In difesa della memoria. Ricordando Arsenij Roginskij.

Riprendiamo un articolo pubblicato da Elda Garetto sull'Huffington Post.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’Huffington Post.

Per Arsenij Borisovič Roginskij, nato il 30 marzo 1946, storico di formazione, tra i fondatori dell’associazione Memorial e poi suo presidente per lunghi anni, la storia russa e quella personale si sono intrecciate strettamente sin dalla nascita: il padre, ingegnere, ebreo, arrestato a Leningrado nel 1938 al culmine del grande terrore, era stato mandato al confino nel Nord del paese. Arrestato nuovamente nel 1951, morì in uno dei campi di lavoro forzato del Gulag. Alla famiglia fu concesso di tornare a Leningrado nel 1956 e nel 1962 Roginskij venne ammesso all’università di Tartu, in Estonia, alla scuola del celebre semiologo Jurij Lotman. Iniziarono qui i suoi studi sui movimenti di opposizione del XIX secolo, dai decabristi ai populisti. Conclusa l’università, lavorò come bibliografo alla biblioteca nazionale di Leningrado, la più antica e ricca biblioteca del paese e poi come insegnante di lingua e letteratura russa in una scuola serale.

In tutto quel periodo, durato una decina d’anni, Roginskij non abbandonò le ricerche storiche. In un’intervista racconta che l’interesse per la storia della Russia, nato negli anni universitari si era focalizzato sulla ricerca di fonti originali, anche se ai tempi era estremamente difficile avere accesso agli archivi di stato. Ma vi era sempre la possibilità di recuperare documenti, soprattutto sul periodo sovietico, in cui si aprivano squarci rivelatori sul passato, la possibilità di ricostruire la vita di personaggi secondari, ma collegati con il milieu culturale e politico dell’epoca.

Nasce qui quella passione per l’archivio, per il documento, che Roginskij trasferirà successivamente nell’attività di Memorial, con l’istancabile esortazione: “descrivete i documenti, compilate le schede”. Una passione non fine a sé stessa, ma dettata dalla consapevolezza che tutti quei documenti potevano essere distrutti o andare perduti, e che dunque occorreva salvarne il più possibile. Quest’idea lo porta a conoscere altri giovani studiosi di Leningrado che condividevano gli stessi interessi per una storia depurata dalle falsificazioni della storiografia ufficiale. In quel contesto era naturale interagire con alcuni rappresentanti del dissenso, soprattutto la poetessa Natalja Gorbanevskaja, che raccoglieva materiali per la sua “Cronaca degli avvenimenti correnti”, il periodico clandestino fondato nel 1968 che documentava le repressioni e le violazioni dei diritti umani, e con quel vasto filone della cultura e informazione clandestina rappresentato dal samizdat. In quest’ambito Roginskij fu l’ideatore di una pubblicazione divenuta un caposaldo del genere, la rivista “Pamjat’” (Memoria), diffusa clandestinamente dal 1976 al 1982.

L’interesse per la storia era condiviso da molti intellettuali dell’epoca, ma la specificità del punto di vista di Roginskij e della rivista fu di privilegiare pubblicazioni su persone, fatti e istituzioni poco noti della vita sovietica, corredate da un apparato critico di livello accademico, con lo scopo di “far emergere i fatti storici dimenticati e i nomi delle vittime”. Tutti i contributi della rivista erano anonimi, ma questo non bastò a evitare le perquisizioni del KGB, che lo fece licenziare dalla scuola, gli vietò l’accesso alla biblioteca e infine l’arrestò con l’accusa pretestuosa di aver falsificato una lettera di autorizzazione al lavoro in archivio. Fortunatamente, grazie all’aiuto di alcuni amici, la mole di documenti accumulati fu salvata e negli anni ’90 andò a arricchire i fondi di Memorial.

