25 anni in difesa della memoria. Intervista a Arsenij Roginskij

Redazione Memorial Italia

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25 anni in difesa della memoria. Intervista a Arsenij Roginskij

Intervista a Arsenij Roginskij, presidente di Memorial, in occasione dell’anniversario della Associazione Memorial

Che cos’è “Memorial”?

Cosa fa e cosa ha fatto in 25 anni la famosa associazione non governativa? Lo spiega Arsenij Roginskij.

© Julija Ryženko / Colta.ru

Continua la rubrica “Likbez” di COLTA.RU in cui alcuni esperti ci rivelano le loro opinioni su concetti fondamentali e fenomeni che abbracciano la storia e la cultura.

Il 29 gennaio l’associazione di analisi storica e di informazione “Memorial”, attiva nella difesa dei diritti umani e in operazioni no profit, ha compiuto 25 anni. Il Presidente dell’Associazione Arsenij Borisovič Roginskij ha raccontato come è nata “Memorial”, su quali principi si fonda, qual è il suo scopo e perché senza di lei sarebbe peggio.

Negli anni della perestrojka, tra il 1987 e il 1988, l’idea di verità storica divenne per un certo periodo qualcosa di simile a un’idea nazionale.

Nel nostro Paese infatti la storia della lotta per i diritti, la libertà e la democrazia era strettamente legata alla lotta per la verità storica. Nel corso di molti decenni ogni giorno usciva dagli altoparlanti un’ininterrotta menzogna ufficiale sulla storia ed entrava nelle orecchie della gente, si riversava nei manuali di scuola e in qualunque altro mezzo. Parallelamente però esisteva la memoria famigliare che faceva resistenza, in modo clandestino e silenzioso.

Poi c’è stata la possibilità di parlare. Hanno iniziato a comparire migliaia e migliaia di pubblicazioni sul tema del passato e della verità sul passato. Nel 1987 a Mosca, sull’onda del vivo interesse generale, è stata creata una piccola società di giovani chiamata “Gruppo ‘Memorial” che si è prefissata come obiettivo la “creazione di un complesso memorialistico in ricordo delle vittime del terrore sovietico”. Non si trattava di realizzare solo monumenti, ma anche un archivio, un museo, una biblioteca, vale a dire un centro che fosse al tempo stesso una fonte di riconoscimento e apprendimento.

L’iniziativa prese subito piede in più zone dell’Unione Sovietica: ovunque cominciarono a formarsi gruppi che raccoglievano firme a sostegno della creazione del centro. Così nacque il movimento “Memorial”. In quella fase il “Gruppo ‘Memorial” di Mosca svolgeva un ruolo fondamentale, ne facevano parte persone come Jurij Samodurov, in seguito direttore del centro Sacharov; Lev Ponomarev, poi deputato e attualmente noto attivista per i diritti umani; Nina Braginskaja, professoressa presso l’Università statale russa di studi umanistici di Mosca (RGGU); Dmitrij Leonov e altri… Di quel gruppetto sono rimaste a “Memorial” due persone: Oleg Orlov, uno dei responsabili della nostra attività in difesa dei diritti e la vicedirettrice Elena Žemkova.

Il Consiglio di “Memorial”, creato in base agli esiti dei sondaggi per strada, svolse un ruolo di grande importanza per l’epoca. Era costituito da una ventina di persone, le più importanti erano A.D. Sacharov, Ju.N. Afanasev, in seguito diventato rettore dell’RGGU, Ales’ Adamovič, Ju.F. Karjakin, Evgenij Evtušenko.

© Julija Ryženko / Colta.ru

Nell’estate del 1988 il movimento si era diffuso già in tutto il Paese e ci venne l’idea di istituzionalizzarlo. Superati i numerosissimi intoppi burocratici, nel gennaio del 1989, i rappresentanti di 200 città dell’Unione Sovietica si presentarono alla conferenza di ufficializzazione. Così nacque l’associazione non governativa chiamata «Memorial». Il passo successivo fu di registrare l’associazione e fu molto difficile, ci volle un anno. Non solo perché il potere si opponeva, per molto tempo non fu proprio chiaro come ci si doveva registrare: non esisteva alcuna legge sulle associazioni non governative. Per molti decenni fu il Comitato centrale del PCUS a decidere la loro fondazione, non c’era altro modo.

Quando nel dicembre del 1989 morì Andrej Dmitrievič Sacharov al funerale Gorbačev si avvicinò a Elena Georgievna Bonner e le chiese: «Cosa posso fare per Lei?». «Registri ‘Memorial» rispose Elena Georgievna.

