Cecenia: Voci dal Caucaso

Interviste raccolte a Mosca, in Inguscezia e in Ossezia dalla dott.sa Alessandra Rognoni, nell’ambito di una ricerca di dottorato.

VOCI DAL CAUCASO

Il testo che segue è un collage di interviste raccolte a Mosca, in Inguscezia e in Ossezia  dalla dott.sa  Alessandra Rognoni, nell’ambito di una ricerca di dottorato.

Sono racconti personali, storie di un passato non passato, di ricordi che si intrecciano di continuo col presente: la deportazione ordinata da Stalin nel 1944, che in un solo giorno ha strappato ceceni e ingusci dalla loro terra, e la fuga dei profughi durante i bombardamenti in Cecenia a partire dal 1994; il ritorno in patria nel 1957, e le contese per i territori che non sono stati restituiti ai ceceni e agli ingusci tornati dalla deportazione, che sfociano direttamente nella guerra tra osseti e ingusci del 1992. Ancora la fuga dei profughi.

Un conflitto non risolto, quello tra osseti e ingusci, che la tragedia della Scuola di Beslan ha riacceso, sullo sfondo di una guerra, in Cecenia, che continua, nella quotidianità di più di un decennio, ad inghiottire la vita della popolazione civile.

Leila, nata nel 1980 a Groznyj (Cecenia).

La vita a Groznyj era normale.

Sono nata a Groznyj, nel 1980, e fino all’età di 19 anni ho vissuto lì con la mia famiglia, i miei genitori, due sorelle e due fratelli.

Fino all’inizio degli anni Novanta, direi fino al 1992, tutto era normale, come ai tempi sovietici, non era avvenuto nessun cambiamento particolare. La vita a Groznyj era normale.

Ricordo i tempi della scuola. Ad esempio, in una classe di 30 ragazzi, 18 o 19  erano russi, 7 o 8 ceceni, e 1 o 2 ingusci. I russi erano di più, e stavano spesso insieme, normalmente invece i ceceni facevano amicizia tra di loro. Fino al settimo anno nella mia classe non c’era nessun inguscio, a parte me. Io non sentivo di essere la sola inguscia, e che gli altri erano ceceni o russi. Eravamo tutti amici, non c’era discriminazione etnica. Poteva succedere che dei bambini ceceni che provenivano dalla montagna, o da piccoli villaggi e parlavano male in russo, venissero emarginati. Ma perché erano dal nostro punto di vista poco educati, e con loro non facevamo amicizia. C’era una grossa differenza tra chi viveva in città e chi viveva in campagna.

In quegli anni non mi sono mai chiesta come mai a Groznyj vivessero più russi che ceceni. Mai, neanche una volta, perchè anche a casa i nostri vicini erano praticamente tutti russi, nel cortile giocavamo tutti insieme, e anche a scuola tutti gli insegnanti erano russi. Quando una volta venne a insegnare nella mia classe una maestra di matematica cecena, per noi fu una cosa così strana…Era una cosa rara, ad esempio, anche solo chiamarla per nome, mi faceva strano: i nomi degli insegnanti di solito erano Tatjana Nikolaevna, Olga Nikolaevna, mai avrebbe potuto esserci, ad esempio, una Madina Mustafaeva…

Per quanto riguarda le lezioni, a scuola non si parlava mai della nostra storia, né delle deportazioni.

Solo all’università, più o meno nel 2000, iniziai a studiare la storia del mio popolo, perché c’era un corso sulla storia della Cecenia e dell’Inguscezia, e allora si parlava di queste vicende e del fatto che per secoli c’era stato un feroce scontro tra Russia e Cecenia.

Ma che i nostri popoli, ingusci e ceceni, fossero stati deportati da Stalin, l’avevo scoperto qualche anno prima, me l’aveva raccontato mia nonna.

La nonna di Leila, Aishet, nata nel 1926 a Nazran’ (Inguscezia)

Dopo quello che ho visto ora a Groznyj, penso che sarei rimasta tutta la vita in Kazachstan.

Quando ci deportarono noi non ce lo aspettavamo, non lo sospettavamo…non ci credevamo.

Alla fine del 1943 nella Ceceno-Inguscezia erano venute molte truppe dell’esercito. Gli ufficiali venivano nelle nostre case, spiavano, chiedevano di cosa ci occupavamo, quanti eravamo in famiglia. Quando gli chiedevamo: la guerra sta finendo, perché voi siete ancora qua? Rispondevano che il 23 febbraio ci sarebbero state delle manovre militari. Non ci avvertirono, nascosero quello che stavano preparando…non c’erano neanche voci. Una volta accadde che una russa si mise a litigare  per il posto in una coda, e poi  ci disse: tanto presto vi porteranno via tutti. E la imprigionarono perchè non ci fossero sospetti.

I soldati il 23 febbraio del 1944, alle 6 del mattino, bussarono e dissero: preparatevi.

Abbiamo guardato fuori dalla finestra, nel cortile, e abbiamo visto che tutti, ragazzi, vecchi, malati, erano stati  divisi in 4 file, fino alla fine della nostra strada. E poi spinsero tutti gli uomini in un altro cortile e li circondarono coi fucili.  Mentre tutti gli uomini e i ragazzi erano in fila, vennero da noi e dissero: vi diamo mezz’ora per prepararvi, prendete con voi  20 kg per persona, non prendete niente di più. E noi non sapevamo cosa prendere da portarci via, se  mais o vestiti. Un ufficiale disse a mia mamma: uccidi le anatre, vi portano lontano, tu hai bambini piccoli…Ma la mamma gli rispose: sono di una buona razza le mie anatre, non le ammazzo. E quindi le bestie rimasero lì.

Ci trasportarono sui dei camion e ci portarono in stazione. Lì c’erano molti vagoni, file enormi di vagoni per il bestiame. Ci spinsero con altre 5 famiglie in uno di questi vagoni.

Viaggiammo per due settimane. Dentro ai vagoni era orribile, nel mezzo c’era una stufetta, ma faceva freddo, nevicava, e la legna ce la davano solo quando il treno si fermava. Sui vagoni non c’era il bagno e se qualcuno durante le fermate usciva perché ne aveva bisogno, ma poi non faceva in tempo a risalire, restava lì, gli sparavano. Molte persone sono morte durante il viaggio…

Ci portarono in Kazakhstan, ma noi non lo sapevamo, perché non ci dissero nulla sulla destinazione, e non ci avevano detto neanche perché ci deportavano. Solo dopo abbiamo scoperto che Stalin ci aveva accusato tutti di aver collaborato coi nazisti.

Sul treno, il papà  aveva con sé una carta geografica dell’Unione Sovietica (e con quella poi gli cucimmo una camicia) e seguendo questa carta disse: ci portano nel Kazakhstan del nord. Noi non sapevamo nemmeno cosa fosse il Kazakhstan.

Quando le nostre case furono libere, gli osseti, che non erano stati deportati, occuparono subito le migliori. A Nazran era rimasta una ragazza, la cui mamma era osseta. E’ lei che ce lo ha raccontato perchè poi la catturarono e la mandarono in Kazachstan. Le nostre terre, le terre ingusce, furono date all’Ossezia del nord, e quando poi tornammo dalla deportazione, nel 1957, non ce le restituirono, rimasero all’Ossezia. Con gli osseti non ci sarà mai pace. Comunque, la nostra casa era occupata dagli osseti, e noi nel 1957 allora ci trasferimmo a Groznyj, dove ho vissuto fino all’inizio di questa guerra…Ma dopo quello che ho visto ora a Groznyj penso che sarei rimasta tutta la vita in Kazachstan, nonostante il freddo, la fame, la condizioni difficili, il fatto che eravamo lontano dalla nostra patria…Ma la guerra in Cecenia è peggio, è peggio anche della guerra di allora…allora i nazisti che erano arrivati per invadere il Caucaso non sparavano sulle case, contro di noi. Ma adesso? I russi, e anche i nostri, contro di noi…

Leila

La situazione non poteva andare avanti così, c’erano due possibilità: o ci sarebbe stata un’esplosione improvvisa di violenza, oppure le cose sarebbero migliorate.

All’inizio degli anni Novanta crollò l’Unione Sovietica.

Io allora avevo 12 anni. Si, mi rendevo conto di quello che succedeva. Le cose cambiarono, nel senso che ad esempio, quando arrivò Dudaev, i miei genitori smisero di andare a lavorare perchè non pagavano più gli stipendi, chiudevano le fabbriche perché rubavano e tutti i soldi venivano spesi per comprare armi. Così dicevano, poi non so, magari invece andavano a finire nelle tasche di qualcuno. Tutto smise di funzionare. Questo prima della guerra. Pian piano, e la gente iniziò ad emigrare. Non era più possibile vivere in Cecenia. Non c’erano soldi, c’era una situazione economica pessima, e chi aveva figli, una famiglia, emigrava in Russia.

A casa parlavamo di quello che stava accadendo, ci rendevamo conto che la situazione non poteva andare avanti così, che c’erano due possibilità: o ci sarebbe stata un’esplosione improvvisa di violenza, oppure le cose sarebbero migliorate. Ovviamente le cose non andarono per il verso migliore, e l’esplosione si verificò.

Poi a Groznyj iniziarono ad organizzare delle manifestazioni nelle strade. Ci andavano molte persone, spesso però ci andavano senza nemmeno sapere di cosa si trattava, solo per vedere. Erano manifestazioni per l’indipendenza, la gente gridava: “vogliamo essere indipendenti”, “la Cecenia via dalla Russia”, erano questi i toni.

Nello stesso periodo l’Inguscezia si staccò dalla Cecenia. Tutto si verificò in modo molto  semplice. Tutti i meeting per l’indipendenza della Repubblica Ceceno-Inguscia si svolgevano a Groznyj, i manifestanti erano praticamente tutti ceceni, e anche Dudaev  era ceceno. Sull’Inguscezia neanche una parola. In sostanza il tutto riguardava solo la Cecenia.

Poi divenne chiaro che la Russia non avrebbe lasciato andare la Cecenia, e che ci sarebbe stato uno scontro armato, cioè tutti lo sospettavano, perchè l’opposizione si stava già armando: tra il governo in carica e Dudaev c’era già scontro. Questo avvenne prima dell’inizio della guerra, e già allora, tra le persone comuni, giravano molte armi.

Allora l’Inguscezia si staccò dalla Cecenia e rimase parte della Russia, capendo che stare con la Cecenia significava affrontare una guerra. Poi, successivamente, i ceceni in qualche modo videro la decisione degli ingusci come un tradimento. Non credo che gli ingusci si siano comportati da traditori. Alla fine, quando a Groznyj si svolgevano i meeting per l’indipendenza, si parlava sempre solo e soltanto del popolo ceceno. Il centro di tutto era Groznyj, i soldi erano lì, Nazran alla fine era solo un grande villaggio.

