Voci dalla guerra: Valentyna Torhons'ka

Valentyna Torhons’ka, nata nel 1953, aveva lavorato una vita e trascorreva gli anni della pensione nel suo appartamento. L’arrivo delle truppe russe a Borodjanka ha significato per lei assistere a scene di distruzione, al crollo della sua casa, alla morte di suoi concittadini.

Voci dalla guerra. Valentyna Torhons’ka, abitante di Borodjanka: “Conoscevo le persone che sono rimaste uccise negli scantinati di Borodjanka…”.

Valentyna Torhons’ka, nata nel 1953, aveva lavorato una vita e trascorreva gli anni della pensione nel suo appartamento. L’arrivo delle truppe russe a Borodjanka ha significato per lei assistere a scene di distruzione, al crollo della sua casa, alla morte di suoi concittadini. Oleksij Sydorenko ha raccolto la sua testimonianza per il progetto “Voci dalla guerra”, portato avanti dalla rete di Memorial col Gruppo di difesa dei diritti umani di Charkiv (KhPG o “Memorial Ucraina”).

Il video dell’intervista in lingua originale coi sottotitoli in italiano è disponibile nel canale YouTube di Memorial Italia. Riportiamo qui la trascrizione del testo.

Le traduzioni italiane sono a cura di Luisa Doplicher, Sara Polidoro, Claudia Zonghetti.

 

Oleksij Sydorenko

09.12.2022

Conoscevo le persone che sono rimaste uccise negli scantinati di Borodjanka…

Valentyna Torgons’ka, abitante di Borodjanka, era nascosta insieme ad altre persone in cantina, quando vicino al palazzo è esplosa una granata. Alla sua età, si ritrova senza un tetto, e non sa come andare avanti.

Valentyna Torhons'ka

Mi chiamo Valentyna Fedorivna Torhons’ka e sono nata il 15 dicembre 1953.

Vivevo da sola nell’appartamento 13 di questa palazzina, sin da quando è stata costruita, e vi ho cresciuto due figli. Era stato difficile, ma pian piano sono riuscita ad arredarla. Una volta in pensione avevo tutto, ma poi all’improvviso la nostra Borodjanka è stata colpita da questa tragedia.

 

 

— Si aspettava che iniziasse una vera e propria guerra?

— Per niente. Leggevo le notizie e guardavo video su YouTube, dicevano che il 15 febbraio ci avrebbero attaccato, ma io non ci credevo proprio. Per carità! Ma come può essere? È passato il 15… e non è successo niente. Poi ci hanno detto che sarebbe successo il 20, e io di nuovo: “Ma non esiste!”. Abbiamo aspettato il 20, e di nuovo niente. Ma il 24 mattina ci hanno attaccato. È stato uno shock.

— Com’è stato il primo giorno di guerra?

— Mia figlia maggiore mi ha chiamato: “Mamma, ci hanno attaccato. Arrivano dalla Bielorussia”. Passavano attraverso i paesini di Šybene e Berestjanka per arrivare fino a Kyiv, ma sono stati fermati, hanno fatto dietro-front e hanno puntato verso Borodjanka. Non pensavo che avrebbero attraversato la nostra zona.

— Quando sono arrivati i primi mezzi militari?

— Il 26. Da noi c’è un complesso di palazzine, Stariki: con una bomba hanno distrutto un edificio fino alle fondamenta. Ci sono stati 6 morti. Poi andavano avanti e indietro, sparando sulle case. Prima ero in un altro scantinato. Il mio appartamento è al civico 324, mentre io stavo nello scantinato del 332. Da lì sentivamo le sparatorie per strada: “Tra-tra-tra-tra…”

— Passava tutto il tempo nello scantinato?

— La mattina salivamo a casa per cambiarci e prendere da mangiare, scendevamo dopo le 6 di pomeriggio.

— Ha pensato che fosse il caso di lasciare Borodjanka?

— No, non pensavo che si sarebbe trattato di un’invasione su vasta scala, che ci sarebbero stati bombardamenti aerei e che i carri armati avrebbero sparato sulle case. A Borodjanka non ci sono obiettivi strategici di nessun tipo, non c’è niente, solo strutture civili. Non potevamo neanche immaginare che volevano massacrare i civili. Il 1° marzo, poi, è andata via la corrente. La mia figlia minore ha dormito a casa mia la notte tra il 27 e il 28 febbraio. Come faceva ad andare nello scantinato con sua figlia piccola? Quando è andata via la corrente, però, mia figlia maggiore l’ha portata a casa sua. Hanno cucinato qualcosa e hanno mangiato. Mio genero dal balcone contava i veicoli militari che passavano e informava i nostri soldati. Non era mai sceso in cantina, ma quel giorno [il 1° marzo] l’avevano chiamato dicendogli di correre subito giù. Appena si è messo al riparo con la famiglia un missile ha colpito il palazzo vicino, distruggendo completamente una colonna di appartamenti e danneggiando l’edificio dove stavano loro. Sono scappati dalla cantina con i due figli e sono corsi nei campi con altre persone. Mio genero diceva che era stato terrificante. L’odore della guerra, tutto bruciava, i cadaveri… La macchina di mia figlia era parcheggiata davanti casa, era andata a fuoco e non ne era rimasto che il telaio e i dischi dei freni. La macchina di mio genero si era salvata perché era in garage. È corso a prenderla, ha caricato i bimbi e sono partiti verso Zahal’ci, il paese vicino. Io invece dopo l’attacco sono scesa in cantina, ma intorno alle 20.15 un missile è esploso davanti al nostro palazzo.

