25 maggio 2013
Il premio è stato consegnato alla Associazione Memorial Italia per l’attività svolta a favore dei diritti umani in Russia.
Roseto degli Abruzzi
Categoria: News
Dichiarazione di Lev Gudkov, sull’avvertimento della procura al Centro Levada
Il Centro Levada ha ricevuto un Avvertimento dalla Procura interrionale di Savelki di Mosca, il cui senso è il seguente: la pubblicazione dei risultati delle nostre inchieste sociologiche influenza l’opinione pubblica e per questo non è un’attività scientifica, ma politica. Diffondiamo quindi la traduzione della dichiarazione del Direttore del centro, Lev Dmitrevič Gudkov, in proposito. Sul sito del Centro è possibile consultare questa Dichiarazione e la riproduzione del documento della Procura di Mosca. (Entrambe in russo) “La lettera che abbiamo ricevuto dalla Procura interrionale di Savelki di Mosca sulle “condizioni che rendono possibile la violazione della legislazione federale” (per esattezza la legge sugli agenti stranieri) e il successivo Avvertimento sull’intollerabilità della violazione della legislazione federale pone l’organizzazione non commerciale autonoma “Centro analitico Jurij Levada” in una situazione estremamente pesante, costringendolo in pratica a metter fine alla sua attività di organizzazione indipendente di sociologia che rileva sistematicamente lo stato dell’opinione pubblica in Russia. Interpretando come “attività politica” gli articoli analitici, la pubblicazione delle inchieste sociologiche e i commenti degli specialisti del Centro, la Procura di fatto minaccia da un lato la nostra organizzazione di possibili sanzioni e, dall’altro, ne mina l’autorità e la reputazione. Non si tratta soltanto dei concetti piuttosto fumosi di “attività politica” e “finanziamento estero”, che permettono le più ampie e arbitrarie interpretazioni, e di conseguenza anche la possibilità di azioni amministrative contro la direzione del Centro e perfino la liquidazione della nostra organizzazione. Ma si tratta anche delle conseguenze che la legge sulle NGO e gli agenti stranieri provoca nelle cerchie di persone di cui fanno parte i nostri partner regolari e i committenti delle ricerche condotte dal Centro, nonché i soggetti studiati. Si tratta della libertà di attività scientifica e di diffusione dei risultati della ricerca. Il centro Levada è un’organizzazione non commerciale (non-profit organization). Per noi, questo significa che i soldi che guadagniamo grazie a diverse ricerche svolte su committenza (di marketing in primo luogo, ma non solo) non li usiamo come profitto per scopi personali, ma li spendiamo interamente, in accordo con i nostri statuti, per portare avanti, in modo indipendente e per nostra iniziativa, progetti scientifici o umanitari: inchieste sociologiche, pubblicazione della rivista Vestnik obščestvennogo mnenija (Il messaggero dell’opinione pubblica) e dell’annale Obščëstvennoe mnenie (L’opinione pubblica, seminari e convegni e via dicendo. Proprio in questo modo il nostro collettivo di ricerca porta avanti, da ormai quasi un quarto di secolo, un lavoro di analisi sistematica per studiare la struttura, le funzioni e la dinamica delle rappresentazioni collettive, mantenendo il suo statuto di istituto scientifico indipendente. A differenza di altre organizzazioni che fanno inchieste di opinione pubblica, noi non riceviamo alcun finanziamento statale diretto, né riceviamo dotazioni da parte dello Stato per condurre le indagini sociologiche, che richiedono in linea di massima ingenti spese finanziarie e organizzative, e, in una serie di casi, il sostegno diretto o l’autorizzazione dei poteri locali. I mezzi finanziari che noi riceviamo dall’estero (donazioni o finanziamenti vinti a concorso), così come il pagamento per le inchieste fatte su richiesta di organizzazioni straniere (università, mass media, istituti di ricerca o imprese) costituisce una parte insignificante del budget del Centro Levada: all’incirca, a seconda degli anni, fra l’1,5 e il 3%. Da questo punto di vista, la rinuncia, volontaria o forzata, a finanziamenti e donazioni da parte di diverse