Così nel 1992 fu creata la Repubblica Inguscia, che però non aveva né un governo né dei confini. E gli ingusci iniziarono a reclamare che l’Ossezia del nord gli restituisse le loro terre, quelle che Stalin aveva regalato all’Ossezia dopo la deportazione.

Magomed, nato nel 1981 nel Prigorodnij Rajon (provincia contesa dall’Ossezia del nord e dall’Inguscezia, teatro del conflitto osseto-inguscio del 1992)

Quello di Stalin è stato un errore politico, che potrebbe creare morti per altre centinaia di anni.

La situazione tra Ossezia del nord e Inguscezia è un po’ paragonabile alla Palestina, quando due popoli combattono per un territorio. Il problema da noi è nato quando Stalin ha deciso di deportare i ceceni e gli ingusci dalle loro terre e ci ha messo altri popoli, e le terre ingusce le ha date all’Ossezia del nord. Ma poi nel 1957, quando gli ingusci sono tornati dalla deportazione, il Prigorodnij Rajon è rimasto all’Ossezia del nord. Quello di Stalin è stato un errore politico, che potrebbe creare morti per altre centinaia di anni, perché i popoli del Caucaso sono molto legati alle loro terre.

Nel ’92 io ero piccolo, ma mi ricordo che nel villaggio in cui abitavo c’erano sempre problemi con gli osseti. E poi la violenza è aumentata, sempre di più.

Un giorno sono arrivati i carri armati, e si sono messi a sparare contro le case. Allora siamo usciti di corsa, e abbiamo visto che sul nostro cancello, in basso a destra, c’era una croce bianca, dipinta di fresco. E così su tutte le case dove abitavano gli ingusci.

Siamo scappati in una fattoria, in fondo alla strada, perchè sapevamo che c’era uno scantinato. E quando siamo arrivati abbiamo visto che c’erano già altre persone che si nascondevano. Siamo rimasti lì 3 giorni, le donne e i bambini sotto, gli uomini, armati, sopra. E tutti dicevano: tra un po’ arrivano i ceceni, ad aiutarci, a salvarci. I ceceni non sono venuti, ma tutti ci speravano lo stesso. Dopo 3 giorni sono arrivati due militari osseti. Hanno detto che ci avrebbero scortato fino al confine con l’Inguscezia e da lì saremmo andati avanti da soli. Ci hanno dato due camion, la gente ha iniziato a salire, ma appena siamo usciti sulla strada sono arrivate altre macchine militari. Hanno picchiato gli uomini, gli hanno tolto le armi, invece di portarci in Inguscezia, ci hanno trasportato a Sunzha, e lì è iniziato un altro incubo. Ci hanno tenuto in ostaggio per 3 settimane.  Ci hanno dato da mangiare solo dopo tre giorni, e quando hanno portato il pane…Eravamo più di 200, tutti affamati…

L’ultimo giorno hanno diviso i maschi, tutti quelli che avevano più di 18 anni. I più piccoli, i bambini e le donne, ci hanno portato al confine con l’Inguscezia. Eravamo contenti…Ma al confine gli ingusci dicono: non abbiamo niente da scambiare. Ci avevano preso in ostaggio per scambiarci con gli ostaggi osseti presi dagli ingusci. Ma gli ingusci non avevano ostaggi osseti con cui scambiarci.

Allora ci hanno trasportato a Beslan, non nella Scuola, ma in una palestra, vicino all’aeroporto di Beslan. A Beslan siamo rimasti solo un giorno, e poi ci hanno riportato sul confine. Hanno scambiato 200 ingusci con 7 osseti. Mio padre invece l’hanno liberato solo dopo 3 mesi, e non ci ha mai raccontato cosa gli è successo in quei mesi.

In Inguscezia, abbiamo vissuto a casa dei nonni. Ma non era normale. Anche se ero inguscio, in Inguscezia, io, anche a scuola, ero sempre il “profugo”. Poi nel 1994 è scoppiata la guerra in Cecenia….ma allora io ho pensato che quella era la loro battaglia, non la nostra. Alcuni miei compagni di scuola poi invece sono andati a combattere a fianco dei ceceni. Ma a me era bastato quello che avevo già visto e vissuto. Se capisci che la tua vita non vale niente, che una persona con la pistola in mano può decidere se vivi o no, allora dopo riesci a vedere le cose in modo più ampio.

Leila

Mio papà doveva accompagnarmi dovunque. Questo dai 14 ai 19 anni. Né discoteche, né cinema, anche andare a scuola era pericoloso.

Ricordo che nel 1994, il 25 agosto, andai in vacanza sul Mar Nero in sanatorio per tre mesi, era tutto stupendo. C’erano ragazzi da tutte le parti della Russia e c’era un clima di amicizia con tutti.

Ogni tanto scrivevo lettere a casa, ma nessuno mi rispondeva.

Dopo che per due mesi non avevo ricevuto nessuna risposta, andai dalla maestra. Non vedevo la tv perché gli insegnanti ce lo proibivano. Allora parlai con la maestra, e lei mi disse che la posta funzionava regolarmente, cioè che gli altri ragazzi ricevevano lettere. Ma poi aggiunse: dove vivi tu c’è una brutta situazione, tutte le strade sono chiuse, e per questo per te non arriva posta. Io mi chiedevo cose significasse tutto questo, cosa volesse dire la maestra.

Poi successe che non mi vennero a prendere in sanatorio. Di solito i genitori venivano a riprendere i bambini un paio di giorni prima che finisse il campo estivo. Dovevano venirmi a prendere  il 21 novembre, ma non arrivò nessuno dei miei. Allora iniziammo a cercare di chiamare, di telefonare a casa e capire cosa stava succedendo, ma non riuscivamo a metterci in contatto.

Mio papà arrivò soltanto il 26 novembre. Mi disse che era stato difficile, che le strade attorno a Groznyj erano chiuse e i treni non viaggiavano. Ma non mi disse il perché.

Così ripartimmo, in autobus, viaggiammo per due giorni interi. Arrivammo, era inverno, e io mi accorsi che la città era cambiata, che i volti delle persone per strada erano tesi. Certo, avevo chiesto a mia mamma perchè non aveva mai risposto alle mie lettere. La posta non funziona. Perchè? Non so, così ha riposto. Non funzionava niente, non pagavano gli stipendi, la gente se ne andava. Non c’era la guerra, ma tutto stava cadendo a pezzi.

Poi, dopo una settimana, arrivò il cugino di mio padre e gli disse che bisognava portarci via, noi bambini, per due settimane. Via dalla Cecenia. Prendete poche cose, staremo via poco.

Così ce ne andammo, e due settimane si trasformarono in quattro mesi. Andammo a Maiski, tra l’Ossezia e l’Inguscezia, da dei parenti di mio padre.

Era il 1994, quindi c’era già stato il conflitto tra osseti e ingusci. La situazione a Maijskij era tesa. Ci dissero, non andate per strada, non andate da nessuna parte da soli, diteci sempre dove andate. Ce ne stavamo tutto il giorno al chiuso, perché avevamo paura.

La nostra situazione  in Inguscezia era difficile: dormivamo per terra, non  c’erano soldi, non   c’era cibo, spesso non avevamo nulla da mangiare. Molti erano scappati dalla Cecenia, e la maggior parte, come noi, era venuta in Inguscezia.

Mio papà era rimasto in Cecenia, e venne in Inguscezia solo prima di capodanno, quando ormai a Groznyj bombardavano pesantemente ed era pericoloso restare. Era rimasto là perchè all’inizio, anche se pericoloso, pensavamo che cercassero solo i ribelli. Invece alla fine uccidevano tutti, anche i civili, e quindi ci raggiunse a Maijskij.

Poi tornammo a Groznyj, anche perché non avevamo un altro posto in cui andare. La famiglia che ci ospitava in Inguscezia era molto povera, non c’era lavoro, e non avevano i soldi per sfamarci tutti.

In molti allora tornammo in Cecenia, speravamo che la guerra sarebbe finita, che non saremmo più dovuti scappare.

Dove vivevo io a Groznyj non c’erano state distruzioni, anche i vetri alle finestre di casa mia erano rimasti interi. Invece nei quartieri centrali, vicino alla sede presidenziale, mi dissero che era tutto distrutto. Ovviamente nessuno mi permise di andare a vedere. Io stavo in casa. Se volevo andare dalla nonna il papà veniva con me, mi accompagnava dovunque. Questo dai 14 ai 19 anni. Né discoteche, né cinema, anche andare a scuola era pericoloso. Quando  tornammo continuava a non esserci possibilità di lavorare, vivevamo poveramente, facevamo la fame. Ma eravamo felici che nessuno dei nostri cari fosse morto, che la nostra casa fosse intera.

I soldi però continuavano a mancare, non pagavano gli stipendi, e così i miei genitori iniziarono lentamente a vendere le nostre cose. All’inizio il divano, poi i letti, poi tutte le cose  belle della mamma. Risparmiavamo, vivevamo…

Poi nel 1996, il 6 agosto, entrarono i guerriglieri in città. Di nuovo iniziarono i combattimenti e di nuovo ci toccò andarcene.

Lidija, nata nel 1961 a Groznyj

Quante volte ancora ci toccherà alzarci, e andare via? Quante volte ancora dobbiamo abbandonare la nostra patria?

E’ il sistema che ha costretto la gente ha porsi delle domande, con i suoi atteggiamenti, le sue azioni.  Ora parlano  di terroristi, ceceni. Ma la questione è: da soli questi terroristi non sarebbero potuti comparire. E’ il potere, il sistema che li fa nascere.

Io parlo delle persone che subiscono violenze, sia dai federali e sia Kadyrovzy. Che scelte hanno? O lavorare  per i taglia gola, quelli che hanno il potere ora in Cecenia,  o per l’FSB, oppure andare nei boschi, nascondersi, darsi alla macchia. I terroristi…penso alla deportazione. Allora li chiamavano banditi. Mio padre me lo ha detto: allora ci chiamavano banditi, e la deportazione era la punizione che Stalin aveva deciso ci meritassimo. Ma rispetto a voi, rispetto alle nuove generazioni, siamo stati più fortunati. Ci hanno privato della nostra patria, ma almeno Stalin non ha lanciato bombe su di noi.

E nel 1996, ad agosto, quando ci diedero 24 ore per evacuare dalla città, mio padre disse: Dio mio, quante volte ancora ci toccherà alzarci, e andare via? Quante volte ancora dobbiamo abbandonare la nostra patria?

Leila

Quando siamo tornati a Groznyj per me è stato terribile, vedere tutta quella distruzione, mi veniva da pensare, ma sono degli adulti, non potevano trovare un accordo ed evitare tutta quella distruzione?

Il 20 agosto del 1996 il generale Pulikovskij diede 24 ore perché i civili abbandonassero la città: stavano pianificando bombardamenti a tappeto.

Diedero un corridoio di fuga dalla Cecenia per i profughi, ma prima ancora che trascorressero 24 ore, iniziarono a bombardare, e molte persone che cercavano di fuggire morirono.