Fu probabilmente la svolta, visto che in un mese riuscimmo a trovare un accordo con il Ministero della giustizia e a gennaio del 1990 ci registrarono secondo la legge sulle associazioni di volontariato (in base a questa legge si registravano anche le società sportive, filateliche ecc…). La nostra prima denominazione ufficiale era: Società nazionale volontaria di analisi e di informazione «Memorial».

Abbiamo iniziato a chiamarci «internazionale» dal 1992, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica.

Il periodo dal 1987 al 1989 fu a suo modo «eroico», mentre dal 1989, da quando sorse l’associazione non governativa, prese il via un lungo lavoro di routine che continua fino a oggi.

Quasi subito fu chiaro che era impossibile occuparsi soltanto del passato senza contrastare le varie prassi totalitarie e contro i diritti dell’oggi.

Perciò la società si trasformò ben presto in «società di analisi storica e di informazione, impegnata nella difesa dei diritti», infine fu aggiunto l’appellativo «no profit». Da allora esistiamo con una formazione più o meno variabile.

Quando «Memorial» venne fondata, nel 1988, fu una boccata d’aria importante e non soltanto per coloro che si interessavano di verità storica o di diritti dell’uomo. Da noi venivano persone politicamente attive che non sapevano dove altro andare – non c’erano altri partiti oltre al PCUS. A «Memorial» c’erano persone dai più disparati orientamenti politici. Era un’associazione con una precisa coloritura democratico-libertaria ma senza una rigida linea politica e includeva tantissime persone. Poi arrivarono il 1989 e il 1990, le elezioni del Consiglio superiore dell’URSS e le elezioni del Consiglio superiore della Russia; iniziò un grande fermento nella vita politica e molti importanti attivisti si impegnarono concretamente all’interno di un partito o come deputati.

«Vogliamo che la coscienza sia complessa e l’identità complessa, tormentosa»

Cosa abbiamo ottenuto in 25 anni? Circa 80 organizzazioni che rientrano nell’Associazione internazionale «Memorial», di cui poco più di 60 in Russia, qualcuna in Ucraina e una sede in molti altri Paesi.

È fondamentale capire che siamo un’associazione strettamente orizzontale. Il Ministero della giustizia non riesce a farsene una ragione. Ritengono che la direzione di un’organizzazione del genere debba per forza essere al di sopra di tutti i suoi membri – ovvero le associazioni regionali che ne fanno parte –, esprimere la soddisfazione o il malcontento per il loro operato, organizzare e indirizzare; che tutte le filiali non debbano essere create su iniziativa degli attivisti del posto, ma per decisione e disposizione della direzione. Da noi è tutto diverso: ci sono moltissimi «Memorial» che sono sorti (molti proprio 25 anni fa) da soli, non per un nostro ordine. Noi mettiamo a punto una linea comune di comportamento e la proponiamo, ma ogni singolo «Memorial» all’interno del regolamento può agire a sua discrezione. È una particolarità fondamentale di «Memorial». Anche dal punto di vista finanziario non finanziamo le nostre associazioni, anche in questo senso hanno una vita autonoma. De facto è una confederazione. Un quarto di secolo fa molti credevano che il futuro di «Memorial» sarebbe stato diverso. Alcuni suggerivano di trasformarlo in un istituto di ricerca, altri in un partito, ma noi abbiamo rifiutato categoricamente entrambe le soluzioni.

I nostri indirizzi principali – l’informazione e la difesa dei diritti – sono legati tra di loro e la cosa fondamentale è che lo sono in senso ideologico: guardiamo alla storia attraverso il diritto e al diritto grazie all’aiuto della storia.

«Memorial» non svolge un lavoro occasionale, ma quotidiano, di routine, e a volte anche piuttosto noioso: raccolta di informazioni dalle fonti più svariate, confronto tra di loro, verifiche senza fine, corrispondenze con gli organi amministrativi, resoconti ecc…

«L'ultima parola» di V.K. Bukovskij, samizdat © Julija Ryženko / Colta.ru

Sono passati 25 anni. Abbiamo vinto o siamo stati sconfitti? È evidente che non abbiamo vinto, perché la consapevolezza che il passato che studiamo sia stato un crimine compiuto dallo Stato nei confronti dell’uomo, non si è diffusa tra le masse. La gente ricorda le vittime, ne onora la memoria, ma non è pronta (la maggior parte) a rispondere alla domanda: di chi sono queste vittime? Chi è il criminale? Se sono vittime dello Stato, vuol dire che il nostro Stato era criminale. Come interiorizzare questa idea, vista la secolare sacralizzazione dello Stato che operiamo?! È difficile, quasi impossibile. Ripeto, il concetto non è diventato di massa. Per renderlo tale lo Stato dovrebbe come minimo offrire un atto legale in cui i crimini del passato siano giuridicamente ritenuti dei crimini. E ci sarebbe molto altro da fare. Per ora non ci siamo riusciti.

