Dichiarazione finale di Il’ja Jašin del 19 aprile 2023

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Dichiarazione finale di Il’ja Jašin del 19 aprile 2023

Il 19 aprile 2023 il Mosgorsud, tribunale della città di Mosca, ha confermato la condanna a Il’ja Jašin rigettando la sua domanda di appello. Il 9 dicembre 2022 il tribunale Meščanskij di Mosca aveva ritenuto Il’ja Jašin colpevole di avere diffuso “fake news” sull’esercito russo, condannandolo a otto anni e mezzo di reclusione. Alla base della denuncia c’era una diretta YouTube nella quale Jašin parlava dell’uccisione di civili da parte dei militari russi nella città ucraina di Buča.
Pubblichiamo la traduzione della dichiarazione pronunciata oggi da Il’ja Jašin che ha partecipato all’udienza in videoconferenza.
19.04.2023
Il'ja Jašin in tribunale
Foto di Aleksandra Astachova/Mediazona.
Signori giudici, stimati uditori,
Il 9 dicembre 2022 sono stato condannato in base alla legge sulla censura militare, una legge nulla dal punto di vista giuridico perché contraddice la costituzione. È una legge contraria al diritto che introduce il divieto al dissenso pubblico nei confronti della posizione assunta dalle autorità russe rispetto alla guerra scatenata dal presidente Putin contro l’Ucraina. Guerra che una risoluzione dell’ONU ha ufficialmente riconosciuto come atto di aggressione criminale nei confronti di uno stato indipendente.
La condanna che mi è stata inflitta colpisce l’immaginazione: otto anni e mezzo di colonia penale per un discorso di venti minuti su Internet. In carcere ho conosciuto non pochi assassini, stupratori e rapinatori che hanno avuto condanne più lievi per i loro crimini. Voglio sottolinearlo: per crimini veri e propri, e non per le parole.
In cosa consiste la mia colpa? Nell’avere svolto il mio dovere di politico e patriota russo, dicendo la sincera verità su questa guerra. E, in particolare, ho parlato dei crimini di guerra compiuti dall’esercito di Putin nella città ucraina di Buča.
A breve sarò dietro le sbarre già da un anno. In questo periodo sono successi alcuni fatti importanti.
In primo luogo, sono state compiute indagini qualificate su ciò che è avvenuto a Buča durante l’occupazione. Dopo la ritirata dei reparti russi, nella città hanno lavorato inquirenti, giornalisti e difensori dei diritti umani di vari paesi. Sono stati trovati numerosi luoghi di sepoltura e intere fosse comuni con cadaveri di civili. Immagini satellitari, video di droni, messaggi sui social e videocamere stradali hanno permesso di ricostruire gli ultimi minuti di vita di decine di cittadini comuni uccisi dai soldati. Alcune persone avevano le mani legate dietro la schiena, e quindi di fatto sono state compiute vere e proprie esecuzioni.
Sono state pubblicate intercettazioni di conversazioni telefoniche dei militari che si trovavano a Buča. Dicevano ai parenti di avere commesso degli omicidi e avevano paura di impazzire per avere preso parte alle rappresaglie contro la popolazione civile. Sono stati individuati nome e posizione di una serie di soldati e comandanti coinvolti. Alcuni sono stati contattati dai giornalisti che hanno pubblicato le loro testimonianze con cui in sostanza riconoscevano le proprie colpe.
I crimini di Buča sono confermati dai numerosi racconti degli abitanti del luogo, testimoni degli eventi. Tutto l’impianto probatorio è documentato e, di certo, costituirà la base delle accuse che nel prossimo futuro saranno avanzate dagli organi di giustizia internazionali. E per quanto le autorità russe continuino ad affermare che la strage di Buča sia un fake e che i cadaveri per le strade fossero in realtà attori appositamente truccati, alla fine ne dovranno rispondere.
Il secondo fatto importante accaduto dopo il mio arresto è l’emissione da parte del Tribunale penale internazionale del mandato di cattura per Vladimir Putin. È una situazione strana, siete d’accordo? Putin è un criminale di guerra, ma dietro le sbarre ci sono io, una persona che si è espressa contro la guerra scatenata da lui. Non vi sembra, signori giudici, che continuando a tenermi in galera voi diventiate suoi complici? Probabilmente direte che non è così. Voi non avete mica preso in mano le armi, giusto? Da una parte ci siete voi, dall’altra i crimini di guerra. Però neppure Putin ha imbracciato un mitra, ma adesso è comunque costretto a sottrarsi alla giustizia. E non è da escludere che prima o poi gli cederò il mio posto in prigione.
Voglio sottolineare che i crimini commessi da Putin non toccano soltanto l’Ucraina, ma anche il nostro e il vostro paese. La sua politica ha colpito l’economia e la sicurezza nazionali, ha isolato la Russia sull’arena mondiale e mandato al macello decine di migliaia di nostri concittadini. Ma, cosa ancora più terribile, ha creato le condizioni per una crescita esponenziale della violenza nella nostra società. Dal fronte arriva un flusso interminabile di uomini con traumi psichici causati dalla guerra. Hanno imparato a usare le armi e a uccidere, per loro la morte non è più un tabù. Abbiamo visto quanti gruppi criminali organizzati sono apparsi in Russia dopo la guerra in Afghanistan. Il massacro in Ucraina produrrà in questo senso effetti ancora più consistenti. Già ora il numero di crimini a mano armata a San Pietroburgo è raddoppiato, a Mosca triplicato. E ci attendono un ulteriore, mostruoso aumento della violenza e la disumanizzazione della società. La responsabilità di tutto ciò spetta unicamente a Vladimir Putin.
E mentre la Russia affoga nel sangue, oggi questo tribunale dovrà giudicare in appello la condanna che mi è stata inflitta. Capisco benissimo che l’unico modo per ottenere una qualche riduzione è pentirmi, chiedere perdono, dichiarare che il nero è bianco, e contemporaneamente fare il nome di qualche mio compagno. Non succederà. Non ho intenzione di umiliarmi né di strisciare davanti a voi, signori giudici. La mia coscienza è pulita, perciò accetto con tranquillità il mio destino.
La mia forza deriva dalla percezione della mia superiorità morale sui ladri e sugli assassini che si sono impadroniti del potere. Sanno che non ho paura di loro. Non sono scappato davanti a loro, non ho chiesto pietà e non ho mai abbassato lo sguardo.
E la mia forza deriva anche dal senso di responsabilità per il mio paese. Il pendolo della storia è inesorabile, e mi rendo conto che, quando alla fine tornerò in libertà, sarò uno di quelli che dovranno mettersi a ripulire tutto questo sangue. Sarò uno di quelli che costruiranno sulle rovine del putinismo una nuova Russia libera e felice.
E credetemi: sono pronto a servire il mio paese e il mio popolo.

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