Voci dalla guerra. “Voleva dare fuoco al Cremlino”: regista di teatro accusato di terrorismo per una carta di gomma da masticare

Il regista teatrale Anatolij Levčenko è stato imprigionato dagli occupanti russi per un post su Facebook. Nell'intervista racconta la sua esperienza con la procedura di filtraggio e le terribili condizioni degli ucraini imprigionati dagli occupanti.

Il regista teatrale Anatolij Levčenko è stato imprigionato dagli occupanti russi per un post su Facebook. Dopo essere stato scarcerato e aver lasciato Mariupol’ con la sua famiglia, ha raccontato la sua esperienza a Ivan Stanislavs’kyj, che lo ha intervistato per il progetto “Voci dalla guerra”, portato avanti dalla rete di Memorial col Gruppo di difesa dei diritti umani di Charkiv (KhPG o “Memorial Ucraina”).

Levčenko è stato testimone diretto dei colpi di artiglieria sugli edifici civili e delle torture inferte agli ucraini nelle prigioni degli occupanti.

Il video dell’intervista in lingua originale coi sottotitoli in italiano è disponibile nel canale YouTube di Memorial Italia. Riportiamo qui la trascrizione del testo.

Le traduzioni italiane sono a cura di Luisa Doplicher, Sara Polidoro, Claudia Zonghetti e altri collaboratori di Memorial Italia.

Ivan Stanislavs’kyj

18.10.2023

Anatolyi Levčenko, noto regista teatrale di Mariupol’, il 20 maggio 2022 è stato arrestato dagli aggressori russi per le sue idee filo-ucraine, con l’accusa di incitamento all’odio, istigazione all’estremismo e al terrorismo e persino di voler dare fuoco al Cremlino per un suo post su Facebook che raffigurava la carta di gomma da masticare “Love is…”.

“Pensavamo che a Mariupol’ gli aiuti arrivassero presto”

A febbraio non avevamo ancora capito cosa stava succedendo. Speravamo che sarebbe finito tutto presto, come nel 2014. Credevamo che a Mariupol’ ad un certo punto sarebbero arrivati gli aiuti, quindi non facevamo che aspettare. All’epoca eravamo io, mia moglie, mia suocera di 92 anni e mio figlio Artem di 21 anni, diversamente abile: è un autistico non verbale. Ad aprile mia suocera non ce l’ha fatta più a reggere, ed è morta. L’ho sepolta in un’aiuola, davanti al nostro palazzo.

Siamo poi arrivati al momento in cui cibo e acqua iniziavano a scarseggiare e passavamo molto tempo per procurarceli. Fortunatamente c’era un supermercato vicino casa e lì prendevamo il pallet che usavamo per fare il fuoco. Preparavamo da mangiare davanti al portone del palazzo, insieme ai vicini. Avevamo imparato a scambiarci il cibo tra di noi: c’era chi aveva le patate, chi le carote, e così si preparava da mangiare per tutti.

Non scendevamo nel rifugio perché vivevamo all’ottavo piano: l’ascensore non funzionava e le cantine avevano i muri troppo alti. Per arrivarci bisognava calarsi con una scala alta cinque metri, ma mia suocera e mio figlio non ci riuscivano. Con mia moglie allora ci dicevamo: “Sarà quel che sarà”.

Anatolij Levčenko sullo sfondo del teatro drammatico distrutto a Mariupol’, estate 2023. Fotografia tratta dalla pagina Facebook di Anatolij Levčenko.

“Avevo visto un carrarmato con il tricolore russo sparare sulle case”

A metà marzo sono entrati gli aggressori. Alcuni carrarmati si erano appostati davanti casa nostra, a 20-30 metri da dove facevamo il fuoco. I soldati uscivano dai carrarmati e venivano a chiederci un tè e a offrirci le sigarette. Uno ripeteva sempre: “Io comunque sono di Mosca”. Un giorno si era ubriacato di vodka e si era messo a dire: “Non mi hanno preso all’esercito perché il procuratore al tribunale ha detto che sono un maniaco!”. Secondo noi era stato in carcere per violenza sessuale, si capiva da come si atteggiava. Un altro si guardava intorno e diceva: “Ma perché tutto questo?”. E io: “Ma senti, dicono che a Donec’k da 8 anni…”. E lui: “Ma che dici, da noi gli ascensori funzionano, i filobus circolano, qui invece sono tutte macerie!”. Almeno uno che si dice inorridito da quello che combinano… I soldati non avevano l’abbigliamento adeguato e si lamentavano che fossero stati mandati come carne da macello.

Ho visto con i miei occhi un carrarmato con la bandiera russa che si muoveva tra le nostre strade. Faceva caldo quel giorno, eravamo a casa. Sentiamo improvvisamente degli spari. Avevano distrutto la cabina dell’ascensore che stava sul nostro tetto. Lo stesso carrarmato ha poi sparato a tutte le altre cabine del palazzo di fronte e poi sulla palazzina di 5 piani, colpendola dall’alto in basso finché non ha preso fuoco.