Abbiamo vinto nel senso che abbiamo trasformato le coscienze? Certo che no.

Abbiamo vinto nel senso che nel nostro Paese non ci sono più massicce violazioni dei diritti dell’uomo o detenuti politici? Di nuovo no. Abbiamo fatto in modo che la vita delle vittime dei crimini del regime comunista fosse dignitosa, che per esempio ricevessero dei buoni indennizzi? Anche questo non siamo riusciti a farlo.

Insomma, l’associazione lavora da 25 anni e non ha fatto tutto questo. Come possiamo valutare il nostro percorso?

In effetti ci si è fatti un’idea delle repressioni di massa e una parte della popolazione si chiede perché queste repressioni sono state possibili. In una certa misura i nostri sforzi hanno contribuito all’apertura di archivi e a far sì che questi fatti diventassero noti. Fondamentale è stata la legge sulla riabilitazione. È l’unico atto in cui si è dato un giudizio sul passato. Il fatto stesso che questa legge esista è un fattore significativo dell’impatto sulla coscienza sociale. È vero, non abbiamo vinto, ma senza di noi sarebbe peggio.

“Non colpa, ma responsabilità civile”

Tutti sono scontenti di noi. “Da che parte state? Da questa o da quella?”. E ogni volta salta fuori che non stiamo né da questa né da quella. Il quadro che tentiamo di tracciare sia nell’attività storica sia nel lavoro per la difesa dei diritti, si rivela spesso più complicato degli schemi imposti alla società, chiunque li abbia imposti.

Gli ultimi quindici anni sono stati un periodo di ritorno e di sedimentazione di una percezione manichea della storia, di una coscienza divisa in bianco e nero: la giustificazione di tutti i crimini – la collettivizzazione, il “grande terrore” e altri – con la vittoria nella Seconda guerra mondiale; la rinascita di vecchi stereotipi come “Noi siamo buoni, l’Occidente è cattivo”, “Dentro la quinta colonna, fuori i nemici” e altri scempiaggini del genere.

Le scemenze le chiamiamo con il loro nome, ma per molte altre cose ci tocca dire che è complicato. Come comportarsi per esempio con le proteste di Kiev? Cosa dobbiamo dire? È ovvio, con il cuore siamo tutti dalla parte dell’attivismo civile, siamo felici che la società sia pronta a difendere i propri diritti e interessi, ma le molotov non ci ispirano per niente.

Nella storia quasi tutto è effettivamente complesso, perciò l’idea stessa di un manuale unico di storia e di un punto di vista unico è un’assurdità pericolosa. Tutto consiste nel capire quale coscienza stiamo formando. Se vi ricordate, il nostro Presidente, all’incontro del 2003 con gli insegnanti, disse: “Bisogna educare i nostri giovani sulla base degli esempi presi dalla nostra gloriosa storia” – ed è iniziato questo martellamento sulla “nostra gloriosa storia”, secondo cui in essa ci sono state solo delle vittorie. Prima della rivoluzione ci sono state vittorie, dopo la rivoluzione ci sono state vittorie, la centrale idroelettrica sul Dnepr, i grandi cantieri ecc… Ma non si può ridurre neanche la guerra a un’unica vittoria e tanto meno al solo Giorno della Vittoria.

Si sta di nuovo diffondendo una coscienza divisa in bianco e nero: “Dobbiamo amare questa patria, in cui tutto è sempre stato straordinario”. Come si può includere in questa costruzione il terrore politico, le violazioni di massa dei diritti umani durante l’intera storia della nostra patria, che non sono fenomeni casuali, ma uno dei modi di governare il Paese? Vogliamo che la coscienza sia complessa e l’identità complessa, tormentosa. Questo fa parte della comune tradizione russa e nessuna grande letteratura russa, se davvero è stata grande, si è sviluppata sull’idea di un passato esclusivamente grande e glorioso. È sia grande sia vergognoso. E quanto c’è di vergognoso in esso ha un peso non minore.