Sentivo che sparavano, che i bambini piangevano, ma non riuscivo a vedere esattamente cosa succedeva. Sulla strada su cui stavamo camminando per scappare passò una macchina con dei guerriglieri, con le loro bandiere cecene, ed erano armati. E a seguirli passò un carro armato russo, li inseguivano, ma non fecero nulla. Noi camminavamo verso Znamenskoe, a nord, perché i confini con l’Inguscezia erano chiusi. E’ una strada molto stretta, ci sono le case. E il carro armato era enorme, occupava tutta la strada. Mentre passava, era possibile vedere che la macchina dei guerriglieri era già arrivata in fondo alla strada e aveva girato. E nonostante questo, mentre il carro armato passava vicino alla gente, i soldati che erano a bordo si misero a sparare contro i civili. Sul bordo della strada c’era una casa, con una porta aperta. Io vedevo che tutta la gente cominciava a buttarsi a terra, e noi ci rifugiammo in questa porta aperta. Vedevamo sui muri i segni delle pallottole, capivamo che era in corso una battaglia violenta, lo capivamo, e i bambini più piccoli vedevano tutto questo, erano spaventati, ma io cercavo di resistere, di essere forte. In quella casa abitava un signore anziano che cercò di calmarci, di tranquillizzarci.

Nel frattempo mio papà e mio fratello erano andati avanti, la mamma era da qualche parte dietro di loro, e io e i fratelli più piccoli eravamo più in fondo. Riuscivo a vedere davanti mio papà e mio fratello che correvano, ma non riuscivo  più a vedere mia mamma, avevo paura che fosse morta. Mentre succedeva tutto questo ognuno di noi stava portando delle valige. Allora ho buttato via tutto, e mi sono messa a cercare la mamma tra le persone stese a terra, c’erano bambini, uomini e donne. Non riuscivo a trovarla, mi sono rimessa a correre. E poi la vedo, seduta su una valigia che piange, ma sana e salva. Mamma non piangere, non sei ferita, è tutto a posto, le ho detto.

E poi andammo avanti, non ce la facevamo più, avevo voglia di fermarmi, di restare lì, succeda quel che succeda. E non è ancora il peggio. Ci mettemmo due ore a percorrere questa strada, faceva caldo, era agosto. E quando arrivammo alla fine della strada, lì dovevano esserci gli autobus apposta per i civili che stavano scappando. Ma ci dissero: noi non vi portiamo da nessuna parte. La strada è chiusa, bombardano, sparano. Ci mettemmo a supplicarli, e a fatica mio fratello trovò un autobus disposto a partire, che si riempì subito di gente. Salimmo su questi autobus, viaggiamo per 5 ore fino a Znamenskoe.

Quando arrivammo a Znamneskoe non c’era nulla, nessun mezzo di trasporto per l’Inguscezia. Era terribile, in molti piangevano, eravamo stanchi, faceva caldo, c’erano persone ferite. Stavo male. La settimana prima  avrei dovuto iniziare  l’università, stavo studiando matematica, volevo iscrivermi alla facoltà di economia. Avevo già tutti i documenti pronti. E in quel momento mi veniva da pensare: al diavolo l’università e tutto il resto, non mi importa più di niente se non di restare viva.

Arrivammo in Inguscezia di sera. E restammo lì, nella piazza centrale di Nazran per un bel po’: non sapevamo dove andare, non c’era nessuno da cui andare. Avevamo molte borse, eravamo troppo stanchi.

Andammo da dei parenti del papà, e li restammo fino al primo ottobre. Anche stavolta la situazione era difficile, spiacevole. Non avevamo soldi, e abbiamo iniziato a vendere tutto ciò che avevamo, ci eravamo portati via solo le cose più preziose. Iniziammo a vendere i miei vestiti, anche perchè ormai di cose più preziose non era rimasto niente.

Era il 1996, e a ottobre tornammo in Cecenia. Dissero che non c’erano più guerriglieri e che i russi si erano ritirati, c’erano già stati i trattati di Khazav Jurt, e il generale Lebed aveva fatto ritirare i soldati russi.

Ci dissero che tutto sarebbe andato bene ora, che avremmo costruito finalmente la nostra Repubblica, ci dissero, tornate tutti, tutto ora andrà a posto.

Quando tornammo era rimasto tutto uguale, se non peggio. A livello economico era ancora peggio di prima, e questa volta Groznyj era in rovine, era già distrutta al 70 per cento.

Mentre entravamo in città per me è stato terribile, vedere tutta quella distruzione, mi veniva da pensare, ma sono degli adulti, non potevano trovare un accordo ed evitare tutta quella distruzione? Perchè due persone non possono accordarsi, Dudaev e El’cin? Perchè tante persone sono dovute morire per questo? Perchè gli altri paesi non dicono niente? Questi sono stati i miei pensieri, mi sono chiesta: perchè ci è successo tutto questo?

Aneta, nata a Vladikavkaz nel 1967. Il primo settembre 2004, con le sue due figlie piccole, era nella Scuola n.1 di Beslan.

La gente ne sapeva poco, e forse non voleva nemmeno sapere.

Quello che è successo è un incubo. Perché nonostante il fatto che a un centinaio di chilometri  da noi, in Cecenia, ci fosse una guerra, noi non sentivamo particolarmente questo problema. Non facevamo nulla perché questa guerra non ci fosse. Anche prima c’erano stati degli attentati. Scoppiavano bombe…ma non c’erano stati eventi di una tale portata. E la gente semplicemente pensava, questa cosa non mi tocca, non mi riguarda. Così…. Ma non si può nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, perché tanto la cosa prima o poi ti riguarda.

Noi da tantissimo tempo abbiamo problemi con gli ingusci, scontri, una guerra….Ma i ceceni, non è che li considerassimo la stessa cosa che gli ingusci, ma comunque un popolo a loro vicino. Per il resto, tra ceceni e osseti non è che ci fossero problemi concreti.

Della guerra in Cecenia, sì, sapevamo che moriva la popolazione civile, ma non capivamo la necessità di quella guerra. Io avevo un’ amica di Groznyj e lei mi raccontava le violenze che subiva la gente, indipendentemente dalla nazionalità. Sia dai federali, sia dai loro terroristi. Cioè, la gente comune era tra due fuochi. Ma sinceramente, io sapevo queste cose solo perché avevo un’amica che me le raccontava. Ma la gente, gli osseti, ne sapevano poco, e forse non voleva nemmeno sapere.

Perché è stato così terribile? Perché noi da una condizione di pace siamo passati a una condizione di guerra, e nella sua forma peggiore. Il mondo per me personalmente si è capovolto. Io personalmente ora non capisco il senso del mondo. Tutti quelli che hanno perso i loro bambini…il loro mondo si è spezzato.

L’uno settembre ho preparato Alana per la scuola. Mio fratello era passato a prenderla e sono andati insieme a comprare i fiori. Io invece ero rimasta con Milena, la più piccola, non volevo portarla a scuola. Sono uscita in cortile, per lasciarla a qualcuno, ma non ho trovato nessuno e allora mi sono detta, va bene, me la porto dietro.

Alana era andata prima con mio fratello, ed era già a scuola. Io e Milena siamo arrivate dopo. C’era la musica, tanta gente, i bambini cantavano. Poi sono andata dalle insegnanti. Alana era con le sue compagne di classe.

E poi alle nostre spalle ci siamo trovati coi fucili puntati alla schiena. Mi sono girata e ho visto un uomo con la barba, un fucile, un volto terribile. E ho pensato, Dio mio, un pazzo…..ma poi ne ho visti altri, in altri punti della scuola. E allora ho capito che non si trattava di un maniaco…..la gente è come impazzita, terrorizzata,  e io ho cercato di allontanarmi con Milena per cercare Alana………………………….

………………………………………………………………………………………………………………………………A un certo punto ci hanno lasciato andare in bagno. Ci ha accompagnato una donna, una  kamikaze. Con la cintura, e le pistole. E io mi giro e le dico: che Dio è il vostro che vi costringe a fare queste cose? Dio non fa così.

Lei mi ha guardato. Non ha detto niente. Ma  mi è sembrato che soffrisse. Ho avuto la sensazione che stesse soffrendo….Poi, successivamente, l’hanno fatta saltare in aria………………………….

………………………………………………………………………………….. ……………………………………….Il secondo giorno hanno fatto entrare Aushev, l’ex presidente dell’Inguscezia. Si è guardato in giro, è entrato nella sala, e dopo 15 minuti è corso da noi un guerrigliero e ci ha gridato: veloci,veloci, verso l’uscita.

Io ero nel bagno, insieme ad altre donne coi bambini piccoli. Immaginavamo che proprio sui neonati avrebbero fatto trattative e che li avrebbero fatti uscire o per primi o per ultimi. Insieme alle altre madri ci eravamo messe d’accordo, avevamo deciso che  avremmo dato i neonati ai nostri figli più grandi e noi saremmo rimaste dentro al posto loro.

E quel guerrigliero si è messo a gridare: le donne coi neonati, via, dovete uscire.  E io gli ho chiesto: può essere la mia figlia più grande a portare fuori la mia bambina più piccola? Ma lui mi ha urlato contro: non hai capito cosa ti abbiamo ordinato?

Allora mi sono voltata verso Alana e le ho detto, resisti tutto andrà a posto. Le ho detto, tutto andrà bene. E lei mi ha guardato. Io e Milena siamo uscite. Siamo uscite dal corridoio. La scuola era ormai tutta distrutta.

Camminiamo per il corridoio, usciamo nel cortile, e nel cortile c’e silenzio. Non c’era nessuno…C’era un silenzio mortale.

E quando già eravamo fuori dal recinto, qualcuno grida: correte, correte. E allora mi sono messa a correre, tenevo in braccio Milena.

Allora camminavo e non sapevo cosa facevo, ero come in trance, non capivo niente.

Adesso mi ripeto in continuazione: avrei potuto portare in salvo la bambina più piccola, Milena, e tornare indietro, da Alana.

Ma allora non capivo cosa stavo facendo…………………………………………………………….

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e così la mia bambina, la mia Alana, è rimasta là             ………………………………………………………………………………………………..……………………………………………………………………………………………………………………………

Io lo so che questi terroristi li hanno fatti nascere le autorità  con la guerra in Cecenia. Ma capite, delle persone forti, che  volevano vendicarsi per quello che succede in Cecenia, lo sapevano contro chi vendicarsi, sapevano i motivi, sapevano chi l’ha incominciata la guerra. Ma gli uomini che sono venuti  a combattere contro i bambini, contro uomini, donne, vecchi disarmati, senza pensare a niente, senza rimpiangere nessuno…Questa non è una lotta per la propria libertà e indipendenza. E Basaev  non pensa al suo popolo. A lui serve solo la guerra.

Io certo, capisco che anche noi non contiamo niente per lo stato, per questo sistema, che detta e decide… Ma allo stesso tempo…

Leila

Non c’e mai stato un singolo giorno normale dal 1994 in poi, mai una notte in cui io andassi a dormire tranquilla, pensando che tutto era finito.

