Intervista a Il’ja Jašin

Redazione Memorial Italia

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Intervista a Il’ja Jašin

«Devo sempre giustificarmi per essere finito in prigione». Intervista a Il’ja Jašin

Cinque mesi fa il tribunale circoscrizionale Meščanskij di Mosca ha condannato il politico Il’ja Jašin a otto anni e mezzo di colonia penale per aver diffuso «fake news» sull’esercito russo. Da dietro le sbarre Jašin continua a ribadire il suo no alla guerra e a Vladimir Putin. Il direttore di «Cholod» Maksim Zagovora gli ha scritto una lettera chiedendogli di rispondere a domande su guerra, carcere, compagni di cella, Russia e Aleksej Naval’nyj. Ringraziamo la redazione di Cholod per aver concesso la traduzione del testo originale uscito il 5 aprile 2023 e curato per noi da Corrado Piazzetta.

Come si sente, sia fisicamente, sia psicologicamente?

Nella norma. È chiaro che in prigione non ci si ritempra e che è un grande stress per l’organismo, ma cerco di non lasciarmi andare e finora ci sono riuscito. Per mantenersi in forma, il fisico va sollecitato. Ogni giorno, durante l’ora d’aria corro intorno al cortile e faccio trazioni alla sbarra. A volte riesco ad andare nella palestra del carcere e a lavorare col bilanciere e i manubri. Perciò nel complesso mi sento bene, anche se, naturalmente, mi mancano molto l’aria fresca e le belle camminate nella natura.

Sono anche contento di aver terminato le cure dentistiche prima dell’arresto, perché curare i denti in prigione è praticamente impossibile. Ci si accorge subito se uno è dentro da più di tre anni, perché è quasi certo che gli mancherà metà dei denti. Molti subiscono cali rapidi della vista, o hanno vecchie magagne che tornano a farsi sentire.

Ma indubbiamente la cosa più importante è conservare la sanità mentale. Il carcere induce sempre alla depressione e all’apatia. Se uno inizia a commiserarsi, ben presto finisce in un baratro emotivo da cui è complicato riemergere. Perciò è fondamentale non perdere l’energia vitale, tenere i contatti con i propri cari, leggere, scrivere lettere e testi, inventarsi qualcosa da fare, visualizzare il proprio futuro. Certo, è più facile a dirsi che a farsi, ma oggettivamente a me riesce meglio rispetto a molti altri detenuti. Innanzitutto, io sono in prigione per un qualcosa in cui credo sinceramente. E poi, ho un grande sostegno da parte della società, e questo mi dà una forza notevole.

Cosa le pesa di più da recluso?

Per quanto mi riguarda la cosa più difficile è l’isolamento sociale. Ero abituato a una vita attiva, a conoscenze nuove, ad avere amici in casa, a incontri innumerevoli. Ora la mia socialità si limita alla cella, agli spazi comuni del carcere, agli avvocati, alle lettere e ai rari incontri con i familiari ai due lati di un vetro. Non voglio negarlo: è dura. La cella angusta, l’impossibilità di passeggiare con un’amica, di telefonare ai miei cari: sono tutte cose che mi deprimono.

Ma in un modo o nell’altro cerco una via d’uscita da questo isolamento: che altro potrei fare? Spesso chiacchiero con gli altri detenuti, trascrivo i discorsi interessanti che sento; faccio pure qualche disegno. Oltretutto, qui la gente condivide volentieri le proprie storie, e io ascolto con riconoscenza. E devo ammettere che mi appassionano molto queste storie carcerarie in cui c’è ogni cosa: il dramma, la tragedia, l’amore, l’odio, i destini spezzati, il superamento di sé. Chissà, magari un giorno o l’altro potrei anche ricavarne un libro.

In carcere lei legge? E cosa di preciso?

Leggo molto. Per prima cosa ho divorato il libro di Viktor Frankl, lo psicologo austriaco che ha conosciuto i lager nazisti. Dà consigli molto ragionevoli e pratici su come sopravvivere in prigionia senza impazzire e tutelando sé stessi. Un lavoro davvero utile.

Ho letto con grande piacere il libro di Michail Fišman Il successore. È un bel racconto sulla vita di Boris Nemcov, lo consiglio a tutti. Ho letto Il convoglio per Samarcanda di Guzel’ Jachina e Fondazione di Isaak Asimov, che volevo prendere in mano da anni. Ora sto leggendo il romanzo di Henri Charrière Papillon, e aspetto ancora il nuovo libro di Bernhard Schlink La nipote, che mi recapiteranno presto. La letteratura è di grande aiuto in prigione.