Ma Roginskij venne condannato a 4 anni di colonia penale. Di questa esperienza Roginskij conservava il ricordo del senso iniziale di panico, ma soprattutto la consapevolezza che il carcere gli aveva fatto comprendere fino in fondo il senso della dignità e della possibilità di vivere anche con criminali “comuni”, tanto da rifiutare la proposta di trasferimento con i prigionieri politici e avere uno sconto di pena a patto di riconoscere il proprio ruolo nella rivista e, conseguentemente, rivelare i nomi degli altri collaboratori.

Dal lager era uscito con una cicatrice sulla guancia e la convinzione che nei rapporti con il potere occorre mantenere sempre la coscienza dei propri obiettivi e delle proprie potenzialità.

Potenzialità che vennero utilizzate appieno nella storica esperienza di Memorial. L’associazione, fondata alla fine degli anni ’80 sull’onda della perestrojka e di una forte spinta della società russa a far luce sui crimini del terrore staliniano, si era posta come obiettivo primario quello di dare un nome ai milioni di cittadini sovietici vittime delle repressioni, chi fucilato, chi morto nelle colonie dell’arcipelago Gulag, chi deportato. Per la prima volta in quegli anni era possibile accedere agli archivi del KGB e qui l’esperienza di Roginskij si rivelò fondamentale per iniziare la raccolta e la sistematizzazione dei dati che negli anni avrebbero costituito la più completa banca dati sulle repressioni in URSS. Contemporaneamente l’associazione si poneva il problema della riabilitazione delle vittime e di iniziare a discutere un progetto legislativo sui diritti umani.

La turbolenta conclusione della presidenza Gorbacev, la fine dell’URSS e gli inizi della presidenza Eltsin avevano reso questi argomenti di grande attualità e Roginskij, insieme ad altri membri di Memorial venne chiamato, tra il 1990 e il 1993, a dare il proprio contributo anche nelle commissioni del governo Eltsin sui diritti umani, sulla conservazione degli archivi e sulla riabilitazione delle vittime delle persecuzioni.

Fu sempre lui a dare inizio alla tradizione della lettura dei nomi delle vittime del terrore intorno al masso trasportato dal monastero-carcere delle isole Solovki e collocato di fronte alla sede moscovita del KGB, la mortifera Lubjanka.

Iniziarono contemporaneamente collegamenti e collaborazioni con numerose realtà internazionali: la Fondazione Lev Kopelev di Colonia e i centri di Memorial che nel frattempo erano sorti in diversi paesi europei; e poi conferenze e collaborazioni con riviste e, ovviamente, la pubblicazione di volumi collettanei sui campi di lavoro, dove venivano riportate notizie su tutti i campi, le date di attività, il numero di detenuti rinchiusi nei vari anni, la destinazione produttiva e i nomi dei direttori tra il 1922 e il 1960. In questo prezioso lavoro di divulgazione venne affiancato da molti dissidenti come Ljudmila Alekseeva e Sergej Kovalev.

La sua eccezionale capacità organizzativa, le innate doti di empatia e comunicazione agirono come grandioso catalizzatore negli anni della costruzione di Memorial. In questo lavoro complesso Roginskij aveva sempre tenuto ferma l’impronta della sua visione della storia, come precisò in un’intervista: “L’unità di misura di Memorial è la persona e i documenti che la riguardano.” Sosteneva inoltre che l’archivio di Memorial, la biblioteca, il museo, dove si era venuto raccogliendo un patrimonio unico non solo di documenti, ma di artefatti, registrazioni e varie testimonianze, doveva essere accessibile a tutti.

La sua ricerca incessante di una verità storica documentata era indissolubilmente connessa con l’idea della responsabilità civile.

In un’intervista del gennaio 2014, in occasione dei 25 anni dalla fondazione di Memorial,

Roginskij tracciò un bilancio dell’attività dell’associazione, cercando di soppesare i successi e le sconfitte di un quarto di secolo.