Dal 1996 al 1999 la Repubblica fu sotto il governo di Maschadov e Dudaev. Stavolta vivevamo male non a causa dei russi ma a causa dei guerriglieri, capivamo che gestivano i loro affari, e che noi persone comuni non c’entravamo niente. I soldi li avevano solo i militari e chi controllava il petrolio, chi riusciva a venderlo.

L’anno successivo mi iscrissi all’università. Ma non alla facoltà di economia, avevo cambiato idea e scelsi la facoltà di psicologia.

Non c’era acqua, non c’era luce. Per prender l’acqua bisognava pomparla dalla terra. Vivevamo al quarto piano, per portare 10 litri ci volevano due secchi. Ma la mia casa, allora, era ancora intera, e rimase intera fino al 1999.

I miei genitori erano ancora senza lavoro. Facevamo la fame. In alcuni piccoli villaggi fuori Groznyj la gente iniziava davvero a morire di fame. Di aiuti ne arrivavano pochissimi, e non si poteva vivere di questi aiuti. Non avevamo più niente da vendere, e io continuavo a  dire a mia mamma: perchè non ce ne andiamo? Qui non si può vivere. E la mamma mi rispondeva: dove andiamo? Non abbiamo nessun posto in cui andare.

Poi iniziai a frequentare l’università. Formalmente la vita andava avanti, ma dentro di noi nessuno si sentiva sicuro, nessuno di noi era sicuro che il giorno dopo tutto non sarebbe ricominciato da capo.

Nel 1999, quando ero al terzo anno, iniziò di nuovo la guerra. Per noi era ormai indifferente chi avrebbe preso il potere, bastava che la smettessero di uccidere. In quei tre anni fu più calmo, nel senso che i russi smisero di bombardare, ma questa volta le armi le avevano i guerriglieri.

Io quei tre anni  non li considero pace. Non c’e mai stato un singolo giorno normale dal 1994 in poi, mai una notte in cui io andassi a dormire tranquilla pensando che tutto era finito.

L’università funzionava, ma non in modo normale. Ad esempio le lezioni di due ore duravano al massimo 40 minuti. La mattina quando uscivo di casa non sapevo mai se ci sarei arrivata o no all’università, e quando uscivo dall’università lo stesso, mi chiedevo, ci arrivo fino a casa o no? All’inizio avevo paura dei russi, poi dei guerriglieri. Sarebbe potuto ricominciare tutto in qualunque momento.

Nel 1999 dovemmo scappare di nuovo: gli aerei russi avevano iniziato a bombardare l’aeroporto. Quel giorno mi trovavo in università. Sentimmo delle esplosioni, vedevamo gli aerei russi sopra di noi. E l’insegnante ci disse: non state nel cortile, possono colpire anche qui, entrate. Poi iniziarono delle esplosioni fortissime, ed era chiaro che non si poteva restare neanche lì. Il rettore dell’università ci disse di scappare a casa. Quando arrivai a casa in tv dissero che fondamentalmente era ricominciata la guerra. Basaev aveva già fatto incursione in Daghestan, e ora i russi lo cercavano in Cecenia.

Per noi quella iniziata nel 1999 è la terza guerra, non la seconda, perché per chi è rimasto in Cecenia, il periodo 1996-1999 è stato comunque un periodo più simile alla guerra che non alla pace.

Jakub, nato nel 1949 in Kazachstan, dove i genitori, ingusci, erano stati deportati.

Non mi stupirei se i soldati federali venissero qui, oggi, e sparassero contro di me e la mia famiglia

La gente ormai non pensa nemmeno che la situazione possa migliorare, ma solo peggiorare.

Le gente è abituata a nuove perdite, a nuove guerre, a nuove violenze, perché è quello che ci ha insegnato questo paese.

Io sono inguscio e abitavo a Vladikavkaz, in Ossezia. Il 1 novembre del 1992, quando è scoppiato il conflitto, sono dovuto scappare dall’Ossezia. Avevo una casa con una biblioteca enorme, e ho perso tutto. Sono scappato letteralmente con una valigia e la laurea in mano. Nessuno mi ha risarcito per le perdite.

Quello che vedete adesso, i libri intorno a me, li ho raccolti di nuovo. Ma dentro di me, sono preparato a nuove perdite. Dentro di me so che potrebbe succedere di nuovo, che potrei perdere la mia casa, i miei libri, il mio archivio. Perché mi è stato insegnato a pensare così. Anche adesso, dopo più di dieci anni da quel conflitto, e con la Cecenia a un centinaio di km da qui, quando sento un elicottero volare sopra la nostra casa, io non sono sicuro che non ci spareranno contro. E’ questo il paese in cui viviamo.

In qualunque momento potrebbero arrivare qui gli spetsnaz, distruggere, fucilare, arrestare, e nessuno potrebbe dire o fare niente. Perché oggi nei tribunali, ai processi, vengono assolte persone come il generale Budanov, il capitano Ullman.[1] Perché li assolvono? Perché uccidevano in nome di una qualche ideologia di Stato. In un paese dove si assolvono persone che hanno commesso omicidi di massa, la popolazione non può sentirsi al sicuro. Per questo io, come altri, sono pronto all’idea di perdere tutto di nuovo. E non mi stupirei se i soldati federali venissero qui, oggi, e sparassero contro di me e la mia famiglia.

Lo sanno tutti, lo hanno visto tutti, che a Beslan sono stati i soldati federali russi a sparare, e che la maggior parte delle vittime di Beslan è colpa delle forze federali russe, che sono intervenute durante la “liberazione” della Scuola.

E i terroristi, i guerriglieri, i wahabiti, sono state le nostre autorità a crearli. E anche il fatto che oggi il numero dei guerriglieri sia in crescita, è colpa delle autorità. Perché spingono la gente a vendicarsi, spingono le persone a farsi giustizia da sole.

Leila

Quando ti succede qualcosa di brutto, viene voglia di dimenticare.

Il peggio comunque e’ venuto dopo il 1999,  dopo che sono tornati i russi. Allora a combattere non c’erano più i soldati russi giovani, di leva, ma quelli che uccidono per soldi, i mercenari.  Ed era orribile, non importava più se c’erano bambini o donne, potevano in ogni momento prenderti, picchiarti, ucciderti.

Quando ci spostavamo in città ogni 20 metri c’erano dei posti di blocco. E controllavano, controllavano ad ogni posto di blocco. Quando andavamo in università la mattina in autobus, al posto di blocco i soldati dicevano al conducente: al ritorno portaci una cassa di birra. Dopo mezz’ora, sulla via del ritorno, il conducente passava dal mercato e gli portava la cassa di birra. I soldati si ubriacavano e iniziavano a sparare contro tutti. I soldati laggiù sono sempre  ubriachi.  E prova a non portargli la cassa di birra. La prima volta il conducente dell’autobus fu ucciso, perché al ritorno non aveva portato la cassa di birra ai soldati.

E tanti sono stati i casi simili. Ma non me li ricordo più, perchè quando ti succede qualcosa di brutto, viene voglia di dimenticare.

Io e mio fratello cercavamo di continuare ad andare in università, e mio fratello più piccolo a scuola. E ogni mattina, quando uscivamo, la mamma non sapeva chi di noi sarebbe tornato a casa la sera.

Poi nel 1999, in ottobre, ce ne andammo di nuovo, scappammo in Inguscezia. Nel gennaio del 2000  arrivarono in Inguscezia anche i nostri vicini di casa, che fino ad allora erano sempre rimasti a Groznyj. Ci dissero che la nostra casa era stata distrutta durante i bombardamenti. Allora era chiaro che non avevamo  più un posto  in cui tornare.  Bisognava cercare altro. Dal 1999 ad oggi non abbiamo trovato un altro modo di vivere, la mia famiglia vive in delle baracche, vicino a Nazran’, in un campo profughi.

Aleksandr, nato nel 1959 a Vladikavkaz

E’ più facile dire di essere stati sconfitti dal terrorismo internazionale, che non ammettere di aver perso, per l’ennesima volta, contro un  comandante ceceno zoppo.

La situazione dei rapporti tra osseti e ingusci è peggiorata in modo drammatico subito dopo l’attentato a Beslan.

Il motivo principale è che la primissima comunicazione che fu fatta su Beslan, era che la scuola era stata presa in ostaggio da una formazione armata di ingusci. E questo fu sufficiente perché tutti gli osseti pensassero che la tragedia di Beslan era stata organizzata dagli ingusci, una sorta di vendetta per il conflitto del 1992. Ma questo è falso.

Si, c’erano anche degli ingusci tra i terroristi, ma anche ceceni, e poi si è parlato anche di arabi, di neri…e a proposito, perché ancora oggi non sappiamo quanti e chi fossero i terroristi? Perché non è mai stato pubblicato l’elenco dei loro nomi?

Comunque, io sono convinto che l’attentato a Beslan sia stato la conseguenza della politica miope della Russia in Cecenia

Beslan non è stato un attentato di matrice “inguscia”, ma la dimostrazione dei guerriglieri ceceni che erano ancora in grado di combattere, e che avrebbero potuto fare un attentato in qualunque momento e in qualunque punto della Federazione russa.

Le forze speciali  russe, a Beslan, hanno perso  per l’ ennesima volta contro Basaev. Ma invece di ammetterlo, hanno detto che si trattava di terrorismo internazionale. E tutti i mezzi di comunicazione, all’indomani dell’attentato, hanno iniziato a parlare di forze oscure internazionali che avevano dichiarato guerra alla Russia.

Perché è più facile dire di essere stati sconfitti dal terrorismo internazionale, che non ammettere di aver perso, per l’ennesima volta, contro un  comandante ceceno zoppo.

Io sono invece convinto che Beslan sia solo il frutto di una politica completamente sbagliata della Russia in Cecenia e nel Caucaso.

Ma il centro federale fa di tutto per negarlo, per negare qualunque rapporto tra Beslan la Cecenia.

Il 4 settembre 2004 il presidente Putin ha detto, e ve lo cito parola per parola: “Non vi è alcun legame tra la tragedia di Beslan e la politica

della Russia in Cecenia”.

Di fronte a una tale affermazione, non possiamo far altro che sorridere.


[1] Jurij Budanov è stato il primo ufficiale russo giudicato in tribunale per i crimini contro la popolazione civile cecena. E’ stato accusato di aver stuprato e strangolato una ragazza cecena nel marzo del 2000. Nel 2002 ha ottenuto la libertà perché dichiarato incapace di intendere e di volere al momento del crimine. Ritenuto innocente dall’opinione pubblica russa e dal ministro della difesa Ivanov, ha fatto richiesta di amnistia; Eduard Ullman è stato accusato di aver ucciso dei civili ceceni ad un posto di blocco nel 2002. Il capitano Ullman sostiene di aver eseguito degli ordini. Processato più volte, ma sempre ritenuto innocente dalla giuria.