Cosa dicono i detenuti della Russia, di Putin, della guerra?

Fra i detenuti sono rari i sostenitori del governo. Molti hanno sperimentato in prima persona i soprusi del potere e l’illegalità dei tribunali. Nessuno qui si fa illusioni sul conto del nostro Stato. Ma sono comunque pochi quelli che si lasciano andare ad affermazioni critiche: temono di dire apertamente quello che pensano. Verrebbe da chiedersi di cosa abbiano paura. Dopotutto sono già stati condannati. Ma in ogni cella, in ogni corridoio, in ogni spazio comune sono installati dei videoregistratori. Non mancano casi di detenuti che si sono ritrovati con nuove imputazioni per ciò che hanno detto in prigione. Sono sufficienti le registrazioni video e i rapporti del personale carcerario.

In ogni caso, di politica si parla, anche se il più delle volte con un linguaggio esopico. Per esempio, criticando Putin si ricorre a sinonimi tipo «il vecchio» oppure «quello» accompagnato dal caratteristico gesto del dito verso l’alto. C’è chi parla sottovoce, chi per allusioni.

Potrebbe sembrare curioso ma a esprimere le posizioni più radicali sono gli ex impiegati e funzionari finiti dietro le sbarre. In linea di massima, il regolamento prevede che gli ex «addetti pubblici» e i prigionieri ordinari siano tenuti separati, ma negli spazi comuni e nei furgoni cellulari ci si incontra ugualmente, e perciò si ha la possibilità di scambiare qualche chiacchiera.

Ho conosciuto generali, membri dell’FSB e viceministri. Naturalmente fa un’impressione strana quando un generale ti mormora all’orecchio che lui «in vita sua non ha mai votato per Russia unita» e che «finché quello non lo porteranno via con i piedi in avanti, nel paese non si risolverà niente».

E di lei cosa dicono i detenuti?

L’atteggiamento è vario. Di solito c’è interesse: molti da liberi guardavano i miei filmati e i miei streaming, leggevano i miei profili social. Mi capita spesso di incontrare sostenitori e follower. Tra i più calorosi ci sono i ceceni, che mi ringraziano per aver detto la verità su Kadyrov.

I primi tempi, devo ammettere, mi irrigidivo quando negli spazi comuni mi si avvicinavano tizi dai tratti caucasici e la barba lunga e mi chiedevano: «Tu sei Jašin?». Ma a quella frase seguivano sempre abbracci e parole di gratitudine. Naturalmente c’è anche perplessità, incomprensione: perché non me ne sono andato? Perché correre un rischio così grande? Qualcuno mi chiede di fare previsioni in merito alla guerra e alla situazione economica. Ma la cosa significativa è che in tutto questo tempo non ho mai subito una sola aggressione.

E che tipo di scambi ha con il personale del sistema penitenziario, i secondini?

Normalissimi. Inoltre, fin dai primi giorni per me è stata una rivelazione scoprire quanta solidarietà ci sia nei confronti miei e di quelli come me da parte del personale comune. Ho avuto molte più parole di sostegno dagli agenti di scorta e dagli ufficiali giudiziari di quante me ne sarei aspettate.

D’altro canto, che c’è da meravigliarsi? Il loro è un mestiere fatto di stipendi da fame, orari impossibili, umiliazioni dall’alto. E tutti temono che Putin dichiarerà un’altra mobilitazione, che potrebbe coinvolgere anche i dipendenti delle forze dell’ordine.

Naturalmente ho chiesto a queste persone che cosa li trattiene nel sistema. Di solito rispondono con un sospiro adducendo come motivo la difficoltà di trovare lavoro, mentre lì hanno perlomeno un minimo di stabilità. E, certo, da un punto di vista umano li capisco e simpatizzo con loro. Ma ogni volta che ci parlo mi torna in mente la strofa di una vecchia canzone dei «Nautilus Pompilius»: «I miseri pregano, pregano che la loro miseria gli sia garantita».

In generale, lei è un prigioniero come gli altri oppure nei suoi confronti hanno un atteggiamento peggiore? Oppure, al contrario, migliore?

