Realizzata inizialmente come stencil urbano a Mosca nel 2013 e successivamente trasformata in affresco a Kyiv, Madonna Piangente ha assunto negli anni una forza profetica. La Vergine non guarda lo spettatore: si copre il volto, rifiutandosi di assistere alla devastazione che si compie davanti ai suoi occhi. Il suo gesto non esprime impotenza, ma una compassione e un dolore impossibili da sostenere.

Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, l’opera è divenuta un simbolo contro la guerra, incarnando il lutto collettivo e la testimonianza etica. Sospesa tra iconografia sacra e protesta politica, riflette sulla persistenza della sofferenza, sull’incapacità dell’umanità di imparare dalla propria storia e sulla possibilità, nonostante tutto, del perdono.

🟥 KATIA MARGOLIS

Resilience to Remain

Interventi spaziali e installazione in divenire di mattoni, terra, cenere, bende e carte impresse a rilievo

Resilience to Remain si dispiega in tutto il Padiglione come un paesaggio diffuso di mattoni, terra, cenere, bende e carte impresse a rilievo, collegando i diversi progetti attraverso le tracce di corpi vulnerabili — feriti, sfollati, avvolti e segnati dalla memoria. Né monumento né memoriale, l’opera riflette su ciò che continua a esistere nonostante la violenza, la perdita e la cancellazione.

Al centro del lavoro vi è la benda, intesa come ferita, rifugio, membrana e pelle: un materiale che unisce, protegge, nasconde e conserva la memoria. Mantiene il corpo nel suo stato incompiuto, dove la vulnerabilità diventa condizione di sopravvivenza, relazione e trasformazione. L’opera nasce dalla convinzione che il dolore non sia soltanto luogo della ferita, ma anche dell’emergere: tutto nasce e cresce attraverso la frattura. La bellezza attraversa il dolore, ne porta la traccia e lo oltrepassa.

Una serie di quasi invisibili «isole» impresse a rilievo sulla carta evoca topografie del corpo viste dall’alto come una laguna veneziana e, al tempo stesso, dall’interno, come paesaggi intimi. Impresse nella materia stessa della carta, queste opere fanno del corpo un paesaggio e del paesaggio un corpo.

L’installazione culmina in The Altar of Reciprocal Care, immerso in un campo di bende sospese che richiama insieme la nebbia veneziana e la «nebbia della guerra». I visitatori sono invitati ad annaffiare l’altare, dove terra e semi danno progressivamente origine a una nuova crescita che attraversa le bende, trasformando la vulnerabilità in rigenerazione e la cura in un gesto condiviso di coltivazione del futuro.

Concepita nello spirito della cura, l’opera intende la pratica curatoriale come un atto di libertà creativa, solidarietà, attenzione, responsabilità e cura reciproca.

***

Questi progetti non sono organizzati secondo un’unica narrazione. Sono posti gli uni accanto agli altri affinché dialogo, attrito, contraddizione e risonanza rimangano visibili. Vi è spazio per il dissenso anche all’interno dei progetti stessi. Il significato non viene imposto: emerge dalla coesistenza.

In questo contesto, Venezia diventa al tempo stesso luogo e metafora. A quasi cinquant’anni dalla Biennale del Dissenso del 1977, la città continua a essere un crocevia di culture: una città pedonale di incontri, ponti e del fragile gesto di camminare sull’acqua, sostenuto dalla fiducia.

Riunendo memoria, dissenso, cura e resilienza, il Padiglione del (Dis)Senso crea uno spazio condiviso di riflessione, incontro e immaginazione collettiva. In una città di ponti e da sempre crocevia di culture e storie, il progetto intende aprire possibilità di coesistenza, contaminazione reciproca e di un futuro più giusto.

Gli organizzatori immaginano il Padiglione del (Dis)Senso come l’inizio di una piattaforma permanente destinata a proseguire nelle future Biennali di Venezia. In collaborazione con il Comune di Venezia e con partner culturali internazionali, il progetto aspira a dare vita a uno spazio dedicato ad artisti, scrittori, attivisti e minoranze culturali provenienti da Paesi in cui la libertà di espressione è limitata e la pratica artistica è soggetta a strumentalizzazione, censura, persecuzione o repressione politica.

Concepito come uno spazio di libertà creativa, dialogo e solidarietà, il Padiglione intende dare voce a chi troppo spesso resta escluso dalla rappresentazione ufficiale e offrire un luogo in cui l’arte possa continuare a essere libera nella sua ricerca di senso.

Organizzatori
Memorial Italia
Arts Against Aggression

Artista-curatrice
Katia Margolis
Vert-de-Venise Contemporary Art

Partecipanti
German (Shamir) Arbinin, Anya Arkhipova, Pavlo Artemenko, Deniz Aydin, Oksana Bagirova, Eva Bagrova, Yegor Balazeykin, Igor Baryshnikov, Anna Bazhutova, Evgeniya Berkovich, Nicola Bertoglio, Andrey Boyarshinov, Sergey Brukhanov, Nadezhda Buyanova, Lorenzo Ceva Valla, Danil Chertykov, Alexander Dotsenko (1960–2026), Anastasia Dyudyaeva, Darya Egereva, Aslambek Ezhaev, Antonina Favorskaya, Alexander Gabyshev, Nadin Geisler, Alexey Gorinov, Elena Guryleva, Dima Ivanov, Artyom Kamardin, Jan Katelevsky, Ihor Kim, Daniil Klyuka, Pavel Korshunov, Solvita Krese, Pavel Krisevich, Olga Kuzovkina, Natalya Leongardt, Lyubov Lizunova, Katia Margolis, Azat Miftakhov, Iryna Navalna, Oleg Navalny, Yuri Neznamov, Lev Nikitin, Angel Nikolaev, Nikita Oleinik, Roman Paklin, Party of the Dead, Dima Pchelintsev, Filipp Pischik / Bluemoloko, Maria Ponomarenko, Lyudmila Razumova, Irina Revina Hofmann, Pavel Rotts, Krišs Salmanis, Ilya Shakursky, Nadiia Skidan, Alexander Skobov, Sasha Skochilenko, Alexander Snezhkov, Danila Tkachenko, Nadya Tolokonnikova, Daria Trepova, Arseny Turbin, Angel Uliyanov, Nikita Uvarov, Lisa Vasilieva, Boginya Von Art, Polina Yevtushenko.

Partner informativo
Fondazione Gariwo

Co-sponsor
Art Action Foundation

Progetto grafico
Roxana Kenjeeva

Consulente
Konstantin Akinsha

Ringraziamenti speciali
Oksana Amdzhadin, John Caldwell, Valery Pekar, Robin Saikia.

Autori
Lyudmila Razumova, Danila Tkachenko, Angel Ulyanov, Katia Margolis

Per informazioni
vertdevenisegallery@gmail.com

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