fondazioni straniere, rinuncia necessaria per liberarsi dalla minaccia costante che ci venga appioppato il marchio di “agenti stranieri”, non può salvare la situazione, poiché il fatto stesso di ricevere pagamenti da compagnie straniere, anche se queste operano in modo permanente in Russia, per lavori di analisi e di ricerca eseguiti su temi che non hanno alcun rapporto con l’”attività politica”, può di per sé costituire il pretesto per essere accusati di avere finanziamenti esteri, nella misura in cui questi ultimi possono essere associati in modo arbitrario alle ricerche che noi svolgiamo secondo i nostri piani e interessi scientifici. Ci sono tuttavia due ragioni che costituiscono un altro ostacolo, ben più importante, per la nostra attività. Da un lato, c’è la paura, che oggi viene rianimata e che è ben comprensibile, visto il nostro passato, di avere relazioni con “potenziali agenti stranieri”, una paura che in Russia è tipica sia per i funzionari dell’amministrazione pubblica che per l’intelligencija. Dall’altro, c’è il fatto che i nostri partner commerciali non desiderano affatto avere a che fare con un’organizzazione che ha problemi col potere e cercano in modo evidente di evitare seccature non necessarie. Nell’insieme, tutto ciò mette in forse l’attività e l’esistenza stessa del centro Levada. A seguire la logica dell’Avvertimento della Procuratura, noi dovremmo por fine alla pubblicazione della nostra rivista e chiudere il sito del Centro Levada, smettere di pubblicare, di commentare apertamente e di analizzare i risultati delle nostre inchieste fra gli specialisti e nello spazio pubblico, sui mass media, nei seminari e nelle conferenze: e questo per noi è inaccettabile. Non c’è dubbio che la cosa più giusta, dal punto di vista della nostra responsabilità di cittadini, sarebbe contestare attraverso gli organi giudiziari l’Avvertimento che ci ha presentato la Procura e far ricorso alla Corte Costituzionale, perché è la stessa la legge sugli agenti stranieri ad essere in contraddizione con la Costituzione russa e con altre leggi federali. Tuttavia questa strada, per un’organizzazione come la nostra, è troppo lunga e minaccia di mandare a monte l’attività di ricerca, con perdite scientifiche e umane irreversibili. Per questo tale soluzione, anche in caso di esito positivo dei processi, non cambia in sostanza il nuovo stato di fatto, che rende impossibile proseguire come prima la nostra attività di istituto di ricerca indipendente. Al momento attuale, la Direzione del Centro Levada sta consultando dei giuristi e sta esplorando le vie d’uscita possibili dalla situazione che si è creata. Il Direttore del Centro Levada Dottore in filosofia, prof. Lev Gudkov Mosca, 20 maggio 2013
Dichiarazione di Lev Gudkov, sull'avvertimento della procura al Centro Levada
Il Centro Levada ha ricevuto un Avvertimento dalla Procura interrionale di Savelki di Mosca, il cui senso è il seguente: la pubblicazione dei risultati delle nostre inchieste sociologiche influenza l’opinione pubblica e per questo non è un’attività scientifica, ma politica. Diffondiamo quindi la traduzione della dichiarazione del Direttore del centro, Lev Dmitrevič Gudkov, in proposito. Sul sito del Centro è possibile consultare questa Dichiarazione e la riproduzione del documento della Procura di Mosca. (Entrambe in russo) “La lettera che abbiamo ricevuto dalla Procura interrionale di Savelki di Mosca sulle “condizioni che rendono possibile la violazione della legislazione federale” (per esattezza la legge sugli agenti stranieri) e il successivo Avvertimento sull’intollerabilità della violazione della legislazione federale pone l’organizzazione non commerciale autonoma “Centro analitico Jurij Levada” in una situazione estremamente pesante, costringendolo in pratica a metter fine alla sua attività di organizzazione indipendente di sociologia che rileva sistematicamente lo stato dell’opinione pubblica in Russia. Interpretando come “attività politica” gli articoli analitici, la pubblicazione delle inchieste sociologiche e i commenti degli specialisti del Centro, la Procura