Sono un detenuto comune. Come dicono qui, faccio parte della «massa indistinta». Ma sono sottoposto a un controllo più severo, certo. So, per esempio, che c’è l’ordine categorico dall’alto di non farmi disporre in alcun modo di un telefono non consentito. A volte, prima di un incontro con l’avvocato, mi perquisiscono con particolare scrupolo, mi ispezionano letteralmente fin dentro le mutande. C’è da dire che non ho mai notato né accanimento né sadismo nel modo di fare dei secondini. Tutto avviene relativamente nella norma. Almeno fino ad ora.

Nella sua ultima dichiarazione in tribunale ha detto di non pentirsi di niente. È cambiato qualcosa?

Non ho niente di cui pentirmi. Sono a posto con la coscienza, sono convinto delle mie ragioni e sono rimasto fedele ai miei principi. Mi sostiene una moltitudine di persone, le mie parole e i miei scritti sono accolti favorevolmente dalla società. Certo, i disagi quotidiani mi opprimono, ho nostalgia di casa, mi mancano i miei cari. Però mi sforzo di prendere quel che accade con filosofia. Purtroppo, la strada dalla dittatura alla libertà passa di frequente per la prigione, come dimostrano molti precedenti storici. È un cammino che bisogna percorrere con dignità.

In quell’occasione ha detto: «Meglio passare dieci anni dietro le sbarre senza perdere la propria onestà che bruciare in silenzio dalla vergogna per ciò che viene fatto in tuo nome». Esistono, però, anche altre possibilità: per esempio, andarsene e lottare a distanza.

Non so come si possa sconfiggere Putin a distanza. Ammettiamo che la primavera scorsa io mi fossi rifugiato da qualche parte in Europa, avessi iniziato da lì a trasmettere i miei streaming, a scrivere articoli, a frequentare i forum dei «bravi russi»… Innanzitutto, sono già in molti ad aver fatto questa scelta anche senza di me, e poi quale peso politico avrebbero avuto le mie parole all’estero? Dopotutto il potere specula da sempre su questo tema: «Gli agenti stranieri sono tornati di corsa dai loro padroni, hanno spezzato i legami con la Russia». E a essere sinceri bisogna ammettere che una parte significativa della società crede a questi argomenti, ed è una cosa che non ero disposto a ignorare.

Inoltre, è per questa ragione che il Cremlino preferisce spingere i suoi avversari a emigrare anziché farne dei prigionieri politici. Prima di mandare dietro le sbarre gli oppositori, cerca con tutte le forze di cacciarli dal paese. Se ti impunti e ti rifiuti categoricamente di andartene, allora finisci dentro.

Nella concezione del potere, chi emigra perde la propria superiorità morale e va incontro alla disfatta politica. Per questo avevano consentito a Naval’nyj di andare a curarsi all’estero: erano convinti che non avrebbe più avuto il coraggio di ritornare. Per questo Rojzman, l’ex sindaco di Ekaterinburg arrestato a marzo, è stato posto in un regime di libertà vigilata, nel chiaro tentativo di indurlo a scappare. Per questo nei quattro mesi prima dell’arresto ho ricevuto minacce e inviti più o meno espliciti ad andarmene.

Chi decide di rimanere in Russia malgrado la minaccia della prigione rompe gli schemi del Cremlino e diventa un problema per il potere.

Lei dice che si può lottare anche a distanza di sicurezza. Ho forse smesso la mia battaglia pur essendo in carcere? Sto forse zitto? Forse che la mia voce contro la guerra e contro la dittatura non si sente da dietro le sbarre? E in ogni caso mi sembra che l’effetto politico di ciò che scrivo dalla prigione e delle dichiarazioni che ho rilasciato in tribunale sia più forte di quanto sarebbe se dicessi le stesse cose da un caffè di Parigi. Semplicemente perché ho dimostrato di essere pronto a rispondere delle mie parole e a pagare per loro un prezzo altissimo.

Lei è per molti un esempio di politico coraggioso e intransigente. Un esempio, però, che sembra aver perso la sua carica motivante: se ti opponi al potere in Russia, ti attende inevitabilmente il carcere.

È incredibile che io mi debba sempre giustificare per essere finito in prigione. Non le pare che, se una persona innocente finisce dietro le sbarre, a dover essere giudicata non sia quella persona ma chi l’ha incarcerato illegalmente? Intendiamoci: io il carcere non l’ho scelto, non aspiravo certo a ritrovarmi qui dentro. Io ho scelto il mio paese, dove sono rimasto insieme al suo popolo. E sì, il mio esempio ha dimostrato alla società che gli oppositori vengono arrestati. E quale sarebbe la novità? Le dirò di più: gli oppositori vengono pure uccisi. Prenda l’esempio di Nemcov. Non sono stato io a creare un sistema dove la critica al potere equivale al carcere o alla morte. L’ha creato Vladimir Putin. Questo sistema l’ho contrastato da che ho memoria, e continuo a farlo nonostante il mio arresto.

