Il sistema carcerario russo: uno specchio della società

Il regista ucraino Oleh Sencov durante il processo nell'estate del 2015 (foto: Antonymon, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)

Non ci sono mai stati così pochi prigionieri: all’interno della Russia le carceri si stanno svuotando, poiché ai detenuti è data la possibilità di arruolarsi nell’esercito. In Ucraina invece, sin dall’inizio dell’occupazione, sono sorti campi di detenzione per prigionieri militari e civili.

16 febbraio 2026. Due anni fa moriva Aleksej Naval’nyj.

Ringraziamo Tgcom24 e Gabriella Persiani per l’intervista alla nostra presidente Giulia De Florio. A due anni dalla morte dell’oppositore russo Alexei Navalny e alla vigilia del quarto anno di guerra, ne è passata di acqua sotto i ponti della Federazione. La Corte europea dei diritti umani (Cedu), proprio sul caso Navalny, ha condannato Mosca per violazione di numerosi diritti fondamentali, compresi quello alla vita e il divieto di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Mentre, Mariana Katzarova, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la Russia detiene più di duemila prigionieri politici, tornando a sottolineare l’allarme per le loro condizioni. Infine, recentissima, la notizia che la colonia penale n. 2 (IK-2) nella città di Pokrov, nella regione di Vladimir, dove, da marzo 2021 a giugno 2022, Navalny stesso era stato detenuto (“Non avrei mai immaginato che un vero campo di concentramento potesse essere allestito a cento chilometri, da Mosca”, scriveva), è stata chiusa. Ma per quanto riguarda i dissidenti nel Paese i dati non sono confortanti. Anche se sembra aprirsi uno spiraglio: il ritorno al Consiglio d’Europa della piattaforma dell’opposizione civile russa, unita nel sostegno all’Ucraina. Lo conferma a Tgcom24 Giulia De Florio, slavista e docente di Lingua russa dell’Università di Parma e presidente di Memorial Italia, parte del network dell’Ong nata a Mosca alla fine degli anni Ottanta per lo studio delle repressioni di epoca sovietica, la denuncia delle violazioni dei diritti umani nei contesti sovietico e postsovietico e la difesa dei diritti umani nella Russia e nello spazio postsovietico attuali, associazione ora parzialmente sciolta per via giudiziaria dalla procura generale della Federazione. Il punto, a due anni dalla morte di Navalny: qual è la situazione dell’opposizione in patria e all’estero?“Non è una situazione rosea, è complessa e la continuazione del conflitto russo-ucraino rende sempre più difficile la comunicazione tra quella parte della società russa che si oppone e si schiera contro la guerra dentro il Paese e quella parte che è fuori. Perché cambiano o semplicemente sono percepite in modo diverso le priorità dell’agenda ed è arduo trovare un linguaggio comune per combattere le stesse battaglie. L’opposizione russa all’estero, come abbiamo visto in questi quattro anni di guerra, è molto frammentata, poco omogenea, molto disunita, poco in grado di trovare punti di contatto solidi su cui basare una possibile azione politica”. Ma è attiva?“Ci sono tantissime iniziative lodevoli, c’è tanta informazione che cerca di contrastare la propaganda, ma non vedo una forte coalizione di intenti. Sono state già varate alcune road map da varie associazioni e da parte della stessa Memorial, tra cui i famosi ‘100 giorni dopo Putin’ della Fondazione Anti-Corruzione di Yulia Navalnaya. Sono, però, tutti programmi che innanzitutto presuppongono un dopo, che per ora non si vede né tengono conto di quella che sarà la situazione reale. Sono delle linee guida, degli orientamenti che hanno sì un peso e un loro valore, ma non sono programmi politici veri e propri e non vogliono esserlo. Per ora siamo molto indietro rispetto a un’idea di opposizione, anche perché, non essendoci una vera e propria politica nella Federazione Russa di oggi, non si riesce a dare vita alla politica vera e propria. Non dimentichiamoci di contestualizzare sempre”. Ma chi c’è alla guida, se c’è una guida?“Non vedo una guida in questo momento, anche perché, ripeto, le istanze e i presupposti da cui partono le figure pubbliche, che noi occidentali, in maniera anche un po’ grossolana, identifichiamo come oppositori, sono diverse tra loro e hanno anche obiettivi spesso diametralmente opposti. Tanto meno vedo per ora una guida unica, che possa coalizzare e convogliare su di sé tutte le varie istanze, che si muovono soprattutto nello spazio europeo e un po’ anche americano, e che, soprattutto, possano far sentire la loro voce e avere un peso anche per chi combatte il regime dall’interno”. Che apporto potrà dare alla “resistenza” russa il recente ritorno al Consiglio d’Europa della piattaforma dell’opposizione civile russa?“La piattaforma che è stata di recente eletta è anch’essa un po’ una scommessa e credo che sia ancora troppo presto per poter dire che apporto potrà dare. Quello che sappiamo è che è nata non sotto i migliori auspici: le candidature e le selezioni dei rappresentanti sono state accompagnate da molte polemiche, da accuse più o meno velate di trasparenza; non c’è nessun rappresentante della Fondazione Anti-Corruzione anche se è, o meglio era, comunque, la più grande forza civile politica opposta a Putin e che anche dopo la morte di Navalny resta una voce importante. La sua assenza si sente”. Nessuna speranza, allora?“Premesso ciò, mi sembra difficile dire quale potrà essere un reale, concreto apporto. Certo che è uno strumento con del potenziale, non solo a livello simbolico, perché può diventare utile per favorire quello scambio tra chi è fuori e chi è dentro ed è soprattutto un modo definitivo per ribadire quella che è l’urgenza: mettere l’agenda ucraina al primo posto. A tal proposito, ho letto in una recente dichiarazione congiunta che si va proprio in questa direzione: la vittoria, la resistenza e il supporto all’Ucraina sono al primo punto della piattaforma. Senza questo, di fatto, non solo tutto il resto sarebbe stato più complesso da portare avanti, ma ciò avrebbe voluto dire anche perdere parte del sostegno della stessa comunità ucraina e di coloro che vogliono questo tipo di priorità. Ora, alle dichiarazioni, dovranno seguire le azioni. Bisognerà vedere quanto ognuno del gruppo riuscirà a conciliare i propri obiettivi personali, molto diversi per formazione, storia, background, con un’idea comune di lavoro per riaprire un dialogo basato sui valori democratici all’interno della Federazione Russa”. Continua a leggere su Tgcom24.