di fatto minaccia da un lato la nostra organizzazione di possibili sanzioni e, dall’altro, ne mina l’autorità e la reputazione. Non si tratta soltanto dei concetti piuttosto fumosi di “attività politica” e “finanziamento estero”, che permettono le più ampie e arbitrarie interpretazioni, e di conseguenza anche la possibilità di azioni amministrative contro la direzione del Centro e perfino la liquidazione della nostra organizzazione. Ma si tratta anche delle conseguenze che la legge sulle NGO e gli agenti stranieri provoca nelle cerchie di persone di cui fanno parte i nostri partner regolari e i committenti delle ricerche condotte dal Centro, nonché i soggetti studiati. Si tratta della libertà di attività scientifica e di diffusione dei risultati della ricerca. Il centro Levada è un’organizzazione non commerciale (non-profit organization). Per noi, questo significa che i soldi che guadagniamo grazie a diverse ricerche svolte su committenza (di marketing in primo luogo, ma non solo) non li usiamo come profitto per scopi personali, ma li spendiamo interamente, in accordo con i nostri statuti, per portare avanti, in modo indipendente e per nostra iniziativa, progetti scientifici o umanitari: inchieste sociologiche, pubblicazione della rivista Vestnik obščestvennogo mnenija (Il messaggero dell’opinione pubblica) e dell’annale Obščëstvennoe mnenie (L’opinione pubblica, seminari e convegni e via dicendo. Proprio in questo modo il nostro collettivo di ricerca porta avanti, da ormai quasi un quarto di secolo, un lavoro di analisi sistematica per studiare la struttura, le funzioni e la dinamica delle rappresentazioni collettive, mantenendo il suo statuto di istituto scientifico indipendente. A differenza di altre organizzazioni che fanno inchieste di opinione pubblica, noi non riceviamo alcun finanziamento statale diretto, né riceviamo dotazioni da parte dello Stato per condurre le indagini sociologiche, che richiedono in linea di massima ingenti spese finanziarie e organizzative, e, in una serie di casi, il sostegno diretto o l’autorizzazione dei poteri locali. I mezzi finanziari che noi riceviamo dall’estero (donazioni o finanziamenti vinti a concorso), così come il pagamento per le inchieste fatte su richiesta di organizzazioni straniere (università, mass media, istituti di ricerca o imprese) costituisce una parte insignificante del budget del Centro Levada: all’incirca, a seconda degli anni, fra l’1,5 e il 3%. Da questo punto di vista, la rinuncia, volontaria o forzata, a finanziamenti e donazioni da parte di diverse fondazioni straniere, rinuncia necessaria per liberarsi dalla minaccia costante che ci venga appioppato il marchio di “agenti stranieri”, non può salvare la situazione, poiché il fatto stesso di ricevere pagamenti da compagnie straniere, anche se queste operano in modo permanente in Russia, per lavori di analisi e di ricerca eseguiti su temi che non hanno alcun rapporto con l’”attività politica”, può di per sé costituire il pretesto per essere accusati di avere finanziamenti esteri, nella misura in cui questi ultimi possono essere associati in modo arbitrario alle ricerche che noi svolgiamo secondo i nostri piani e interessi scientifici. Ci sono tuttavia due ragioni che costituiscono un altro ostacolo, ben più importante, per la nostra attività. Da un lato, c’è la paura, che oggi viene rianimata e che è ben comprensibile, visto il nostro passato, di avere relazioni con “potenziali agenti stranieri”, una paura che in Russia è tipica sia per i funzionari dell’amministrazione pubblica che per l’intelligencija. Dall’altro, c’è il fatto che i nostri partner commerciali non desiderano affatto avere a che fare con un’organizzazione che ha problemi col potere e cercano in modo evidente di evitare seccature non necessarie. Nell’insieme, tutto ciò mette in forse l’attività e l’esistenza stessa del centro Levada. A seguire la logica dell’Avvertimento della Procuratura, noi dovremmo por fine alla pubblicazione della nostra rivista e chiudere il sito del Centro Levada, smettere di pubblicare, di commentare apertamente e di