Faccio fatica a commentare la sua accusa di essere un esempio demotivante. Qui dentro io cerco di tenere un comportamento dignitoso, non piagnucolo né mi lamento di nulla. Racconto degli altri prigionieri politici che incontro, e tento di aiutarli. Invoco la fine della guerra con tutto il fiato che ho. Scrivo articoli a favore dei miei connazionali per giornali americani. Dal mio punto di vista l’oppositore in carcere deve motivare i suoi sostenitori con la fedeltà ai principi, la tenacia e il comportamento dignitoso. Che io ci riesca oppure no, non sta a me valutarlo. Ma mi ci impegno.

Il suo amico Maksim Reznik, che ha pubblicato un articolo su «Cholod» il giorno del suo arresto, mi ha riferito che si vergogna di essere al sicuro in Europa mentre lei è in carcere. Come vuole rispondergli?

Maksim Reznik è una persona intelligente e perbene, e come tutti gli intellettuali pietroburghesi è abituato a riflettere. Non ha niente di cui vergognarsi, perché non ha taciuto ma si è espresso apertamente e con forza contro la guerra criminale in Ucraina. E continua a farlo. Perciò ha la coscienza pulita.

Ma penso che, se me ne fossi andato e non fossi finito in prigione, ora mi rammaricherei e mi tormenterei proprio come Maksim. Forse, da un punto di vista psicologico per me è più facile che per lui. Non le nascondo che pure questo pensiero ha avuto il suo peso nella mia scelta di rimanere in Russia.

Ciò nonostante, voglio dire a tutti i nostri emigrati che la vita continua. Non è questo il momento di darsi alla tristezza e all’apatia. Ognuno deve mettersi in moto e fare tutto ciò che è nelle proprie forse perché la guerra finisca al più presto e Putin se ne vada.

Come reagisce quando sente commentare la fedeltà ai suoi principi con frasi tipo «Jašin vuole diventare il nuovo Naval’nyj e per questo si è fatto arrestare»?

Io e Naval’nyj ci conosciamo dal 2001 e insieme ne abbiamo viste di cotte e di crude. In tutti questi anni lui mi ha aiutato e io l’ho sostenuto. Aleksej è un amico e un alleato, e io sono sinceramente in pena per la sua sorte.

Ma dica sinceramente: non vorrebbe essere il principale politico d’opposizione in Russia? Cioè essere più popolare di Naval’nyj?

Parlare di competizione fra me e lui è quantomeno strano. Per cosa dovremmo competere? Per il posto in cella? Oppure per una dose di Novičok? Non esiste nessun oppositore «principale». Esistono persone che si contrappongono ai ladri e agli assassini che si sono impadroniti del potere in Russia. Ciascuno lo fa in base alle proprie forze e al coraggio personale.

In Russia, malgrado tutto, ci si oppone alla guerra con un’enorme quantità di progetti dal basso, orizzontali. Molti russi continuano a partecipare a proteste contro la guerra (ci sono stati circa ventimila arresti dall’inizio delle ostilità), i media indipendenti si riorganizzano. Insomma, in un modo o nell’altro la gente si oppone. Malgrado ciò, non esistono politici in libertà – né in Russia, né all’estero – in grado di coordinare tutto questo fermento. È d’accordo? Se sì, secondo lei perché?

In sostanza mi sta chiedendo perché ci siano così pochi oppositori politici in libertà. La risposta è ovvia: perché li arrestano. Io, comunque, non ritengo che la situazione sia disperata. Ritengo che i movimenti d’opposizione e contro la guerra debbano puntare non sulla leadership, ma sullo sviluppo di legami orizzontali, sull’autogestione e sui meccanismi di azione collettiva. Dobbiamo diventare un movimento impossibile da decapitare e distruggere mandando in galera o avvelenando un paio di leader.

Il movimento deve avere molte facce, molte risorse informative sia in Russia, sia all’estero, un’ampia rete di sostenitori con cellule autonome sparse per tutto il paese. Per le forze di polizia, liquidare una struttura simile è molto più complicato che sciogliere un partito classico con un presidente e un consiglio politico. In effetti l’opposizione russa si sta sviluppando proprio in questa direzione: il fatto che, nonostante la macchina della repressione, nel paese continui a esistere quell’opposizione dal basso a cui accennava lei è un effetto di questa tendenza.