Anche se non si può parlare di una nostra vittoria, c’è comunque una serie di progetti di “Memorial” che hanno avuto molto successo e sono stati molto richiesti e ben accolti dalla società. Per esempio, il Concorso nazionale di storia, che esiste già da più di dieci anni, dedicato agli studenti degli ultimi anni delle superiori, per il quale complessivamente in questi anni ci sono arrivati 35.000 lavori. Molti di questi lavori sono una ricerca seria. Mostrano come fossero e come siano gli studenti, come cambi la memoria e come siano gli insegnanti. Vediamo insegnanti meravigliosi, soprattutto nelle piccole cittadine e nei paesi. Per esempio, dal villaggio di Novyj Kurlak, nella regione di Voronež, in questi anni abbiamo ricevuto 30-40 lavori di altissimo livello, semplicemente perché lì c’è un ottimo insegnante. È incredibile fino a che punto la memoria, l’indipendenza e in generale la “dignità dell’uomo” si reggano su questi insegnanti, addetti dei musei e bibliotecari locali; ce ne sono moltissimi in Russia: ne sono una prova sia il concorso per le scuole sia gli altri nostri progetti.

Un progetto importante è legato alla creazione di un database unico sulle vittime delle repressioni: in esso sono comprese le testimonianze tratte dai Libri della memoria, pubblicati (e a volte non ancora pubblicati) in varie regioni (purtroppo, non in tutte) dell’ex Unione Sovietica grazie agli sforzi di varie organizzazioni pubbliche e strutture statali. Ora nel database ci sono più di due milioni e mezzo di nomi. È meno di un quarto del numero totale delle vittime, quindi c’è ancora tanto lavoro da fare.

Ci sono anche gli straordinari progetti dei nostri attivisti dei diritti umani per il monitoraggio della situazione nel Caucaso del Nord, con le loro relazioni e resoconti regolari. Sono una delle fonti più importanti che i russi e le persone nel mondo hanno per conoscere ciò che succede là, non dal punto di vista delle trasformazioni politiche, ma dal punto di vista dell’uomo e dei suoi diritti. Questi progetti hanno già circa vent’anni e il bisogno che abbiamo di loro non diminuisce in alcun modo.

E poi c’è la rete di consulenze sui diritti degli immigrati in tutta la Russia: la loro attualità in questo caso è evidente a tutti.

I nostri avvocati lavorano con la Corte europea dei diritti dell’uomo e ci sono già state più di un centinaio di cause in questa Corte. Sono tutti progetti importanti e questo rappresenta la nostra quotidianità, faticosa e non particolarmente attraente, se vista da fuori.

“Non abbiamo vinto da nessuna parte, ma senza di noi sarebbe stato peggio”

Un altro successo che abbiamo raggiunto sono le collezioni che abbiamo raccolto. Cosa c’è nei nostri archivi? Documenti e lettere che ci sono arrivati da famiglie di ex detenuti o di ex membri del movimento dissidente. Sono diari, centinaia di memorie non pubblicate riguardo ai temi del terrore. Documenti di opposizione, samizdat. Molte migliaia di fotografie diverse. Sono tutti documenti sull’uomo. L’unità di misura di “Memorial” è l’uomo, l’unità di interesse di “Memorial” è l’uomo e i documenti attorno all’uomo.

Tutto questo a volte si trasforma in pubblicazioni, in opere di ricercatori che usano attivamente i nostri materiali, in film in cui vengono usate le nostre raccolte.

Attorno ai destini delle persone è costruita anche la nostra collezione museale unica al mondo. È composta dalle opere di artisti create nei campi o al confino e da vari oggetti legati alla quotidianità dei campi. Sulla base di questa raccolta vengono organizzate varie mostre sia in Russia sia all’estero. In Germania c’è già da un anno la mostra “Le tracce del GULag”, che abbiamo organizzato in collaborazione con il museo di Buchenwald. È una mostra molto importante, la prima mostra sul GULag in Germania in tutti questi anni: è già stata a Berlino e Weimar e visiterà ancora alcune città.

Il valore principale, dichiarato fin dal primo giorno di esistenza di “Memorial”, è l’accessibilità per tutti all’archivio, al museo, alla biblioteca. Il fatto che tutti vi possano accedere sta alla sua base.

Il nostro lavoro principale, in generale, è accogliere le persone. Qui ci sono sempre telefonate, visitatori, ricerche costanti. I parenti cercano i famigliari, gli studiosi cercano testimonianze di persone concrete o di repressioni contro qualche gruppo sociale. Tantissime persone cercano le tombe, perché da noi c’è pochissima informazione riguardo ai luoghi di sepoltura delle vittime del terrore. Purtroppo lo Stato non se ne occupa quasi per nulla. E di persone così ne vengono continuamente, ogni giorno.