Da un lato la consapevolezza di aver realizzato alcuni importanti progetti, come l’enorme banca dati con le pubblicazioni ad essa correlate, il concorso “L’individuo nella Storia: Russia, XX secolo”, basato su documenti familiari o locali autentici, che si teneva in collaborazione con numerose scuole superiori russe, volto a capire come si formava e si modificava la memoria storica nelle giovani generazioni. E poi le consulenze giuridiche per i migranti, il monitoraggio delle violazioni dei diritti nelle regioni del Caucaso a partire dalle guerre cecene (qui Memorial subì una grave perdita con l’uccisione della propria inviata Natalja Estemirova) e poi i contatti con il gruppo di Helsinki e la Corte europea per i diritti dell’uomo.

Sull’altro piatto della bilancia pesava però l’amara consapevolezza che Memorial, nonostante tutti i suoi sforzi non fosse riuscita a diffondere nella società russa la coscienza che la responsabilità delle vittime delle repressioni era dello Stato sovietico. Solo l’acquisizione di questa coscienza collettiva avrebbe potuto evitare nuove violazioni dei diritti umani e nuovi prigionieri politici. E Roginskij aggiungeva con rammarico che non si era riusciti neppure ad ottenere compensazioni dignitose per le vittime delle repressioni.

La maggiore amarezza derivava dal fatto che negli ultimi anni si era sempre più affermata una lettura della storia decontestualizzata, la ripresa di stereotipi sovietici, volti a giustificare anche le deportazioni forzate e le repressioni per glorificare in chiave nostalgica la vittoria della Grande Guerra patriottica, la visione dell’occidente come nemico e la presenza di nemici interni. Quest’ultima nota rimandava alla legge approvata nel 2012 sui cosiddetti “agenti stranieri” che aveva già colpito una delle sezioni di Memorial.

Il dispotismo post-sovietico non risparmiò dunque a Roginskij neppure l’infamante scritta di “agente straniero”, sancita dal legislatore e scritta sul muro di Memorial, un’accusa che ricordava gli anni più bui dello stalinismo e che per un ex-detenuto era doppiamente infamante, perché equivaleva all’accusa di spia.

L’intervista precedeva di poche settimane l’occupazione della Crimea del 2014 e l’inizio del conflitto con l’Ucraina, che avrebbe accentuato in maniera irrimediabile lo scontro tra il Cremlino e l’associazione.

Anche in quel drammatico periodo, culminato, a 8 anni di distanza, nella recente sentenza che ha definitivamente soppresso Memorial, Roginskij aveva reagito con quel pragmatismo, determinazione e moderazione che si esprimevano spesso in un sorriso tra l’ironico e l’understatement. Occorreva continuare a lavorare anche per questa nuova sfida, con la convinzione che in un frangente così arduo lo storico deve necessariamente essere perseverante e utilizzare tutte le opportunità ancora aperte per approfondire le fonti e rendere pubblici i risultati delle ricerche.

Affabulatore, divertente, mai pedante né autoritario, nella cerchia di Memorial era considerato, in maniera totalmente spontanea, il principale esperto, l’amico, il fratello maggiore.

La sua straordinaria capacità di lavoro era praticata con la stessa leggerezza con cui accoglieva gli ospiti con un sorriso e una tazza di caffè. Ammirevoli la levità e la delicatezza di uno spirito forte che aveva affrontato con umana curiosità sia la prova del lager che il ruolo di consigliere della Duma.

Come ha scritto alla sua morte, nel dicembre 2017, la storica Maria Ferretti, “la Russia ha perso una delle rare autorità morali che ancora si levavano coraggiosamente sulla scena pubblica” (http://www.memorialitalia.it/arsenij_roginskij/).

Oggi il compleanno di Roginskij sarebbe molto amaro, ma forse il suo spirito gli farebbe intravedere uno spiraglio….

 

Elda Garetto

 

 

IMMAGINE: Heinrich-Böll-Stiftung, Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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