Ritiene che l’Occidente agisca in modo corretto nei confronti della Russia?

Vedo che i leader occidentali spesso non distinguono il regime del Cremlino dalla società russa, considerando Putin e il popolo come un tutt’uno. Ai miei occhi è un errore grave. Una politica simile aiuta Putin a farsi scudo del popolo, che di fatto è tenuto in ostaggio, lo aiuta a scaricargli addosso la responsabilità per l’aggressione militare. Anche se la guerra, per usare un eufemismo, è stata una sorpresa inaspettata per il popolo. Non hanno certo chiesto al popolo se si dovesse invadere l’Ucraina oppure no. È stata una decisione personale di Putin.

All’estero criticano i russi perché non insorgono, ma ignorano il fatto che qui da noi, in realtà, c’è una vera e propria dittatura militare. Le persone finiscono in galera per un like sui social, per una conversazione al telefono, per un minuto di silenzio in onore delle vittime dei bombardamenti.

In Ucraina c’è un esercito regolare e ben armato che, a fronte di grandi perdite e con successi alterni, riesce a contenere l’assalto delle forze putiniane. E voi immaginate che persone comuni come insegnanti, studenti e impiegati possano scendere nelle piazze di Mosca per rovesciare il dittatore? È assurdo.

Mi sembra che l’Occidente avrebbe convenienza ad agire con maggiore flessibilità e a farsi alleato del popolo russo. Pensare a come poterlo aiutare a liberarsi di un leader impazzito e non stigmatizzarlo eternamente. Sarebbe una cosa sensata e lungimirante.

E cosa pensa della nuova fase delle relazioni fra Russia e Cina? Ci ha riferito che in carcere trasmettono i programmi della televisione di Stato, e con ogni probabilità avrà visto tutto lo spazio dedicato all’arrivo di Xi Jinping.

Sono seriamente preoccupato dalla cosiddetta svolta a est della Russia. Il Cremlino spezza relazioni d’affari e legami economici che per decenni hanno portato al nostro paese vantaggi enormi. È un colpo fortissimo all’economia, alla scienza, alla cultura della Russia. E cosa otterremo in cambio? Putin offrirà la Russia su un piatto d’argento al compagno Xi e la porrà in una condizione di dipendenza politica ed economica dalla Cina.

I notiziari parlano con grande enfasi della «unione paritaria di due grandi potenze». In realtà noi non diventeremo neppure un partner di minoranza, ma un fornitore di materie prime, il benzinaio della Cina. Petrolio e gas a prezzi scontatissimi, legname e carbone per pochi soldi, le terre dell’Estremo oriente: finiremo per arricchire la Cina con le nostre risorse naturali, avendo in cambio sorrisi benevoli e visite di cortesia.

A mio parere l’operato di Putin tradisce gli interessi nazionali della Russia. In futuro dovremo fare grandi sforzi per difendere il paese dal crescente espansionismo cinese.

Non ha l’impressione che non soltanto la Russia ma il mondo intero si trovi davanti a una crisi globale, con conflitti, guerre e minacce sempre nuove?

Be’, la «fine della storia» teorizzata dal filosofo Francis Fukuyama pare ancora lontana [la teoria della «fine della storia» afferma che la diffusione della democrazia liberale rappresenta il punto finale dello sviluppo socio-culturale dell’umanità, il termine delle contrapposizioni ideologiche, delle rivoluzioni globali e delle guerre, ma pure dell’arte e della filosofia, N.d.R.]. L’umanità sembrerebbe disporre di tutto ciò che le serve per uno sviluppo pacifico e costante. Il mondo è aperto, le tecnologie evolvono a ritmo vertiginoso, la vita diventa sempre più confortevole. Cosa si dovrebbe fare? Vivere felici, guadagnare, viaggiare, puntare alla conquista dello spazio.

Ma l’umanità, a quanto pare, ha ancora parecchia strada da percorrere per maturare. E voglio sperare che in questo cammino non distruggeremo noi stessi e il pianeta con l’ennesima guerra globale.

Qual è stata la notizia politica o sociale ad averla più colpita in questi nove mesi di reclusione?