Interviste raccolte a Mosca, in Inguscezia e in Ossezia dalla dott.sa Alessandra Rognoni, nell’ambito di una ricerca di dottorato.

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VOCI DAL CAUCASO

Il testo che segue è un collage di interviste raccolte a Mosca, in Inguscezia e in Ossezia dalla dott.sa Alessandra Rognoni, nell’ambito di una ricerca di dottorato.

Sono racconti personali, storie di un passato non passato, di ricordi che si intrecciano di continuo col presente: la deportazione ordinata da Stalin nel 1944, che in un solo giorno ha strappato ceceni e ingusci dalla loro terra, e la fuga dei profughi durante i bombardamenti in Cecenia a partire dal 1994; il ritorno in patria nel 1957, e le contese per i territori che non sono stati restituiti ai ceceni e agli ingusci tornati dalla deportazione, che sfociano direttamente nella guerra tra osseti e ingusci del 1992. Ancora la fuga dei profughi.

Un conflitto non risolto, quello tra osseti e ingusci, che la tragedia della Scuola di Beslan ha riacceso, sullo sfondo di una guerra, in Cecenia, che continua, nella quotidianità di più di un decennio, ad inghiottire la vita della popolazione civile.

Leila, nata nel 1980 a Groznyj (Cecenia).

La vita a Groznyj era normale.

Sono nata a Groznyj, nel 1980, e fino all’età di 19 anni ho vissuto lì con la mia famiglia, i miei genitori, due sorelle e due fratelli.

Fino all’inizio degli anni Novanta, direi fino al 1992, tutto era normale, come ai tempi sovietici, non era avvenuto nessun cambiamento particolare. La vita a Groznyj era normale.

Ricordo i tempi della scuola. Ad esempio, in una classe di 30 ragazzi, 18 o 19 erano russi, 7 o 8 ceceni, e 1 o 2 ingusci. I russi erano di più, e stavano spesso insieme, normalmente invece i ceceni facevano amicizia tra di loro. Fino al settimo anno nella mia classe non c’era nessun inguscio, a parte me. Io non sentivo di essere la sola inguscia, e che gli altri erano ceceni o russi. Eravamo tutti amici, non c’era discriminazione etnica. Poteva succedere che dei bambini ceceni che provenivano dalla montagna, o da piccoli villaggi e parlavano male in russo, venissero emarginati. Ma perché erano dal nostro punto di vista poco educati, e con loro non facevamo amicizia. C’era una grossa differenza tra chi viveva in città e chi viveva in campagna.

In quegli anni non mi sono mai chiesta come mai a Groznyj vivessero più russi che ceceni. Mai, neanche una volta, perchè anche a casa i nostri vicini erano praticamente tutti russi, nel cortile giocavamo tutti insieme, e anche a scuola tutti gli insegnanti erano russi. Quando una volta venne a insegnare nella mia classe una maestra di matematica cecena, per noi fu una cosa così strana…Era una cosa rara, ad esempio, anche solo chiamarla per nome, mi faceva strano: i nomi degli insegnanti di solito erano Tatjana Nikolaevna, Olga Nikolaevna, mai avrebbe potuto esserci, ad esempio, una Madina Mustafaeva…

Per quanto riguarda le lezioni, a scuola non si parlava mai della nostra storia, né delle deportazioni.

Solo all’università, più o meno nel 2000, iniziai a studiare la storia del mio popolo, perché c’era un corso sulla storia della Cecenia e dell’Inguscezia, e allora si parlava di queste vicende e del fatto che per secoli c’era stato un feroce scontro tra Russia e Cecenia.

Ma che i nostri popoli, ingusci e ceceni, fossero stati deportati da Stalin, l’avevo scoperto qualche anno prima, me l’aveva raccontato mia nonna.

La nonna di Leila, Aishet, nata nel 1926 a Nazran’ (Inguscezia)

Dopo quello che ho visto ora a Groznyj, penso che sarei rimasta tutta la vita in Kazachstan.

Quando ci deportarono noi non ce lo aspettavamo, non lo sospettavamo…non ci credevamo.

Alla fine del 1943 nella Ceceno-Inguscezia erano venute molte truppe dell’esercito. Gli ufficiali venivano nelle nostre case, spiavano, chiedevano di cosa ci occupavamo, quanti eravamo in famiglia. Quando gli chiedevamo: la guerra sta finendo, perché voi siete ancora qua? Rispondevano che il 23 febbraio ci sarebbero state delle manovre militari. Non ci avvertirono, nascosero quello che stavano preparando…non c’erano neanche voci. Una volta accadde che una russa si mise a litigare per il posto in una coda, e poi ci disse: tanto presto vi porteranno via tutti. E la imprigionarono perchè non ci fossero sospetti.

I soldati il 23 febbraio del 1944, alle 6 del mattino, bussarono e dissero: preparatevi.

Abbiamo guardato fuori dalla finestra, nel cortile, e abbiamo visto che tutti, ragazzi, vecchi, malati, erano stati divisi in 4 file, fino alla fine della nostra strada. E poi spinsero tutti gli uomini in un altro cortile e li circondarono coi fucili. Mentre tutti gli uomini e i ragazzi erano in fila, vennero da noi e dissero: vi diamo mezz’ora per prepararvi, prendete con voi 20 kg per persona, non prendete niente di più. E noi non sapevamo cosa prendere da portarci via, se mais o vestiti. Un ufficiale disse a mia mamma: uccidi le anatre, vi portano lontano, tu hai bambini piccoli…Ma la mamma gli rispose: sono di una buona razza le mie anatre, non le ammazzo. E quindi le bestie rimasero lì.

Ci trasportarono sui dei camion e ci portarono in stazione. Lì c’erano molti vagoni, file enormi di vagoni per il bestiame. Ci spinsero con altre 5 famiglie in uno di questi vagoni.

Viaggiammo per due settimane. Dentro ai vagoni era orribile, nel mezzo c’era una stufetta, ma faceva freddo, nevicava, e la legna ce la davano solo quando il treno si fermava. Sui vagoni non c’era il bagno e se qualcuno durante le fermate usciva perché ne aveva bisogno, ma poi non faceva in tempo a risalire, restava lì, gli sparavano. Molte persone sono morte durante il viaggio…

Ci portarono in Kazakhstan, ma noi non lo sapevamo, perché non ci dissero nulla sulla destinazione, e non ci avevano detto neanche perché ci deportavano. Solo dopo abbiamo scoperto che Stalin ci aveva accusato tutti di aver collaborato coi nazisti.

Sul treno, il papà aveva con sé una carta geografica dell’Unione Sovietica (e con quella poi gli cucimmo una camicia) e seguendo questa carta disse: ci portano nel Kazakhstan del nord. Noi non sapevamo nemmeno cosa fosse il Kazakhstan.

Quando le nostre case furono libere, gli osseti, che non erano stati deportati, occuparono subito le migliori. A Nazran era rimasta una ragazza, la cui mamma era osseta. E’ lei che ce lo ha raccontato perchè poi la catturarono e la mandarono in Kazachstan. Le nostre terre, le terre ingusce, furono date all’Ossezia del nord, e quando poi tornammo dalla deportazione, nel 1957, non ce le restituirono, rimasero all’Ossezia. Con gli osseti non ci sarà mai pace. Comunque, la nostra casa era occupata dagli osseti, e noi nel 1957 allora ci trasferimmo a Groznyj, dove ho vissuto fino all’inizio di questa guerra…Ma dopo quello che ho visto ora a Groznyj penso che sarei rimasta tutta la vita in Kazachstan, nonostante il freddo, la fame, la condizioni difficili, il fatto che eravamo lontano dalla nostra patria…Ma la guerra in Cecenia è peggio, è peggio anche della guerra di allora…allora i nazisti che erano arrivati per invadere il Caucaso non sparavano sulle case, contro di noi. Ma adesso? I russi, e anche i nostri, contro di noi…

Leila

La situazione non poteva andare avanti così, c’erano due possibilità: o ci sarebbe stata un’esplosione improvvisa di violenza, oppure le cose sarebbero migliorate.

All’inizio degli anni Novanta crollò l’Unione Sovietica.

Io allora avevo 12 anni. Si, mi rendevo conto di quello che succedeva. Le cose cambiarono, nel senso che ad esempio, quando arrivò Dudaev, i miei genitori smisero di andare a lavorare perchè non pagavano più gli stipendi, chiudevano le fabbriche perché rubavano e tutti i soldi venivano spesi per comprare armi. Così dicevano, poi non so, magari invece andavano a finire nelle tasche di qualcuno. Tutto smise di funzionare. Questo prima della guerra. Pian piano, e la gente iniziò ad emigrare. Non era più possibile vivere in Cecenia. Non c’erano soldi, c’era una situazione economica pessima, e chi aveva figli, una famiglia, emigrava in Russia.

A casa parlavamo di quello che stava accadendo, ci rendevamo conto che la situazione non poteva andare avanti così, che c’erano due possibilità: o ci sarebbe stata un’esplosione improvvisa di violenza, oppure le cose sarebbero migliorate. Ovviamente le cose non andarono per il verso migliore, e l’esplosione si verificò.

Poi a Groznyj iniziarono ad organizzare delle manifestazioni nelle strade. Ci andavano molte persone, spesso però ci andavano senza nemmeno sapere di cosa si trattava, solo per vedere. Erano manifestazioni per l’indipendenza, la gente gridava: “vogliamo essere indipendenti”, “la Cecenia via dalla Russia”, erano questi i toni.

Nello stesso periodo l’Inguscezia si staccò dalla Cecenia. Tutto si verificò in modo molto semplice. Tutti i meeting per l’indipendenza della Repubblica Ceceno-Inguscia si svolgevano a Groznyj, i manifestanti erano praticamente tutti ceceni, e anche Dudaev era ceceno. Sull’Inguscezia neanche una parola. In sostanza il tutto riguardava solo la Cecenia.

Poi divenne chiaro che la Russia non avrebbe lasciato andare la Cecenia, e che ci sarebbe stato uno scontro armato, cioè tutti lo sospettavano, perchè l’opposizione si stava già armando: tra il governo in carica e Dudaev c’era già scontro. Questo avvenne prima dell’inizio della guerra, e già allora, tra le persone comuni, giravano molte armi.

Allora l’Inguscezia si staccò dalla Cecenia e rimase parte della Russia, capendo che stare con la Cecenia significava affrontare una guerra. Poi, successivamente, i ceceni in qualche modo videro la decisione degli ingusci come un tradimento. Non credo che gli ingusci si siano comportati da traditori. Alla fine, quando a Groznyj si svolgevano i meeting per l’indipendenza, si parlava sempre solo e soltanto del popolo ceceno. Il centro di tutto era Groznyj, i soldi erano lì, Nazran alla fine era solo un grande villaggio.