Si è sentito un boato assurdo, una cosa indescrivibile… Che spavento! Il soffitto si è sollevato, tutto è andato in mille pezzi, non si vedeva niente. Eravamo 12-15 persone. Pensavamo che non avremmo avuto scampo, eravamo sommersi dalle macerie.

Quando poi è sceso il silenzio abbiamo iniziato a cercare l’uscita. Ce n’erano due, una per lato. Sgattaiolando fuori, la gente ha iniziato ad andarsene, mentre io e la mia vicina siamo rimaste lì quella notte perché non avevamo un altro posto in cui rifugiarci. Il 2 mi hanno chiamato le mie figlie dicendomi che avrebbero chiesto alla Difesa Territoriale di tirarmi fuori da lì. La sera uno della Difesa Territoriale, Myškin, è entrato nella cantina e ha iniziato a chiamare: “C’è qualcuno lì sotto?”. “Sì” – ho risposto. Ci ha fatte uscire, ha portato me dalle mie figlie e la mia vicina all’asilo di Zahal’ci. Lì c’era un punto di raccolta da cui si partiva poi verso l’Ucraina occidentale. Sono stata lì tre giorni e poi ci hanno portato nella regione di Chmel’nyc’kyj. Mia figlia era già partita in macchina per la Zakarpattja con il marito e i figli. Si sono fermati una settimana, poi mio genero li ha portati al confine ed è tornato a Teofipol’, dove vivono i suoi genitori. Siamo rimasti lì per quasi due mesi. Borodjanka è stata liberata intorno al 31 marzo-1° aprile, e noi siamo tornati il 27 aprile.

— Cos’è successo alla sua casa?

— Eh… che dire. La casa che lei ha fotografato è distrutta. I muri portanti del mio appartamento al quarto piano sono danneggiati. Il soffitto è crollato e tutte le mie cose, i mobili, è tutto rovinato. Quello che è rimasto è stato saccheggiato, chissà se sono passati i ladri o chi altro. Ho speso una vita ad arredarmi la casa, ed eccomi diventata senzatetto alla mia età. Niente casa, neanche più una forchetta o un cucchiaio. Ho trovato qualcosa di seconda mano, sto messa così. Vivo a casa di mia sorella, a Simaško 2. Lei è all’estero con sua figlia e i due nipotini, la nostra sorella minore sta in Germania e sua figlia in Italia. Che fine farò quando tornano? Non so dove andare a vivere.

 

Palazzina distrutta a Borodjanka

— Quali altri crimini sono stati compiuti dai soldati russi contro la popolazione civile?

— Ho sentito dire qualcosa ma non ho visto niente con i miei occhi, perché eravamo sempre nello scantinato. Sentivo giusto che sparavano e andavano di qua e di là. Hanno fatto saltare in aria un palazzo. La mia amica che era in uno scantinato a Simaško dice che hanno fucilato un uomo.

Hanno sparato al padre di un compagno di scuola di mia figlia, mentre era al volante. Lo hanno ucciso mentre andava a dar da mangiare ai cani.

Nella casa vicino a quella di mia figlia diverse persone erano rimaste sotto le macerie in uno scantinato. Conosco chi è morto lì sotto. Artem, che viveva nel bilocale accanto, è sparito. Non si trova, dove sia nessuno lo sa. Sua nonna viveva al civico 371, lì sono saltate in aria due colonne di appartamenti. La stanno cercando, ma molto probabilmente è morta nello scantinato. Forse Artem era con lei.

— Cosa pensa di fare, adesso?

— Andrò avanti, ma non so a quale porta bussare. Dove abiterò, dove andrò a cercare casa? Dove? Non lo so. Arrivano i palazzinari, ci chiedono i soldi per costruire, glieli diamo e poi spariscono. È una lotta infinita contro le amministrazioni locali… Da noi c’è un sostituto: prima della guerra hanno sollevato il sindaco dall’incarico ed è rimasto lui. Durante l’occupazione neanche si preoccupava di sfollare le persone. Era scappato, mentre ora arriva a incontrare le delegazioni e chiede soldi.

— Ha cambiato atteggiamento verso i russi?

— Certo, e parecchio! Sono mostri, è impossibile parlarci. Avevo un’amica di Chabarovsk, è vissuta qui col marito per oltre vent’anni. Lui era di Borodjanka, è morto cinque anni fa. D’estate venivano e restavano tre-quattro mesi. Si era resa conto che qui non ci sono i nazisti, e che non facciamo nulla di male! Ora vive a Chabarovsk. Mi ha telefonato.

Le chiedo: “Ma perché non protestate? Qua ci bombardano le case”. E lei: “Ma no, noi stiamo con Putin”.

Le ho detto: “Ljuba, dopo questa telefonata non ho più voglia di parlarti. Non voglio più saperne di te. Non mi chiamare e non mi scrivere”. Poi ha ricominciato a tirare fuori di tutto, tipo che è colpa dell’America, della NATO. E che se non avessero attaccato loro sarebbe stata la NATO ad attaccarli. Io normalmente non dico parolacce ma in quel momento l’ho riempita di insulti! Le ho detto: “Io non ti conosco! Per me sei morta! Basta!”. Così tratto i russi che appoggiano Putin. Certo, alcuni di loro ci sostengono, ma per lo più sono come quella lì.

 

 

 


 

 

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