L’eredità di Naval’nyj è l’ottimismo politico

Aleksej Naval'nyj (1976-2024) (YouTube/Навальный LIVE, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons, con modifiche)

Non il tipo di ottimismo da meme della “bella Russia del futuro” che vediamo ovunque, né quello forzato che rasenta la propaganda e si riduce a illudere sé stessi e gli altri che il tiranno ha i giorni contati. Il suo è di una categoria superiore, è dato dalla consapevolezza che i tuoi ideali politici sono così importanti e la tua fede in essi così forte, che nemmeno non sapere quando potranno essere messi in atto può incrinarli. Non hai scelta: devi fare quello che fai e basta.

La resistenza dei buriati e la diversità come antidoto alla Russia di Putin

Foto di Marco Simonetti

Da più di due anni la Free Buryatia Foundation lotta per una Russia senza guerra e una Buriazia capace di autodeterminarsi. Aleksandra Garmažapova, Presidente della Fondazione, spiega a Memorial Italia la connessione tra imperialismo, xenofobia e guerra nel paese di Putin.

"Consegnate il corpo alla madre". Dichiarazione del Centro per la difesa dei diritti umani Memorial

Il Centro per la Difesa dei diritti umani Memorial ha rilasciato un comunicato a proposito dell’inumano comportamento delle autorità russe nei confronti della madre di Aleksej Naval’nyj.

Per la libertà di Kara Murza. Per la loro libertà, che è anche la nostra

L’intero regime lavora duramente per sterminare tutto ciò che ancora equivale alla coscienza, l’onore e il senso civico. Per sterminare tutto ciò che è ancora vivo in Russia.

La diplomazia culturale di Putin. Nadiia Koval: “La cultura russa come strumento di influenza e dominio”

(Foto di A.Savin - Own work, CC BY-SA 3.0, Link)

Intervista alla sociologa dell’Ukrainian Institute sul ruolo dell’agenzia Russotrudničestvo e delle fondazioni Russkij Mir e Gorčakov prima e dopo l’invasione russa in Ucraina, molto attive, anche in occidente, nella promozione di una particolare immagine della Russia e nei progetti di russificazione.