Così nel 1992 fu creata la Repubblica Inguscia, che però non aveva né un governo né dei confini. E gli ingusci iniziarono a reclamare che l’Ossezia del nord gli restituisse le loro terre, quelle che Stalin aveva regalato all’Ossezia dopo la deportazione.

Magomed, nato nel 1981 nel Prigorodnij Rajon (provincia contesa dall’Ossezia del nord e dall’Inguscezia, teatro del conflitto osseto-inguscio del 1992)

Quello di Stalin è stato un errore politico, che potrebbe creare morti per altre centinaia di anni.

La situazione tra Ossezia del nord e Inguscezia è un po’ paragonabile alla Palestina, quando due popoli combattono per un territorio. Il problema da noi è nato quando Stalin ha deciso di deportare i ceceni e gli ingusci dalle loro terre e ci ha messo altri popoli, e le terre ingusce le ha date all’Ossezia del nord. Ma poi nel 1957, quando gli ingusci sono tornati dalla deportazione, il Prigorodnij Rajon è rimasto all’Ossezia del nord. Quello di Stalin è stato un errore politico, che potrebbe creare morti per altre centinaia di anni, perché i popoli del Caucaso sono molto legati alle loro terre.

Nel ’92 io ero piccolo, ma mi ricordo che nel villaggio in cui abitavo c’erano sempre problemi con gli osseti. E poi la violenza è aumentata, sempre di più.

Un giorno sono arrivati i carri armati, e si sono messi a sparare contro le case. Allora siamo usciti di corsa, e abbiamo visto che sul nostro cancello, in basso a destra, c’era una croce bianca, dipinta di fresco. E così su tutte le case dove abitavano gli ingusci.

Siamo scappati in una fattoria, in fondo alla strada, perchè sapevamo che c’era uno scantinato. E quando siamo arrivati abbiamo visto che c’erano già altre persone che si nascondevano. Siamo rimasti lì 3 giorni, le donne e i bambini sotto, gli uomini, armati, sopra. E tutti dicevano: tra un po’ arrivano i ceceni, ad aiutarci, a salvarci. I ceceni non sono venuti, ma tutti ci speravano lo stesso. Dopo 3 giorni sono arrivati due militari osseti. Hanno detto che ci avrebbero scortato fino al confine con l’Inguscezia e da lì saremmo andati avanti da soli. Ci hanno dato due camion, la gente ha iniziato a salire, ma appena siamo usciti sulla strada sono arrivate altre macchine militari. Hanno picchiato gli uomini, gli hanno tolto le armi, invece di portarci in Inguscezia, ci hanno trasportato a Sunzha, e lì è iniziato un altro incubo. Ci hanno tenuto in ostaggio per 3 settimane. Ci hanno dato da mangiare solo dopo tre giorni, e quando hanno portato il pane…Eravamo più di 200, tutti affamati…

L’ultimo giorno hanno diviso i maschi, tutti quelli che avevano più di 18 anni. I più piccoli, i bambini e le donne, ci hanno portato al confine con l’Inguscezia. Eravamo contenti…Ma al confine gli ingusci dicono: non abbiamo niente da scambiare. Ci avevano preso in ostaggio per scambiarci con gli ostaggi osseti presi dagli ingusci. Ma gli ingusci non avevano ostaggi osseti con cui scambiarci.

Allora ci hanno trasportato a Beslan, non nella Scuola, ma in una palestra, vicino all’aeroporto di Beslan. A Beslan siamo rimasti solo un giorno, e poi ci hanno riportato sul confine. Hanno scambiato 200 ingusci con 7 osseti. Mio padre invece l’hanno liberato solo dopo 3 mesi, e non ci ha mai raccontato cosa gli è successo in quei mesi.

In Inguscezia, abbiamo vissuto a casa dei nonni. Ma non era normale. Anche se ero inguscio, in Inguscezia, io, anche a scuola, ero sempre il “profugo”. Poi nel 1994 è scoppiata la guerra in Cecenia….ma allora io ho pensato che quella era la loro battaglia, non la nostra. Alcuni miei compagni di scuola poi invece sono andati a combattere a fianco dei ceceni. Ma a me era bastato quello che avevo già visto e vissuto. Se capisci che la tua vita non vale niente, che una persona con la pistola in mano può decidere se vivi o no, allora dopo riesci a vedere le cose in modo più ampio.

Leila

Mio papà doveva accompagnarmi dovunque. Questo dai 14 ai 19 anni. Né discoteche, né cinema, anche andare a scuola era pericoloso.

Ricordo che nel 1994, il 25 agosto, andai in vacanza sul Mar Nero in sanatorio per tre mesi, era tutto stupendo. C’erano ragazzi da tutte le parti della Russia e c’era un clima di amicizia con tutti.

Ogni tanto scrivevo lettere a casa, ma nessuno mi rispondeva.

Dopo che per due mesi non avevo ricevuto nessuna risposta, andai dalla maestra. Non vedevo la tv perché gli insegnanti ce lo proibivano. Allora parlai con la maestra, e lei mi disse che la posta funzionava regolarmente, cioè che gli altri ragazzi ricevevano lettere. Ma poi aggiunse: dove vivi tu c’è una brutta situazione, tutte le strade sono chiuse, e per questo per te non arriva posta. Io mi chiedevo cose significasse tutto questo, cosa volesse dire la maestra.

Poi successe che non mi vennero a prendere in sanatorio. Di solito i genitori venivano a riprendere i bambini un paio di giorni prima che finisse il campo estivo. Dovevano venirmi a prendere il 21 novembre, ma non arrivò nessuno dei miei. Allora iniziammo a cercare di chiamare, di telefonare a casa e capire cosa stava succedendo, ma non riuscivamo a metterci in contatto.

Mio papà arrivò soltanto il 26 novembre. Mi disse che era stato difficile, che le strade attorno a Groznyj erano chiuse e i treni non viaggiavano. Ma non mi disse il perché.

Così ripartimmo, in autobus, viaggiammo per due giorni interi. Arrivammo, era inverno, e io mi accorsi che la città era cambiata, che i volti delle persone per strada erano tesi. Certo, avevo chiesto a mia mamma perchè non aveva mai risposto alle mie lettere. La posta non funziona. Perchè? Non so, così ha riposto. Non funzionava niente, non pagavano gli stipendi, la gente se ne andava. Non c’era la guerra, ma tutto stava cadendo a pezzi.

Poi, dopo una settimana, arrivò il cugino di mio padre e gli disse che bisognava portarci via, noi bambini, per due settimane. Via dalla Cecenia. Prendete poche cose, staremo via poco.

Così ce ne andammo, e due settimane si trasformarono in quattro mesi. Andammo a Maiski, tra l’Ossezia e l’Inguscezia, da dei parenti di mio padre.

Era il 1994, quindi c’era già stato il conflitto tra osseti e ingusci. La situazione a Maijskij era tesa. Ci dissero, non andate per strada, non andate da nessuna parte da soli, diteci sempre dove andate. Ce ne stavamo tutto il giorno al chiuso, perché avevamo paura.

La nostra situazione in Inguscezia era difficile: dormivamo per terra, non c’erano soldi, non c’era cibo, spesso non avevamo nulla da mangiare. Molti erano scappati dalla Cecenia, e la maggior parte, come noi, era venuta in Inguscezia.

Mio papà era rimasto in Cecenia, e venne in Inguscezia solo prima di capodanno, quando ormai a Groznyj bombardavano pesantemente ed era pericoloso restare. Era rimasto là perchè all’inizio, anche se pericoloso, pensavamo che cercassero solo i ribelli. Invece alla fine uccidevano tutti, anche i civili, e quindi ci raggiunse a Maijskij.

Poi tornammo a Groznyj, anche perché non avevamo un altro posto in cui andare. La famiglia che ci ospitava in Inguscezia era molto povera, non c’era lavoro, e non avevano i soldi per sfamarci tutti.

In molti allora tornammo in Cecenia, speravamo che la guerra sarebbe finita, che non saremmo più dovuti scappare.

Dove vivevo io a Groznyj non c’erano state distruzioni, anche i vetri alle finestre di casa mia erano rimasti interi. Invece nei quartieri centrali, vicino alla sede presidenziale, mi dissero che era tutto distrutto. Ovviamente nessuno mi permise di andare a vedere. Io stavo in casa. Se volevo andare dalla nonna il papà veniva con me, mi accompagnava dovunque. Questo dai 14 ai 19 anni. Né discoteche, né cinema, anche andare a scuola era pericoloso. Quando tornammo continuava a non esserci possibilità di lavorare, vivevamo poveramente, facevamo la fame. Ma eravamo felici che nessuno dei nostri cari fosse morto, che la nostra casa fosse intera.

I soldi però continuavano a mancare, non pagavano gli stipendi, e così i miei genitori iniziarono lentamente a vendere le nostre cose. All’inizio il divano, poi i letti, poi tutte le cose belle della mamma. Risparmiavamo, vivevamo…

Poi nel 1996, il 6 agosto, entrarono i guerriglieri in città. Di nuovo iniziarono i combattimenti e di nuovo ci toccò andarcene.

Lidija, nata nel 1961 a Groznyj

Quante volte ancora ci toccherà alzarci, e andare via? Quante volte ancora dobbiamo abbandonare la nostra patria?

E’ il sistema che ha costretto la gente ha porsi delle domande, con i suoi atteggiamenti, le sue azioni. Ora parlano di terroristi, ceceni. Ma la questione è: da soli questi terroristi non sarebbero potuti comparire. E’ il potere, il sistema che li fa nascere.

Io parlo delle persone che subiscono violenze, sia dai federali e sia Kadyrovzy. Che scelte hanno? O lavorare per i taglia gola, quelli che hanno il potere ora in Cecenia, o per l’FSB, oppure andare nei boschi, nascondersi, darsi alla macchia. I terroristi…penso alla deportazione. Allora li chiamavano banditi. Mio padre me lo ha detto: allora ci chiamavano banditi, e la deportazione era la punizione che Stalin aveva deciso ci meritassimo. Ma rispetto a voi, rispetto alle nuove generazioni, siamo stati più fortunati. Ci hanno privato della nostra patria, ma almeno Stalin non ha lanciato bombe su di noi.

E nel 1996, ad agosto, quando ci diedero 24 ore per evacuare dalla città, mio padre disse: Dio mio, quante volte ancora ci toccherà alzarci, e andare via? Quante volte ancora dobbiamo abbandonare la nostra patria?

Leila

Quando siamo tornati a Groznyj per me è stato terribile, vedere tutta quella distruzione, mi veniva da pensare, ma sono degli adulti, non potevano trovare un accordo ed evitare tutta quella distruzione?

Il 20 agosto del 1996 il generale Pulikovskij diede 24 ore perché i civili abbandonassero la città: stavano pianificando bombardamenti a tappeto.

Diedero un corridoio di fuga dalla Cecenia per i profughi, ma prima ancora che trascorressero 24 ore, iniziarono a bombardare, e molte persone che cercavano di fuggire morirono.