Scendo in strada e vedo alcuni uomini fermi all’incrocio gridare: “Ma che stai facendo?!”, e il soldato che esce fuori dal carrarmato e risponde: “Lì può esserci un infiltrato, o un cecchino!”, continuando a sparare. Ma fino a quel momento nel nostro quartiere non c’erano stati combattimenti, quindi non potevano esserci stati dei ricognitori.

L’arresto del 20 maggio

Quando i combattimenti si sono spostati nella zona della fabbrica Azostal’ avevo iniziato a cercare un modo per lasciare la città. All’epoca era ancora possibile andare a Zaporižžja, ma la città era ormai occupata e i russi avevano già iniziato a imporre le loro regole. Per attraversare i posti di blocco bisognava passare la procedura di filtraggio a Manhuš, e così siamo andati lì.

Ricevuta di avvenuto filtraggio a Manhuš, fonte: pagina Facebook di Anatolij Levčenko

Durante l’interrogatorio ho capito che qualcuno mi aveva denunciato. Anzi, forse non si era trattato di una persona sola. Chi l’aveva fatto non sapeva dove vivevo, solo che purtroppo durante il filtraggio avevo dovuto mostrare i documenti dove c’è il mio indirizzo di residenza. Il 17 maggio avevamo superato la procedura di filtraggio e il 21 saremmo dovuti partire per Zaporižžja, ma il 20 maggio mi hanno arrestato e aperto un fascicolo. Mi accusavano di estremismo, istigazione al terrorismo, all’odio nazionale e di altro tipo.

Quella mattina mia moglie era uscita a fare la spesa. Ero a casa, sento bussare. Erano due ragazzi di 20-25 anni. Uno mi punta la pistola e inizia a urlarmi contro. Poi si mettono a perquisirmi l’appartamento, prendendomi il telefono e il tablet e dicendomi che dovevo prepararmi. In quel momento mio figlio era in casa, chiedo loro di poter aspettare che torni mia moglie per non lasciarlo da solo, ma non c’è verso, così chiedo alla mia vicina di stare con lui.

Mi infilano in una macchina e a metà strada si fermano, chiedendomi cosa avessi scritto, improvvisando un interrogatorio di 40 minuti. E poi: “Va bene, te la vedrai con loro!”. E chiedo: “Ma dove mi state portando adesso?”. “Adesso andiamo a Donec’k”.

Mi incappucciano con un sacchetto di plastica e mi fanno un altro interrogatorio. Parlavano come se fossi un officiale del Terzo Reich. “Le sue idee nazionaliste? Le faremo vedere la dichiarazione in cui dice di collaborare con i servizi segreti ucraini”. Arriviamo a Donec’k verso sera. Lì mi prendono le impronte digitali e mi interrogano di nuovo. Mi fanno domande sui miei spettacoli, sulla mia attività teatrale e sui post su Facebook.

Insegna del carcere sulla Kobozeva, fonte: pagina Facebook di Anatolij Levčenko

“Isolda”

Intorno all’una di notte finisco nella famigerata prigione di “isolamento”, che la gente chiama “Isolda”. Negli anni 2014-15 era nota per essere un luogo di tortura e molti sono stati ammazzati proprio lì. Le condizioni erano tremende. L’ora d’aria in realtà durava al massimo tre minuti. Per lavarsi, tre minuti. Di giorno non ci si poteva sedere o stendere sulle brandine. C’era una misera panchina scomodissima dove ci si poteva sedere a turno, oppure si doveva camminare tutto il tempo. Stare 16 ore in piedi è devastante.

Le guardie picchiavano. Io ho avuto la fortuna di esser stato colpito un paio di volte sulla schiena con un fucile, ma non era niente a confronto delle botte vere e proprie. C’era un ragazzo di 18 anni accusato di collaborare con i servizi segreti ucraini che non poteva mai stare seduto di giorno. Quando sono arrivato io erano ormai due mesi che stava in piedi per 16 ore al giorno. Una volta aveva appoggiato la gamba sulla brandina e le guardie erano corse a picchiarlo.

Ti puniscono per qualsiasi cosa. Quando si apre la porta della cella tutti devono voltarsi e indossare i sacchetti sulla testa. Le guardie temono che se le vedi poi le riconosci. Ogni prigioniero sogna di vendicarsi, se sopravvive. Non arriva nessuna notizia da fuori: per tutto il tempo che sono stato in carcere non sapevo se la mia famiglia ricevesse notizie su di me e se sapesse dove mi trovassi.