Il maestro e Margherita, 1966, su cui sono incollati episodi cancellati dalla censura. © Julija Ryženko / Colta. ru

Questo flusso di gente è la fonte che ci permette di integrare e di formare il nostro archivio. Le persone arrivano con domande e poi si scopre che a casa loro si sono conservate le lettere dal lager di una certa persona o altre cose. Oppure suggeriamo loro a chi rivolgersi per informazioni e poi ci portano i risultati delle loro ricerche, le risposte che sono arrivate da vari enti.

È una questione che riguarda la colpa del Paese, la colpa del popolo. Ci viene detto: “È colpa vostra”. E noi rispondiamo: “Non è colpa nostra. Non è colpa nostra se dei nostri ipotetici nonni hanno fucilato dei vostri ipotetici nonni a Katyn’. Ma abbiamo per questo una responsabilità”.

È una cosa del tutto diversa: non è una colpa, ma una responsabilità civile. La responsabilità civile è una delle idee centrali di “Memorial”. Se la colpa si trasforma solo in pentimento e non la si può trasformare in nient’altro, la responsabilità civile per il passato si trasforma invece in una serie di cose concrete, in una posizione di vita attiva oggi, affinché non si ripetano gli errori e i crimini del passato.

Tutto questo ha a che vedere anche con il presente. Tutto quello che fa un centro di difesa dei diritti umani ha come ragione e come fondamento anche il problema della responsabilità di ciò che succede.

Ho tentato tutto il tempo di parlare di ciò che ha mosso sin dal suo inizio “Memorial”. È il tentativo di arrivare alla verità storica e la percezione di una responsabilità civile. Le parole “responsabilità civile” non sono molto comode, perché sono elevate, piene di pathos, ma di fatto questo concetto si traduce bene nella lingua delle cose semplici.

“Il nostro passato è sia grande sia vergognoso. E quanto c’è di vergognoso in esso ha un peso non minore”

Esistiamo da 25 anni e non siamo ancora riusciti a far sì che il Paese pensi al passato nel modo in cui ci pensiamo noi. Non siamo riusciti a far sì che nel Paese non vengano violati i diritti umani, per non parlare poi della libertà e della democrazia. Una parte della responsabilità è sicuramente nostra ed è evidente che abbiamo fatto qualcosa nel modo sbagliato o in modo non abbastanza attivo, che non abbiamo concentrato a sufficienza le nostre forze in ogni singolo momento. Anche se pensare che un’unica associazione pubblica possa trasformare la vita di un Paese è una cosa ridicola, ingenua, e noi questa idea di grandezza, grazie a Dio, non ce l’abbiamo mai avuta.

Bisogna sottolineare un’altra cosa importante: ovviamente non siamo soli. Non siamo soli perché esistono tantissime altre associazioni che si occupano degli stessi temi, ognuna a modo suo. Esistono riviste, giornali e media come il vostro, associazioni pubbliche e singole persone, associazioni di addetti ai musei e insegnanti in tutta la Russia, singoli ricercatori, giornalisti. E tutti lavorano più o meno nella stessa direzione.

Ho detto questa frase presuntuosa: “Non abbiamo vinto da nessuna parte, ma senza di noi sarebbe peggio”. Con la parola “noi” intendo, se me lo permettete, sia voi sia tutti quelli che ho appena ricordato. “Memorial” è solo una di queste isolette di indipendenza e di attività civile responsabile. Siamo uno dei tanti, bisogna capirlo.

Parliamo della legge sugli agenti stranieri. Il fatto non è che il potere ha emanato l’ennesima stupida legge repressiva, ma che neanche un’associazione è andata a registrarsi! Non si sono messi d’accordo, hanno agito ognuno per sé. Significa che esiste un “noi”! E da cosa siamo animati? Non ci siamo mai accordati dicendo di avere ideali comuni o di perseguire scopi comuni. Lo sappiamo anche senza dir nulla, così come l’intelligencija russa ha sempre fatto. Senza essersi messe d’accordo, moltissime persone agiscono nella stessa direzione. È sciocco (anche se di fatto è così) che nonostante questo molti si irritino gli uni con gli altri, ma queste sono solo piccolezze e dettagli.

Sì, il potere ha poca simpatia per noi e a volte ci chiama con nomi di ogni tipo. È così. Ma sono comunque costretti a sopportarci, a prenderne atto e in alcuni casi a fare i conti con noi: anche questo è un risultato del nostro lavoro e non è poi così piccolo.

Nei nostri rapporti con il potere la cosa importante non è se esso ci ama o no, oppure se lo amiamo o non lo amiamo noi. Sono tutte sciocchezze. La questione è se possiamo ottenere almeno qualcosa da esso, dal potere come sistema.

Ma probabilmente questo è un tema per una chiacchierata a parte, che non sarà breve.

Trovate l’articolo in lingua originale qui.

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