Sentivo che sparavano, che i bambini piangevano, ma non riuscivo a vedere esattamente cosa succedeva. Sulla strada su cui stavamo camminando per scappare passò una macchina con dei guerriglieri, con le loro bandiere cecene, ed erano armati. E a seguirli passò un carro armato russo, li inseguivano, ma non fecero nulla. Noi camminavamo verso Znamenskoe, a nord, perché i confini con l’Inguscezia erano chiusi. E’ una strada molto stretta, ci sono le case. E il carro armato era enorme, occupava tutta la strada. Mentre passava, era possibile vedere che la macchina dei guerriglieri era già arrivata in fondo alla strada e aveva girato. E nonostante questo, mentre il carro armato passava vicino alla gente, i soldati che erano a bordo si misero a sparare contro i civili. Sul bordo della strada c’era una casa, con una porta aperta. Io vedevo che tutta la gente cominciava a buttarsi a terra, e noi ci rifugiammo in questa porta aperta. Vedevamo sui muri i segni delle pallottole, capivamo che era in corso una battaglia violenta, lo capivamo, e i bambini più piccoli vedevano tutto questo, erano spaventati, ma io cercavo di resistere, di essere forte. In quella casa abitava un signore anziano che cercò di calmarci, di tranquillizzarci.

Nel frattempo mio papà e mio fratello erano andati avanti, la mamma era da qualche parte dietro di loro, e io e i fratelli più piccoli eravamo più in fondo. Riuscivo a vedere davanti mio papà e mio fratello che correvano, ma non riuscivo più a vedere mia mamma, avevo paura che fosse morta. Mentre succedeva tutto questo ognuno di noi stava portando delle valige. Allora ho buttato via tutto, e mi sono messa a cercare la mamma tra le persone stese a terra, c’erano bambini, uomini e donne. Non riuscivo a trovarla, mi sono rimessa a correre. E poi la vedo, seduta su una valigia che piange, ma sana e salva. Mamma non piangere, non sei ferita, è tutto a posto, le ho detto.

E poi andammo avanti, non ce la facevamo più, avevo voglia di fermarmi, di restare lì, succeda quel che succeda. E non è ancora il peggio. Ci mettemmo due ore a percorrere questa strada, faceva caldo, era agosto. E quando arrivammo alla fine della strada, lì dovevano esserci gli autobus apposta per i civili che stavano scappando. Ma ci dissero: noi non vi portiamo da nessuna parte. La strada è chiusa, bombardano, sparano. Ci mettemmo a supplicarli, e a fatica mio fratello trovò un autobus disposto a partire, che si riempì subito di gente. Salimmo su questi autobus, viaggiamo per 5 ore fino a Znamenskoe.

Quando arrivammo a Znamneskoe non c’era nulla, nessun mezzo di trasporto per l’Inguscezia. Era terribile, in molti piangevano, eravamo stanchi, faceva caldo, c’erano persone ferite. Stavo male. La settimana prima avrei dovuto iniziare l’università, stavo studiando matematica, volevo iscrivermi alla facoltà di economia. Avevo già tutti i documenti pronti. E in quel momento mi veniva da pensare: al diavolo l’università e tutto il resto, non mi importa più di niente se non di restare viva.

Arrivammo in Inguscezia di sera. E restammo lì, nella piazza centrale di Nazran per un bel po’: non sapevamo dove andare, non c’era nessuno da cui andare. Avevamo molte borse, eravamo troppo stanchi.

Andammo da dei parenti del papà, e li restammo fino al primo ottobre. Anche stavolta la situazione era difficile, spiacevole. Non avevamo soldi, e abbiamo iniziato a vendere tutto ciò che avevamo, ci eravamo portati via solo le cose più preziose. Iniziammo a vendere i miei vestiti, anche perchè ormai di cose più preziose non era rimasto niente.

Era il 1996, e a ottobre tornammo in Cecenia. Dissero che non c’erano più guerriglieri e che i russi si erano ritirati, c’erano già stati i trattati di Khazav Jurt, e il generale Lebed aveva fatto ritirare i soldati russi.

Ci dissero che tutto sarebbe andato bene ora, che avremmo costruito finalmente la nostra Repubblica, ci dissero, tornate tutti, tutto ora andrà a posto.

Quando tornammo era rimasto tutto uguale, se non peggio. A livello economico era ancora peggio di prima, e questa volta Groznyj era in rovine, era già distrutta al 70 per cento.

Mentre entravamo in città per me è stato terribile, vedere tutta quella distruzione, mi veniva da pensare, ma sono degli adulti, non potevano trovare un accordo ed evitare tutta quella distruzione? Perchè due persone non possono accordarsi, Dudaev e El’cin? Perchè tante persone sono dovute morire per questo? Perchè gli altri paesi non dicono niente? Questi sono stati i miei pensieri, mi sono chiesta: perchè ci è successo tutto questo?

Aneta, nata a Vladikavkaz nel 1967. Il primo settembre 2004, con le sue due figlie piccole, era nella Scuola n.1 di Beslan.

La gente ne sapeva poco, e forse non voleva nemmeno sapere.

Quello che è successo è un incubo. Perché nonostante il fatto che a un centinaio di chilometri da noi, in Cecenia, ci fosse una guerra, noi non sentivamo particolarmente questo problema. Non facevamo nulla perché questa guerra non ci fosse. Anche prima c’erano stati degli attentati. Scoppiavano bombe…ma non c’erano stati eventi di una tale portata. E la gente semplicemente pensava, questa cosa non mi tocca, non mi riguarda. Così…. Ma non si può nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, perché tanto la cosa prima o poi ti riguarda.

Noi da tantissimo tempo abbiamo problemi con gli ingusci, scontri, una guerra….Ma i ceceni, non è che li considerassimo la stessa cosa che gli ingusci, ma comunque un popolo a loro vicino. Per il resto, tra ceceni e osseti non è che ci fossero problemi concreti.

Della guerra in Cecenia, sì, sapevamo che moriva la popolazione civile, ma non capivamo la necessità di quella guerra. Io avevo un’ amica di Groznyj e lei mi raccontava le violenze che subiva la gente, indipendentemente dalla nazionalità. Sia dai federali, sia dai loro terroristi. Cioè, la gente comune era tra due fuochi. Ma sinceramente, io sapevo queste cose solo perché avevo un’amica che me le raccontava. Ma la gente, gli osseti, ne sapevano poco, e forse non voleva nemmeno sapere.

Perché è stato così terribile? Perché noi da una condizione di pace siamo passati a una condizione di guerra, e nella sua forma peggiore. Il mondo per me personalmente si è capovolto. Io personalmente ora non capisco il senso del mondo. Tutti quelli che hanno perso i loro bambini…il loro mondo si è spezzato.

L’uno settembre ho preparato Alana per la scuola. Mio fratello era passato a prenderla e sono andati insieme a comprare i fiori. Io invece ero rimasta con Milena, la più piccola, non volevo portarla a scuola. Sono uscita in cortile, per lasciarla a qualcuno, ma non ho trovato nessuno e allora mi sono detta, va bene, me la porto dietro.

Alana era andata prima con mio fratello, ed era già a scuola. Io e Milena siamo arrivate dopo. C’era la musica, tanta gente, i bambini cantavano. Poi sono andata dalle insegnanti. Alana era con le sue compagne di classe.

E poi alle nostre spalle ci siamo trovati coi fucili puntati alla schiena. Mi sono girata e ho visto un uomo con la barba, un fucile, un volto terribile. E ho pensato, Dio mio, un pazzo…..ma poi ne ho visti altri, in altri punti della scuola. E allora ho capito che non si trattava di un maniaco…..la gente è come impazzita, terrorizzata, e io ho cercato di allontanarmi con Milena per cercare Alana………………………….

………………………………………………………………………………………………………………………………A un certo punto ci hanno lasciato andare in bagno. Ci ha accompagnato una donna, una kamikaze. Con la cintura, e le pistole. E io mi giro e le dico: che Dio è il vostro che vi costringe a fare queste cose? Dio non fa così.

Lei mi ha guardato. Non ha detto niente. Ma mi è sembrato che soffrisse. Ho avuto la sensazione che stesse soffrendo….Poi, successivamente, l’hanno fatta saltare in aria………………………….

………………………………………………………………………………….. ……………………………………….Il secondo giorno hanno fatto entrare Aushev, l’ex presidente dell’Inguscezia. Si è guardato in giro, è entrato nella sala, e dopo 15 minuti è corso da noi un guerrigliero e ci ha gridato: veloci,veloci, verso l’uscita.

Io ero nel bagno, insieme ad altre donne coi bambini piccoli. Immaginavamo che proprio sui neonati avrebbero fatto trattative e che li avrebbero fatti uscire o per primi o per ultimi. Insieme alle altre madri ci eravamo messe d’accordo, avevamo deciso che avremmo dato i neonati ai nostri figli più grandi e noi saremmo rimaste dentro al posto loro.

E quel guerrigliero si è messo a gridare: le donne coi neonati, via, dovete uscire. E io gli ho chiesto: può essere la mia figlia più grande a portare fuori la mia bambina più piccola? Ma lui mi ha urlato contro: non hai capito cosa ti abbiamo ordinato?

Allora mi sono voltata verso Alana e le ho detto, resisti tutto andrà a posto. Le ho detto, tutto andrà bene. E lei mi ha guardato. Io e Milena siamo uscite. Siamo uscite dal corridoio. La scuola era ormai tutta distrutta.

Camminiamo per il corridoio, usciamo nel cortile, e nel cortile c’e silenzio. Non c’era nessuno…C’era un silenzio mortale.

E quando già eravamo fuori dal recinto, qualcuno grida: correte, correte. E allora mi sono messa a correre, tenevo in braccio Milena.

Allora camminavo e non sapevo cosa facevo, ero come in trance, non capivo niente.

Adesso mi ripeto in continuazione: avrei potuto portare in salvo la bambina più piccola, Milena, e tornare indietro, da Alana.

Ma allora non capivo cosa stavo facendo…………………………………………………………….

……………………………………………………………………………………………………………..

…………………………………………………………………………………

e così la mia bambina, la mia Alana, è rimasta là ………………………………………………………………………………………………..……………………………………………………………………………………………………………………………

Io lo so che questi terroristi li hanno fatti nascere le autorità con la guerra in Cecenia. Ma capite, delle persone forti, che volevano vendicarsi per quello che succede in Cecenia, lo sapevano contro chi vendicarsi, sapevano i motivi, sapevano chi l’ha incominciata la guerra. Ma gli uomini che sono venuti a combattere contro i bambini, contro uomini, donne, vecchi disarmati, senza pensare a niente, senza rimpiangere nessuno…Questa non è una lotta per la propria libertà e indipendenza. E Basaev non pensa al suo popolo. A lui serve solo la guerra.

Io certo, capisco che anche noi non contiamo niente per lo stato, per questo sistema, che detta e decide… Ma allo stesso tempo…

Leila

Non c’e mai stato un singolo giorno normale dal 1994 in poi, mai una notte in cui io andassi a dormire tranquilla, pensando che tutto era finito.