analizzare i risultati delle nostre inchieste fra gli specialisti e nello spazio pubblico, sui mass media, nei seminari e nelle conferenze: e questo per noi è inaccettabile. Non c’è dubbio che la cosa più giusta, dal punto di vista della nostra responsabilità di cittadini, sarebbe contestare attraverso gli organi giudiziari l’Avvertimento che ci ha presentato la Procura e far ricorso alla Corte Costituzionale, perché è la stessa la legge sugli agenti stranieri ad essere in contraddizione con la Costituzione russa e con altre leggi federali. Tuttavia questa strada, per un’organizzazione come la nostra, è troppo lunga e minaccia di mandare a monte l’attività di ricerca, con perdite scientifiche e umane irreversibili. Per questo tale soluzione, anche in caso di esito positivo dei processi, non cambia in sostanza il nuovo stato di fatto, che rende impossibile proseguire come prima la nostra attività di istituto di ricerca indipendente. Al momento attuale, la Direzione del Centro Levada sta consultando dei giuristi e sta esplorando le vie d’uscita possibili dalla situazione che si è creata. Il Direttore del Centro Levada Dottore in filosofia, prof. Lev Gudkov Mosca, 20 maggio 2013
Intervista di Arsenij Roginskij
Intervista di Arsenij Roginskij. Un’ispezione sotto forma di retata improvvisa.
Dichiarazione di Memorial Italia
28 marzo 2013
Dichiarazione di Memorial Italia sulle “ispezioni” alla sede di Memorial a Mosca
Discorso di Oleg Orlov a chiusura del processo intentato dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov.
Il 14 giugno 2011 Oleg Orlov, presidente del Centro per la difesa dei diritti umani Memorial, è stato assolto in sede penale dall’accusa di avere diffamato il presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Orlov aveva dichiarato di ritenere Kadyrov responsabile dell’omicidio di Natal’ja Estemirova, direttrice del Centro Memorial di Groznyj, rapita e uccisa nel luglio 2009. Kadyrov aveva promosso una causa penale contro Orlov, sostenendo di essere stato diffamato. Secondo il giudice, Orlov ha unicamente espresso le sue opinioni e non ha consapevolmente rivolto false accuse al presidente ceceno. “La gente mi chiede: chi è il colpevole di questo omicidio?” aveva dichiarato Orlov durante una conferenza stampa subito dopo il fatto. “Io conosco il nome di questa persona. Conosco il suo titolo. Il suo nome è Ramzan Kadyrov. Il suo titolo è presidente della Cecenia. Minacciava Natalia, la insultava e la considerava come una persona ostile. Non sappiamo se lui stesso ha dato l’ordine o se lo hanno fatto i suoi collaboratori per fare un piacere al capo”. Pubblichiamo la traduzione in italiano dell’ultima dichiarazione pronunciata da Oleg Orlov a chiusura del “processo Kadyrov contro Oleg Orlov”. Io non mi pento di avere pronunciato pubblicamente le parole per cui sono accusato, né di averle pubblicate in un comunicato stampa del Centro per la difesa dei diritti umani Memorial, e neppure di averecontribuito alla diffusione di tale comunicato stampa. Io non mi pento, perché le mie parole non costituiscono un crimine. Questo è stato dimostrato in modo brillante dal mio avvocato G. Reznik, nella sua arringa chiara e convincente. Dimostrando qui il mio diritto a dire queste parole, io difendo il diritto dei cittadini russi a esprimersi liberamente. Questo diritto ci viene garantito dalla Costituzione della Federazione Russa, dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, dalla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU e da molti altri documenti. Il fatto stesso che un’inchiesta sia stata aperta in seguito alle parole che ho pronunciato e che vogliono farmi condannare penalmente, rappresenta un attacco non dissimulato contro la libertà d’espressione. Tutto questo indica, ancora una volta, che la libertà d’espressione in Russia è minacciata. Nella Repubblica Cecena di oggi, in pubblico si possono esprimere soltanto opinioni che corrispondono integralmente a quelle di una persona: il presidente di questa repubblica. Nel resto della Russia la repressione della libertà d’espressione non ha ancora