Il caso della Bolotnaja

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Un giusto processo dovrebbe portare alla liberazione degli imputati

A Mosca è iniziato il processo giudiziario per i “disordini di massa” verificatisi in piazza Bolotnaja il 6 maggio 2012.
Tale evento difficilmente attirerebbe su di sé una tale attenzione se si trattasse davvero di un normale processo a chi ha preso parte agli scontri tra dimostranti e polizia. Episodi di questo genere avvengono in qualsiasi Paese. Negli Stati democratici, quando non portano a gravi conseguenze, non vengono di norma considerati reati seri, poichè si dà la massima priorità al diritto dei cittadini di manifestare.

Il 6 maggio 2012 non è accaduto nulla che si potesse meritare la definizione di “disordini di massa”, né dal punto di vista giuridico né da quello morale. Non ci sono stati poliziotti seriamente feriti, vetrine rotte, automobili ribaltate o tentativi di utilizzare armi da parte dei dimostranti. Non è stata presentata la benchè minima prova che confermasse le cattive intenzioni e il carattere di premeditazione delle azioni compiute dai manifestanti.
In compenso non si contano le testimonianze relative ad atti di scarsa professionalità della polizia, che hanno portato agli scontri, e a un’applicazione inadeguata della forza da parte degli agenti.
Nel corso delle indagini la Commissione d’inchiesta si è messa subito e senza esitazioni dalla parte delle forze dell’ordine. La parzialità dell’indagine, l’enfasi esagerata degli organi inquirenti nel tratteggiare i fatti, le folle di testimoni pronte a indagare un tafferuglio qualsiasi, le inadeguate misure cautelari decise dal tribunale: tutto questo merita già di per sé grande attenzione da parte dell’opinione pubblica.

Nel caso della Bolotnaja c’è tuttavia un ulteriore aspetto inquietante, che rievoca il tragico passato del nostro Paese: la caccia al “complotto”.
Malgrado l’evidenza e il buon senso, gli investigatori tentano di “montare” un’azione di gruppo, scovando il complotto dove non ce n’è traccia. Come nella peggiore tradizione nazionale stanno cercando nei fatti del 6 maggio una “pista internazionale” e la trovano: si tratterebbe dell’ostile Georgia che, per la vertiginosa somma di 30.000 dollari, avrebbe pianificato il rovesciamento del governo russo.
Sono i mass media asserviti al Cremlino a promuovere questa goffa messa in scena, a cui hanno senza dubbio dato il loro contributo anche gli eredi di Dzeržinskij e Andropov.
Quanto accaduto costringe a pensare che il «processo della Bolotnaja» non debba essere considerato una consueta inchiesta criminale, quanto piuttosto un processo politico. La motivazione politica delle azioni di protesta è evidente e non fornisce di per sé l’immunità da un’azione legale nel caso in cui ci sia stata un’effettiva infrazione delle leggi. La stessa motivazione politica però è palese anche nelle azioni delle forze dell’ordine e già questo è assolutamente inammissibile. Una giusta sentenza dovrebbe liberare gli imputati e interrompere l’inchiesta per il semplice fatto che l’indagine è stata condotta in modo disonesto e parziale, negli interessi non del diritto, ma del potere.
Purtroppo quanto finora accaduto all’interno del «caso della Bolotnaja» non fornisce elementi per sperare in un giusto processo.
Qualunque ne sia l’esito, tale processo dimostrerà al Paese e al mondo quale Stato si sia costituito nella Russia di oggi: giuridico o di polizia.

Traduzione di Giulia De Florio ed Elena Freda Piredda

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