Il livello di follia è ormai talmente elevato che è difficile stupirsi davvero, ci siamo abituati a tutto. Comunque, sono rimasto colpito dalla storia della studentessa Maša Moskaleva di Efremov, che durante la lezione di educazione artistica ha disegnato le bandiere della Russia e dell’Ucraina con un appello alla pace, e che per questo è stata mandata in un istituto per minori mentre suo padre è stato arrestato.

Per come la vedo io, è stata un’azione fascista generata da un delirio militaristico. Mi piacerebbe molto guardare negli occhi quell’insegnante e il preside della scuola che hanno denunciato la bambina alla polizia. E provo una grande pena per lei e il suo papà, strappati uno all’altra dallo Stato.

Come vede nel complesso il futuro politico della Russia?

Per risollevarsi dal baratro in cui si trova, la Russia dovrà compiere un percorso lungo e complesso. Putin lascerà dietro di sé un’eredità funesta: economia distrutta, isolamento internazionale, corruzione esorbitante e degrado delle istituzioni statali. A questo vanno aggiunti un opprimente senso di spaccatura sociale e le decine di migliaia di soldati che torneranno dal fronte con traumi psicologici. Ci attendono anni bui. Ma credo che in un modo o nell’altro ce la faremo.

L’epoca di Putin deve finalmente insegnarci che non è possibile affidare l’intero potere a una sola persona. L’autocrazia porta sempre al disprezzo per la vita umana, il dispotismo dei leader si accompagna sempre a repressioni e guerre. Dovremo letteralmente resettare il nostro paese, adottare una nuova costituzione, creare da zero le istituzioni statali e sociali, ampliare il federalismo e i governi locali, imparare a tenere sotto controllo il potere e le sue forze.

È un’idea di nazione che comporta una grande sfida: diventare un paese moderno e civilizzato, il cui valore principale è la persona, la sua vita e il suo sviluppo. Diventare un paese che tutti rispettano, e non che temono.

A quale prezzo la Russia potrà diventarlo?

Il mio ottimismo è ispirato dalla gente. Checché se ne dica del nostro popolo, vedo quante sono le persone buone, sincere e non indifferenti che ci circondano. In prigione mi sono già arrivate quasi quindicimila lettere con parole di sostegno e gratitudine. È una fonte incredibile di motivazione e ispirazione.

A motivarmi è anche la solida certezza di avere la verità dalla mia parte. E la forza, com’è noto, sta nella verità. Lo dico sinceramente: non mi sono mai sentito tanto forte come ora.

La mia fiducia nel futuro deriva, tra l’altro, dall’esperienza storica della nostra civiltà. Comunque la si osservi, la storia dell’umanità ha conosciuto passaggi progressivi, dall’oscurità alla luce. Seppur lentamente, dolorosamente, l’illegalità e la schiavitù cedono il posto all’umanesimo e alla giustizia. Laddove in passato le persone venivano bruciate nei forni, oggi trionfa il diritto e il rispetto per l’individuo. Gli oscurantismi si oppongono, ma a poco a poco smettono di essere la norma. I dittatori vengono emarginati, il loro spregio per la vita umana finisce nel macero della storia.

In sostanza, si tratta di una contrapposizione globale tra progresso e oscurantismo. E io sono fiero di dare il mio contributo.

Un’ultima domanda: cosa vuole dire ai suoi sostenitori e ai suoi oppositori che leggeranno questa intervista?

Ai miei sostenitori voglio dire che ora è molto importante essere più tolleranti gli uni con gli altri. Evitare i conflitti spiccioli, perdonare la debolezza, sostenere chi ne ha bisogno, essere solidali. Il male è più debole di noi, ma ottiene risultati perché è meglio organizzato. Dobbiamo concentrarci sull’essenziale, su come fermare la guerra e cambiare la Russia. Le discussioni e i bisticci rimandiamoli a dopo.

Ai miei oppositori, invece, auguro soltanto di liberarsi dall’odio che gli offusca la vista. Ricordate che violenza genera violenza. Ricordate che molti di coloro che negli anni Trenta vedevano di buon occhio l’inizio delle repressioni di massa, ben presto sono finiti loro stessi sul patibolo dicendo: «Compagno Stalin, è stato commesso un errore mostruoso».

Questo potere disprezza voi tanto quanto noi. Ma mentre noi finiamo in galera o in esilio, voi venite mandati direttamente al macello. Abbiate cara la vostra vita e quella altrui. A questo mondo non c’è nulla di più importante e prezioso della vita umana.

Il'ja Jašin in tribunale
Foto di Aleksandra Astachova/Mediazona.

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