raggiunto lo stesso livello. La decisione che la corte prenderà nel caso presente avvicinerà il nostro paese al dispotismo oppure contribuirà alla protezione dei diritti umani fondamentali e alla difesa dell’immagine europea della Russia. La seconda ragione per cui non mi pento è che ho detto la verità. Ciò è stato dimostrato in modo irrefutabile nel corso di questo lungo processo. Tutto questo traspare dalle deposizioni dei testimoni – e non solo dei testimoni presentati dalla difesa, al contrario. Le deposizioni di parecchi testimoni convocati dalla parte avversa rendono ugualmente un quadro molto chiaro della situazione che prevale oggi in Cecenia. Questo è stato provato nel corso del processo nelle mie stesse dichiarazioni. Vostro onore, Io non voglio dire che niente è cambiato nella Repubblica Cecena negli ultimi anni. La parte avversa cerca di far passare me e i miei colleghi come diffamatori accaniti della situazione nella Repubblica Cecena. Le cose non stanno così. Noi constatiamo con gioia che adesso la gente non muore più sotto i bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria. Gli abitanti della Cecenia hanno ricostruito le città e i villaggi distrutti. Noi abbiamo sottolineato questi fatti e abbiamo sottolineato in particolare il merito delle autorità della Repubblica in questo campo. Ma questa tendenza non si è rafforzata. I rapimenti sono ripresi, così come le punizioni collettive volte a intimidire la popolazione. È diventato estremamente pericoloso, quasi impossibile, esprimere apertamente un’opinione indipendente. Natal’ja Estemirova ha denunciato tutto questo, sia verbalmente sia nei suoi scritti. In sostanza quello che è stato instaurato in Cecenia è un regime personale assolutista. L’atmosfera nella Repubblica si è fatta irrespirabile. Vostro onore, sono diciassette anni che noi lavoriamo in Cecenia. Nemmeno nei peggiori momenti delle operazioni militari, quando i bombardamenti e la “pulizia” erano quotidiani, abbiamo potuto vedere negli occhi degli abitanti della Cecenia una paura come quella che vediamo oggi. La corte si è vista consegnare una grande quantità di materiali e di testimonianze sui gravi crimini commessi da persone che agiscono in nome delle autorità della Repubblica e sull’impunità che avvolge questi crimini. Sulle violazioni regolari della legge dappertutto nella Repubblica. Sul clima di paura generalizzata che regna in Cecenia. Sulle pressioni che i funzionari della Repubblica Cecena esercitano sui difensori dei diritti umani, sugli insulti di cui li ricoprono, sulle minacce che lanciano a coloro che osano contraddirli in pubblico. E in concreto sugli insulti e le minacce di Kadyrov contro Natal’ja Estemirova. Infine, su ciò che significano tali minacce in Cecenia quando vengono da Kadyrov. Tutti questi elementi, tutte queste testimonianze dimostrano che le mie parole non erano menzogne. Provano che le mie parole rispecchiano la verità. Di conseguenza io non mi devo pentire. Infine, esiste anche un’altra ragione per cui io non mi pento. Ed è la ragione principale. Dire pubblicamente quello che avevo detto il 15 luglio 2009, io lo dovevo alla mia amica assassinata, a quella persona luminosa e ammirevole che era Natal’ja Estemirova. Natal’ja Estemirova era, per sua natura, incapace di accettare l’arbitrio, l’ingiustizia e la crudeltà, chiunque ne fosse l’autore – che si trattasse delle forze federali, delle autorità della Repubblica Cecena o degli insorti. È per questa ragione che tante persone si rivolgevano spontaneamente a lei, chiedevano il suo aiuto. Lei si è battuta per salvare vittime di rapimenti e di torture. Per i rifugiati che i funzionari cacciavano dai campi provvisori dove avevano trovato rifugio, buttandoli sulla strada. Per il diritto degli abitanti dei villaggi delle montagne a tornare a casa loro. Perché i genitori potessero almeno scoprire cos’era stato dei loro figli, strappati alle loro famiglie da uomini armati. Per la dignità… Continua a leggere Discorso di Oleg Orlov a chiusura del processo intentato dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov.