Stando alle indagini, avrei incitato a incendiare il Cremlino

Il 16 giugno 2022 mi presentano il magistrato, era una donna. Mi elenca le accuse e fa partire l’indagine. Dall’isolamento mi trasferiscono nel carcere sulla Kobozeva. Era una prigione enorme, costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso. Sembrava un carcere di epoca staliniana. Sono stato in tre celle diverse. Prima di ottobre ero in una cella da 4, grande come la cuccetta di un treno. Dentro c’era un secchio per i bisogni, un lavandino e un tavolino per mangiare. Se due persone si alzavano, due dovevano stare stese perché non c’era posto. Due dei tre miei compagni di cella erano degli assassini. Le condizioni igieniche erano tremende, c’erano le cimici nei letti.

A ottobre mi hanno poi messo tra i criminali politici. C’erano scarafaggi e ratti e ci si poteva fare una doccia di acqua gelida una volta a settimana. Nella prima cella da 25 c’erano 29 persone e si dormiva a turno. Poi mi hanno spostato nella cella accanto che poteva ospitare 18 persone, ma ce ne erano 21. Per alcuni giorni ho saltato qualche notte, finché poi si è liberato un posto.

Il 16 giugno mi hanno notificato che il capo d’accusa era l’articolo 328, ovvero istigazione all’odio. L’indagine partiva da denunce e da alcuni miei post sui social, come quello su Facebook con la carta della gomma da masticare e la scritta “Love is…”, dove un bambino e una bambina si tengono per mano e guardano il Cremlino in fiamme. In basso la scritta: “Amore è guardare nella stessa direzione”. Stando alle indagini, incitavo in questo modo a incendiare il Cremlino. Per questi reati avrei potuto rischiare dai 7 ai 9 anni di carcere.

La famosa carta di gomma da masticare e altri post, fonte: pagina Facebook di Anatolij Levčenko.

“Scriva che era una battuta”

Dopo il referendum farsa del 4 ottobre il territorio della regione occupata di Donec’k era “diventato Federazione Russa”, quindi per tutti gli indagati doveva valere la legislazione russa. A differenza da quanto previsto dal codice della pseudorepubblica di Donec’k, secondo l’articolo 328 del Codice penale della Federazione Russa il reato di incitamento all’odio nazionale non viene considerato reato penale, bensì amministrativo, la prima volta che viene commesso. Sono stato scagionato solo a marzo, anche se già a ottobre era stato chiarito questo aspetto.

Dei due altri fascicoli non so ancora nulla. Erano stati aperti il 14 ottobre seguendo la legislazione della Repubblica di Donec’k, ma dal 4 ottobre era già in vigore la legislazione russa. Si erano praticamente confusi da soli. Il 9 marzo mi hanno rilasciato facendomi giurare che non avrei lasciato il paese e chiudendo poi il fascicolo legato alla violazione dell’articolo 328. Ad aprile e a maggio andavo a Donec’k a firmare dal magistrato, che scrive poi un nuovo verbale con effetto retroattivo e mi dice: “Scriva che era una battuta”. I documenti che provano la sospensione di questi casi, però, io non li ho.

A Mariupol’ ho iniziato a cercare aiuto per andare in Ucraina. Con un figlio diversamente abile non potevamo viaggiare in autobus, ci serviva un altro tipo di mezzo. In quattro mesi abbiamo messo da parte i soldi e abbiamo trovato un modo per lasciare la città. Abbiamo dovuto fare i passaporti russi e me ne vergogno, ma senza sarebbe stato impossibile.

“Là c’è la tua Ucraina”

Il 20 luglio alle 19 siamo partiti da Mariupol’ e alle 9 del giorno dopo siamo arrivati al valico di Kolotylivka-Pokrovs’k, dove si passa il confine. Eravamo preparati, perché sapevamo che al valico potevano controllare i telefoni e metterti dietro le sbarre anche per una sciocchezza. Nessuna foto, nessun simbolo ucraino, nessun canale Telegram ucraino o contatti ucraini. Andava tutto cancellato. Fortunatamente non ci hanno trattenuto molto perché Artem aveva avuto una crisi isterica.

Quando passi il controllo ti dicono: “Vai, là c’è la tua Ucraina”. Il valico si può attraversare solo a piedi. Tra il confine russo e quello ucraino ci sono due chilometri. Un tempo era una strada asfaltata, ora è invece ricoperta di ghiaia ma è distrutta, e ai lati ci sono delle mine. È una terra grigia, di nessuno.

A metà di questa zona grigia si vedeva una torre con la bandiera ucraina. Era tutta strappata, ma era ucraina. In quel momento ho detto a mia moglie: “Fermati, devo fare un video in cui parlo ucraino”. Ci siamo fermati. A Mariupol’ non si poteva parlare in ucraino perché destava sospetti. Nonostante il caldo e tutto il resto, era stato bellissimo per me poter nuovamente parlare la mia lingua.

“Terra Incognita, il nostro teatro per la nostra gente” Fonte: pagina Facebook di Anatolij Levčenko.

Anatolij Levčenko vive ora a Kropyvnyc’kyj dove sogna di far rinascere il Primo teatro indipendente del Donbas (di Mariupol’). “Terra Incognita, il nostro teatro per la nostra gente”.

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