Dal 1996 al 1999 la Repubblica fu sotto il governo di Maschadov e Dudaev. Stavolta vivevamo male non a causa dei russi ma a causa dei guerriglieri, capivamo che gestivano i loro affari, e che noi persone comuni non c’entravamo niente. I soldi li avevano solo i militari e chi controllava il petrolio, chi riusciva a venderlo.

L’anno successivo mi iscrissi all’università. Ma non alla facoltà di economia, avevo cambiato idea e scelsi la facoltà di psicologia.

Non c’era acqua, non c’era luce. Per prender l’acqua bisognava pomparla dalla terra. Vivevamo al quarto piano, per portare 10 litri ci volevano due secchi. Ma la mia casa, allora, era ancora intera, e rimase intera fino al 1999.

I miei genitori erano ancora senza lavoro. Facevamo la fame. In alcuni piccoli villaggi fuori Groznyj la gente iniziava davvero a morire di fame. Di aiuti ne arrivavano pochissimi, e non si poteva vivere di questi aiuti. Non avevamo più niente da vendere, e io continuavo a dire a mia mamma: perchè non ce ne andiamo? Qui non si può vivere. E la mamma mi rispondeva: dove andiamo? Non abbiamo nessun posto in cui andare.

Poi iniziai a frequentare l’università. Formalmente la vita andava avanti, ma dentro di noi nessuno si sentiva sicuro, nessuno di noi era sicuro che il giorno dopo tutto non sarebbe ricominciato da capo.

Nel 1999, quando ero al terzo anno, iniziò di nuovo la guerra. Per noi era ormai indifferente chi avrebbe preso il potere, bastava che la smettessero di uccidere. In quei tre anni fu più calmo, nel senso che i russi smisero di bombardare, ma questa volta le armi le avevano i guerriglieri.

Io quei tre anni non li considero pace. Non c’e mai stato un singolo giorno normale dal 1994 in poi, mai una notte in cui io andassi a dormire tranquilla pensando che tutto era finito.

L’università funzionava, ma non in modo normale. Ad esempio le lezioni di due ore duravano al massimo 40 minuti. La mattina quando uscivo di casa non sapevo mai se ci sarei arrivata o no all’università, e quando uscivo dall’università lo stesso, mi chiedevo, ci arrivo fino a casa o no? All’inizio avevo paura dei russi, poi dei guerriglieri. Sarebbe potuto ricominciare tutto in qualunque momento.

Nel 1999 dovemmo scappare di nuovo: gli aerei russi avevano iniziato a bombardare l’aeroporto. Quel giorno mi trovavo in università. Sentimmo delle esplosioni, vedevamo gli aerei russi sopra di noi. E l’insegnante ci disse: non state nel cortile, possono colpire anche qui, entrate. Poi iniziarono delle esplosioni fortissime, ed era chiaro che non si poteva restare neanche lì. Il rettore dell’università ci disse di scappare a casa. Quando arrivai a casa in tv dissero che fondamentalmente era ricominciata la guerra. Basaev aveva già fatto incursione in Daghestan, e ora i russi lo cercavano in Cecenia.

Per noi quella iniziata nel 1999 è la terza guerra, non la seconda, perché per chi è rimasto in Cecenia, il periodo 1996-1999 è stato comunque un periodo più simile alla guerra che non alla pace.

Jakub, nato nel 1949 in Kazachstan, dove i genitori, ingusci, erano stati deportati.

Non mi stupirei se i soldati federali venissero qui, oggi, e sparassero contro di me e la mia famiglia

La gente ormai non pensa nemmeno che la situazione possa migliorare, ma solo peggiorare.

Le gente è abituata a nuove perdite, a nuove guerre, a nuove violenze, perché è quello che ci ha insegnato questo paese.

Io sono inguscio e abitavo a Vladikavkaz, in Ossezia. Il 1 novembre del 1992, quando è scoppiato il conflitto, sono dovuto scappare dall’Ossezia. Avevo una casa con una biblioteca enorme, e ho perso tutto. Sono scappato letteralmente con una valigia e la laurea in mano. Nessuno mi ha risarcito per le perdite.

Quello che vedete adesso, i libri intorno a me, li ho raccolti di nuovo. Ma dentro di me, sono preparato a nuove perdite. Dentro di me so che potrebbe succedere di nuovo, che potrei perdere la mia casa, i miei libri, il mio archivio. Perché mi è stato insegnato a pensare così. Anche adesso, dopo più di dieci anni da quel conflitto, e con la Cecenia a un centinaio di km da qui, quando sento un elicottero volare sopra la nostra casa, io non sono sicuro che non ci spareranno contro. E’ questo il paese in cui viviamo.

In qualunque momento potrebbero arrivare qui gli spetsnaz, distruggere, fucilare, arrestare, e nessuno potrebbe dire o fare niente. Perché oggi nei tribunali, ai processi, vengono assolte persone come il generale Budanov, il capitano Ullman.[1] Perché li assolvono? Perché uccidevano in nome di una qualche ideologia di Stato. In un paese dove si assolvono persone che hanno commesso omicidi di massa, la popolazione non può sentirsi al sicuro. Per questo io, come altri, sono pronto all’idea di perdere tutto di nuovo. E non mi stupirei se i soldati federali venissero qui, oggi, e sparassero contro di me e la mia famiglia.

Lo sanno tutti, lo hanno visto tutti, che a Beslan sono stati i soldati federali russi a sparare, e che la maggior parte delle vittime di Beslan è colpa delle forze federali russe, che sono intervenute durante la “liberazione” della Scuola.

E i terroristi, i guerriglieri, i wahabiti, sono state le nostre autorità a crearli. E anche il fatto che oggi il numero dei guerriglieri sia in crescita, è colpa delle autorità. Perché spingono la gente a vendicarsi, spingono le persone a farsi giustizia da sole.

Leila

Quando ti succede qualcosa di brutto, viene voglia di dimenticare.

Il peggio comunque e’ venuto dopo il 1999, dopo che sono tornati i russi. Allora a combattere non c’erano più i soldati russi giovani, di leva, ma quelli che uccidono per soldi, i mercenari. Ed era orribile, non importava più se c’erano bambini o donne, potevano in ogni momento prenderti, picchiarti, ucciderti.

Quando ci spostavamo in città ogni 20 metri c’erano dei posti di blocco. E controllavano, controllavano ad ogni posto di blocco. Quando andavamo in università la mattina in autobus, al posto di blocco i soldati dicevano al conducente: al ritorno portaci una cassa di birra. Dopo mezz’ora, sulla via del ritorno, il conducente passava dal mercato e gli portava la cassa di birra. I soldati si ubriacavano e iniziavano a sparare contro tutti. I soldati laggiù sono sempre ubriachi. E prova a non portargli la cassa di birra. La prima volta il conducente dell’autobus fu ucciso, perché al ritorno non aveva portato la cassa di birra ai soldati.

E tanti sono stati i casi simili. Ma non me li ricordo più, perchè quando ti succede qualcosa di brutto, viene voglia di dimenticare.

Io e mio fratello cercavamo di continuare ad andare in università, e mio fratello più piccolo a scuola. E ogni mattina, quando uscivamo, la mamma non sapeva chi di noi sarebbe tornato a casa la sera.

Poi nel 1999, in ottobre, ce ne andammo di nuovo, scappammo in Inguscezia. Nel gennaio del 2000 arrivarono in Inguscezia anche i nostri vicini di casa, che fino ad allora erano sempre rimasti a Groznyj. Ci dissero che la nostra casa era stata distrutta durante i bombardamenti. Allora era chiaro che non avevamo più un posto in cui tornare. Bisognava cercare altro. Dal 1999 ad oggi non abbiamo trovato un altro modo di vivere, la mia famiglia vive in delle baracche, vicino a Nazran’, in un campo profughi.

Aleksandr, nato nel 1959 a Vladikavkaz

E’ più facile dire di essere stati sconfitti dal terrorismo internazionale, che non ammettere di aver perso, per l’ennesima volta, contro un comandante ceceno zoppo.

La situazione dei rapporti tra osseti e ingusci è peggiorata in modo drammatico subito dopo l’attentato a Beslan.

Il motivo principale è che la primissima comunicazione che fu fatta su Beslan, era che la scuola era stata presa in ostaggio da una formazione armata di ingusci. E questo fu sufficiente perché tutti gli osseti pensassero che la tragedia di Beslan era stata organizzata dagli ingusci, una sorta di vendetta per il conflitto del 1992. Ma questo è falso.

Si, c’erano anche degli ingusci tra i terroristi, ma anche ceceni, e poi si è parlato anche di arabi, di neri…e a proposito, perché ancora oggi non sappiamo quanti e chi fossero i terroristi? Perché non è mai stato pubblicato l’elenco dei loro nomi?

Comunque, io sono convinto che l’attentato a Beslan sia stato la conseguenza della politica miope della Russia in Cecenia

Beslan non è stato un attentato di matrice “inguscia”, ma la dimostrazione dei guerriglieri ceceni che erano ancora in grado di combattere, e che avrebbero potuto fare un attentato in qualunque momento e in qualunque punto della Federazione russa.

Le forze speciali russe, a Beslan, hanno perso per l’ ennesima volta contro Basaev. Ma invece di ammetterlo, hanno detto che si trattava di terrorismo internazionale. E tutti i mezzi di comunicazione, all’indomani dell’attentato, hanno iniziato a parlare di forze oscure internazionali che avevano dichiarato guerra alla Russia.

Perché è più facile dire di essere stati sconfitti dal terrorismo internazionale, che non ammettere di aver perso, per l’ennesima volta, contro un comandante ceceno zoppo.

Io sono invece convinto che Beslan sia solo il frutto di una politica completamente sbagliata della Russia in Cecenia e nel Caucaso.

Ma il centro federale fa di tutto per negarlo, per negare qualunque rapporto tra Beslan la Cecenia.

Il 4 settembre 2004 il presidente Putin ha detto, e ve lo cito parola per parola: “Non vi è alcun legame tra la tragedia di Beslan e la politica

della Russia in Cecenia”.

Di fronte a una tale affermazione, non possiamo far altro che sorridere.


[1] Jurij Budanov è stato il primo ufficiale russo giudicato in tribunale per i crimini contro la popolazione civile cecena. E’ stato accusato di aver stuprato e strangolato una ragazza cecena nel marzo del 2000. Nel 2002 ha ottenuto la libertà perché dichiarato incapace di intendere e di volere al momento del crimine. Ritenuto innocente dall’opinione pubblica russa e dal ministro della difesa Ivanov, ha fatto richiesta di amnistia; Eduard Ullman è stato accusato di aver ucciso dei civili ceceni ad un posto di blocco nel 2002. Il capitano Ullman sostiene di aver eseguito degli ordini. Processato più volte, ma sempre ritenuto innocente dalla giuria.

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